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“Cari studenti, ora vi insegno cosa vuol dire essere ebrei perseguitati”

La preziosa lezione del professore di Ravenna Diego Baroncini ai suoi alunni, per spiegare il significato della Giornata della Memoria

Bambini di Auschwitz (Wikipedia)

Beati quegli studenti i cui insegnanti fanno conoscere e imparare a memoria i versi di una poesia di Joyce Lussu: “C’è un paio di scarpette rosse/numero ventiquattro/quasi nuove:/sulla suola interna si vede ancora la marca di fabbrica /‘Schulze Monaco’./C’è un paio di scarpette rosse/in cima a un mucchio di scarpette infantili/a Buckenwald/erano di un bambino di tre anni e mezzo/chi sa di che colore erano gli occhi/bruciati nei forni/ma il suo pianto lo possiamo immaginare/si sa come piangono i bambini/anche i suoi piedini li possiamo immaginare/scarpa numero ventiquattro/per l’eternità/perché i piedini dei bambini morti non crescono./C’è un paio di scarpette rosse/a Buckenwald/ quasi nuove/perché i piedini dei bambini morti/non consumano le suole”

Complimenti al professor Diego Baroncini, insegnante di Lettere della seconda media all’Istituto paritario San Vincenzo de’ Paoli di Ravenna. In occasione della Giornata della Memoria, per spiegare ai ragazzi cosa sono state le leggi razziali, quali conseguenze hanno comportato per migliaia di uomini e donne “colpevoli” di essere ebrei, ha avuto una bella trovata. Entra in aula, e a muso duro dice: “Chi non è di Ravenna si metta da questa parte”. Gli studenti lo guardano con sospetto; almeno la metà è nato altrove. Comunque obbediscono. Si spostano nella parte dell’aula indicata dal professore. “Bene”, fa lui. “Sappiate che d’ora in poi non potrete più fare lezione in questa classe, non potrete più venire a scuola”.

Gli studenti si guardano stupiti. Qualcuno pensa a uno scherzo: “Professore, sta parlando seriamente?”. “Assolutamente sì. È come vi ho detto”, fa il professore. “Non ho finito”, dice dopo una pausa. “Tutti voi che non siete nati a Ravenna vi dovete togliere orologi, braccialetti, collanine; appoggiateli su quel banco. Anche voi che avete gli occhiali, via anche quelli”.

Qualcuno tenta una timida protesta: “Così non ci vedo!”. “Queste sono le nuove regole. I ragazzi si tolgano le cinture e le scarpe. No vi servono. Voi ragazze tiratevi indietro i capelli: legateli, nascondeteli come se non li aveste più”.

Una ragazza tornando verso il gruppo dei “non nati a Ravenna” senza scarpe dice: “Non mi sento più io”. Chi ammette di essere in imbarazzo, chi sogghigna. Poi cala il silenzio. Qualcuno azzarda una sommessa protesta: “Ma dai, ma perché?”.

I non nati a Ravenna vengono spostati verso le finestre: fa freddo, sono aperte; gli altri possono stare al caldo accanto ai termosifoni. Silenzio per lunghi minuti. Finalmente il professore si decide a dare qualche spiegazione: “Chi di voi ha capito?”. Un po’ tutti fanno sì con la testa: “Ci ha fatto vivere cosa hanno provato gli ebrei quando sono stati separati dai loro compagni, quando sono stati deportati”. Una ragazza aggiunge: “Quando ha voluto che mi raccogliessi i capelli dietro, ho provato disagio, gli altri mi vedevano come io non voglio essere vista”. Un ragazzo, miope: “Senza occhiali non vedevo nulla”.

Il professore prosegue la “lezione”: “Voi, quelli che sono nati a Ravenna, perché non avete fiatato?”. Uno risponde: “Perché lei è il professore”. Baroncini incalza: “Se l’autorità commette qualcosa di atroce voi non dovete tacere. Succedeva cosi anche con le leggi razziali: alcuni avevano paura di esporsi pur riconoscendo che non erano giuste, altri hanno reagito con un atteggiamento superficiale”.

“Lezione” conclusa. L’insegnante spiega: “Ho potuto farlo perché c’è un rapporto di fiducia con questi alunni. Ho chiesto prima se se la sentivano di affrontare un esperimento. Due studentesse non hanno voluto e hanno solo assistito. Lo scopo era quello di introdurre il Giorno della Memoria, di arrivare a parlare della Shoah. Ma volevo che ci fosse un’emozione da cui partire per far seguire riflessioni profonde, non retoriche. Da questo senso di estraniamento, spogliandosi alcuni di ciò che li fa riconoscere in se stessi e gli altri guardando gli amici privarsi di quanto li rende riconoscibili, abbiamo cominciato il nostro lavoro sulla memoria”.

Ho poco da aggiungere a questa “lezione”. “Supplementi”, se così si può dire. “Huc pauci vestris adnavimus oris. Quod genus hoc hominum? Quaeve hunc tam barbara morem permittit patria? Hospitio prohibemur harenae; bella cient primaque vetant consistere terra. Si genus humanum et mortalia temnitis arma, at sperate deos memores fandi atque nefandi”.

“In pochi a nuoto arrivammo qui sulle vostre spiagge. Ma che razza di uomini è questa? Quale patria permette un costume così barbaro, che ci nega perfino l’ospitalità della sabbia; che ci dichiara guerra e ci vieta di posarci sulla vicina terra. Se non nel genere umano e nella fraternità tra le braccia mortali, credete almeno negli Dei, memori del giusto e dell’ingiusto”. (Virgilio, Eneide, libro 1, 538-543). Mai come ora, questi versi sono tragicamente attuali.

E ancora: “Coloro che non conoscono affatto la storia si espongono a che ricominci…” (Elie Wiesel); “È accaduto, quindi potrebbe accadere di nuovo…”(Primo Levi); “La memoria è necessaria; dobbiamo ricordare, visto che le cose che si dimenticano possono ritornare” (Mario Rigoni Stern); “Perdere il passato, significa perdere il futuro” (Wang Shu). Si potrebbe andare avanti a lungo, con le citazioni relative all’importanza, al valore, alla necessità della memoria e del ricordo. Come osserva Oscar Wilde (e per una volta non è un graffiante paradosso: “La memoria è il diario che ciascuno porta con sé”.

Dunque, memoria, ricordo; e – fondamentale presupposto – la conoscenza.

Conoscenza, ricordo, memoria di quello che è stato Auschwitz-Birkenau, e l’orrore delle decine e decine di lager concepiti e realizzati dalla follia nazista, ultimo “capitolo” di quel grande libro della vergogna che sono state le leggi antisemite volute da nazisti e fascisti e i loro epigoni. La tragedia delle persecuzioni patite dagli ebrei, dagli anni Trenta fino alla fine della seconda guerra mondiale: colpevoli solo e unicamente di essere ebrei; come altre minoranze, quali gli zingari, gli omosessuali, i “diversi” colpevoli solo e unicamente d’essere nati come erano nati; e per questo considerati “perversi”.

Nella sola Auschwitz-Birkenau, enorme “complesso” concentrazionario, costituito da tre lager principali, vengono uccisi un milione e centomila persone: simbolo visibile e concreto di un terribile passato.

Alla base di questo orrore un’ideologia razziale e antisemita che classifica le persone, e stabilisce chi ha diritto di vivere; chi deve essere considerato schiavo; chi “inutile”, deve morire.

Beati quegli studenti i cui insegnanti fanno conoscere e imparare a memoria i versi di una poesia di Joyce Lussu: “C’è un paio di scarpette rosse/numero ventiquattro/quasi nuove:/sulla suola interna si vede ancora la marca di fabbrica /‘Schulze Monaco’./C’è un paio di scarpette rosse/in cima a un mucchio di scarpette infantili/a Buckenwald/erano di un bambino di tre anni e mezzo/chi sa di che colore erano gli occhi/bruciati nei forni/ma il suo pianto lo possiamo immaginare/si sa come piangono i bambini/anche i suoi piedini li possiamo immaginare/scarpa numero ventiquattro/per l’eternità/perché i piedini dei bambini morti non crescono./C’è un paio di scarpette rosse/a Buckenwald/ quasi nuove/perché i piedini dei bambini morti/non consumano le suole”.

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