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Perché Guaidó non è “autoproclamato”, e il Venezuela non è il Cile del ’73

Una risposta dettagliata all'articolo di opinione di Andrea Pesce, contro la tesi troppo semplicistica del "colpo di stato"

di Tullio Cavalli

Nicolas Maduro e Juan Guaidó.

No, Juan Guaidó non è un Presidente autoproclamato. È il presidente dell’ Assemblea Nazionale (parlamento monocamerale), unico potere legalmente costituito e democraticamente eletto nel dicembre 2015 per il periodo 2016-2021. Queste elezioni diedero una strepitosa vittoria alla Mesa de la Unidad Democrática (MUD), principale movimento di opposizione al governo dell’allora presidente Nicolas Maduro, con 112 dei 167 deputati (56,2% dei voti). Si è trattato della prima vittoria elettorale dell’opposizione in 17 anni, nonostante le mosse unilaterali di Maduro per cambiare la carte in tavola

Scrivo in riferimento al pezzo di opinione apparso sulla Voce di New York qualche giorno fa e scritto da Andrea Pesce.

Innanzitutto, valori e concetti come democraticità, elezioni, legittimità popolare, diritti umani, non possono essere discussi senza affiancarne altri come salute pubblica, educazione, diritto al cibo, libertà economiche e tanti altri. Basarsi poi su una semplice tesi di colpo di stato o cospirazione internazionale di destra che ha permesso a Juan Guaidó di autoproclamarsi come Presidente appare ingenuo e poco attento al delicato contesto venezuelano.

Juan Guaidó non è un Presidente autoproclamato. È il presidente dell’ Assemblea Nazionale (parlamento monocamerale), unico potere legalmente costituito e democraticamente eletto nel dicembre 2015 per il periodo 2016-2021. Queste elezioni diedero una strepitosa vittoria alla Mesa de la Unidad Democrática (MUD), principale movimento di opposizione al governo dell’allora presidente Nicolas Maduro, con 112 dei 167 deputati (56,2% dei voti). Si è trattato della prima vittoria elettorale dell’opposizione in 17 anni.

Davanti alla crescente influenza di un Parlamento controllato dall’opposizione, Maduro si è difeso attraverso decisioni unilaterali prese dai massimi tribunali venezuelani come la Corte Costituzionale. Si tratta di istituzioni che non si rinnovano da oltre 5 anni con mandati già conclusi, come il Consiglio Nazionale Elettorale, strumento politico del governo incaricato di convocare e manipolare le elezioni in Venezuela.

Nel marzo 2017 scoppiano in Venezuela nuove e violente proteste contro il governo di Maduro, che fanno più di 200 morti e circa 2000 detenuti.  Il Governo inizia, così, un pressante e continuo lavoro per controllare e limitare le attività parlamentari, trasferendo i poteri di quest’ultimo ad altre istanze del governo, al punto di decretare unilateralmente una falsa e manipolata elezione, il 31 luglio 2017, per dar vita all’Assemblea Nazionale Costituente, un altro strumento politico creato per modificare il testo costituzionale e che immediatamente comincia a sostituire il Parlamento legalmente costituito.

Successivamente, il 23 gennaio del 2018, il Presidente di questa illegale Assemblea Costituente, Diosdado Cabello, braccio forte delle politiche estreme di Maduro, chiama unilateralmente a elezioni presidenziali per il 20 maggio 2018, anticipando di sette mesi la data originalmente stabilita per i primi giorni di dicembre 218. Queste elezioni sono illegali e molte sono le ragioni che lo dimostrano: l’eliminazione dei diritti politici di dirigenti e partiti dell’opposizione; l’esilio o il carcere per i maggiori esponenti sempre dell’opposizione; 30 giorni di tempo per effettuare le operazioni di registro elettorale dei nuovi votanti e cambio del seggio elettorale dei votanti lo stesso giorno delle elezioni, ostacolando così le operazioni di voto; mancanza di controllo di organizzazioni internazionali sulla regolarità dei procedimenti elettorali; coercizione sui votanti attraverso offerte di denaro e beni di consumo come premio; esclusione dal voto dei venezuelani all’estero; riduzione dei processi di verifica dei risultati. Come se non bastasse tutto questo, pochi giorni dopo le elezioni, la società Smarmatic, che ha realizzato le operazioni di voto in Venezuela dall’anno 2014, dichiara che i risultati non corrispondono con quelli ufficiali e si ritira dal Paese.

Tutti questi motivi espongono chiaramente l’illegalità dei risultati delle elezioni del 20 maggio 2018. È lo stesso Nicolás Maduro che si è appropriato illegalmente del potere il 10 gennaio 2019.

Dunque, riprendendo il discorso su Juan Guaidó, non lo si può considerare un Presidente autoproclamato. La legge è chiara, e questa indica che nel caso di mancanza del Presidente costituzionale, è il Presidente del Parlamento ad assumere il ruolo di Presidente incaricato di indire nuove elezioni in 30 giorni.

Il legame tra politica ed economia è molto stretto. Le ricchezze concentrate in Venezuela fanno molto gola alla politica del governo di Maduro, che costruisce complicate relazioni internazionali, espressioni di nuove tendenze della geopolitica mondiale.

Il Venezuela conta le più grandi riserve di petrolio del mondo nella fascia dell’Orinoco. Il così chiamato “arco minero” ha risorse di inquantificabile ricchezza, composte dai più svariati e preziosi minerali: oro, diamanti, uranio, coltan, ferro e bauxite. Il problema è proprio questo: l’ impossibilità di quantificare le nostre ricchezze mentre un Paese intero muore di fame, mentre le sue strutture e istituzioni sono in totale declino.

Ritornando alle prime righe dell’articolo, è giusto fermarsi un attimo sugli “interessi” in gioco per fare capire che questa volta, messi sulla bilancia, pesano verso la sinistra populista. Non è un caso il timido silenzio del Governo italiano dopo le generose offerte partite dal chavismo per la creazione del movimento pentastellare sin dal 2001, nei tempi in cui Casaleggio visitava spesso il Venezuela, una volta entrato nel circolo intimo di Hugo Chavez frequentato da tante superstars del Foro di Sao Paolo. Come non lo é neppure il chiasso che rimbomba dalla Spagna nella voce di Pablo Iglesias e del suo partito Podemos, finanziato dagli ideologi del denominato socialismo del ventunesimo secolo. E non parliamo degli interessi di Cuba, della Russia, della Cina, dell’Iran, e  più recentemente anche della Turchia. Quelli, sì che sono vox populi. Visibili e pericolosamente stabilitisi nel territorio venezuelano.

Proteste anti-Maduro, nel giorno in cui Juan Guaidó si è proclamato Presidente.

In quanto al paragone fatto tra Juan Guaidó con il coupe d’etat promosso in Cile da Augusto Pinochet nell’oramai lontano 1973, servirebbero troppe pagine per descrivere i dolorosi fatti condivisi con tanti cari amici cileni abbracciati a Caracas durante il loro esilio negli anni ottanta. Questi fatti, però, non hanno niente a che vedere con quelli venezuelani. Parliamo, invece, di dati certi come quelli emanati dall’Observatorio Venezolano de la Violencia (OVV), che dovrebbero fare tremare la presidenza e le coscienze di tanti altri complici interessati a mantere Maduro al potere. Le cifre parlano da sole e fanno paura: 5.535 morti di oppositori assassinati dalle forze di polizia e militari durante i democratici governi di Hugo Chávez e Nicolás Maduro. E di questi, 26 si contano dal 22 di gennaio.

Oramai sono esageratamente troppe le vittime, tra i quali anche italiani e italici, che fanno parte dell’importante comunità italo-venezuelana. La tesi della cosiddetta Guerra Economica – potente strumento di propaganda creato dal G3 made in Havana – che colpevolizza gli americani e i loro alleati capitalisti della crisi venezuelana non sta in piedi. La colpa sta nel continuo svaligiamento di tutte le ricchezze del Venezuela da parte di questo Governo, che nel frattempo ha intessuto un pericoloso intreccio con criminali e mafie occulte.

Allora, per concludere, l’autoproclamazione non è quella di Juan Guaidó, ma quella di tutti i venezuelani che hanno detto basta!

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