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Chi non conosce la storia, è destinato a riviverla

Al martirio degli ebrei di Roma sono dedicate le “Pietre di inciampo” che tra il 9 e il 10 dicembre scorsi dei farabutti antisemiti hanno vandalizzato

La targa in memoria del rastrellamento degli ebrei di Roma del 16 ottobre 1943.

Sono le 5.30 del 16 ottobre 1943. È sabato, la comunità ebraica si prepara a celebrare il terzo giorno della festa di Sukkot. Quel giorno, per gli ebrei di Roma è l’ultima tappa di un incubo cominciato nel 1938, con la promulgazione delle leggi razziali. I nazisti la chiamano “soluzione finale”, significa liquidare gli ebrei, ma anche gli zingari, gli omosessuali e in generale chi è bollato come perverso in ragione di una sua presunta diversità. L’ordine, perentorio, viene da Hitler in persona. Il tenente colonnello Herbert Kappler lo applica alla lettera

Sono tanti, quasi sempre turisti, molti stranieri, che ogni giorno si soffermano dinanzi al Tempio sul lugotevere di Roma: “Da Roma duemilanovantuno i deportati. Non aride cifre son queste ma nella civiltà offesa, nella offesa della santa legge di Dio, è questo un tributo di lacrime e sangue”… Una lapide che ricorda le vittime di una persecuzione odiosa. Molti, tanti, passano, ignari. È un luogo sacro, merita rispetto, meditazione.

Non il solo. Nonno Mosé, è il più anziano, ha 74 anni; il cugino Giovanni 18 giorni appena. Sono tanti i Di Consiglio e i Di Castro: ebrei e romani da generazioni. Una ventina. Sette sono trucidati alle Fosse Ardeatine; gli altri “passano per il camino”, quelli del campo di sterminio nazista di Auschwitz: gasati, ridotti in cenere, in quelle camere a gas che ancora oggi qualcuno si ostina a negare siano esistite.

Al loro martirio sono dedicate le cosiddette “Pietre di inciampo” che la notte tra il 9 e il 10 dicembre scorsi dei farabutti antisemiti vandalizzano, profanano, fanno sparire. “Pietre d’inciampo”, o più propriamente, del ricordo: collocate nel 2012 nel cuore dello storico rione Monti di Roma. Anche quello è u luogo dacro, che merita rispetto. Quelle “pietre” ricordano l’orrore della persecuzione contro gli ebrei, perché tutti noi, si possa davvero “inciampare” su una memoria che troppe volte si smarrisce, si scolora. “Pietre” con incisi i nomi delle vittime della Shoah, le generalità, il luogo dove sono stati massacrati. Per ricordare che il 16 ottobre del 1943, quando i nazisti rastrellano il ghetto, tanti, troppi sono rimasti inermi, hanno fatto finta di nulla. Un’indifferenza complice con i massacratori.

Sono le 5.30 del 16 ottobre 1943. È sabato, la comunità ebraica si prepara a celebrare il terzo giorno della festa di Sukkot. Quel giorno, per gli ebrei di Roma è l’ultima tappa di un incubo cominciato nel 1938, con la promulgazione delle leggi razziali. I nazisti la chiamano “soluzione finale”, significa liquidare gli ebrei, ma anche gli zingari, gli omosessuali e in generale chi è bollato come perverso in ragione di una sua presunta diversità. L’ordine, perentorio, viene da Hitler in persona. Il tenente colonnello Herbert Kappler lo applica alla lettera.

Gli Alleati lo sanno. Non muovono un dito, per una ragione atroce: avrebbero irrimediabilmente compromesso la rete spionistica infiltrata all’interno dell’intelligence nazista. Gli ebrei romani non si aspettano quello che sta per accadere. Le notizie sul destino degli ebrei in Germania e nell’Europa dell’Est sono scarse, imprecise. Inoltre la richiesta fatta da Kappler alla comunità ebraica di consegnare 50 chili d’oro, illude gli ebrei che tutto quello che i tedeschi vogliono sia un riscatto. Lo mettono insieme con enormi difficoltà, lo consegnano. Si illudono così di salvarsi.

Al termine della razzia risultano catturati 363 uomini, 689 donne, 207 bambini. 237 sono rilasciati, non sono ebrei. Gli altri destinati ai forni di Auschwitz. Donne, bambini, vecchi: il più piccolo aveva appena un giorno, la più anziana 90 anni. Per loro non c’è stata pietà. Dei 1021 catturati quel “sabato nero” di 70 fa, appena in 16 sono tornati. Conoscere, ricordare, è necessario. Come dice George Santayana, chi non ricorda la storia, è destinato a riviverla.

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