Cerca

Primo PianoPrimo Piano

Commenti: Vai ai commenti

Quegli italo-venezuelani traditi da Roma e un Venezuela che non si rassegna al baratro

Reportage da Caracas nei giorni in cui il Governo italiano si è rifiutato di riconoscere Guaidó e la crisi politica, economica e umanitaria prosegue

Francesca Terrera (left) demanding the Italian government’s support at the opposition rally.

55 anni dopo essere arrivata nella terra che la accolse a braccia aperte, Franca è delusa dalla posizione adottata dal Governo italiano nel corso della crisi politica che il Venezuela sta affrontando dallo scorso gennaio. "Come immigrata italiana, mi sento tradita. Sento di non avere patria, perché l'Italia non supporta i connazionali che attualmente vivono in Venezuela", confessa la 73enne

Traduzione di Giulia Pozzi

Il tricolore venezuelano non era l’unica bandiera che sventolava per le strade di Caracas nella marcia di sabato scorso. Anche il verde, il bianco e il rosso della bandiera italiana spiccavano in mezzo alle centinaia di migliaia di manifestanti accorsi a protestare, rispondendo all’invito del presidente ad interim, Juan Guaidó.

“Chiedo al governo italiano di riconoscere il nostro presidente ad interim Juan Guaidó”, chiedeva un piccolo striscione realizzato a mano da Francesca Terrera, nel bel mezzo di una folla che sventolava bandiere del Venezuela. Nonna “Franca”, come la chiama sua nipote, ha ben impresso nella sua memoria il giorno in cui arrivò nel Paese dell’America Latina: era il 19 marzo 1963.

55 anni dopo essere arrivata nella terra che la accolse a braccia aperte, Franca è delusa dalla posizione adottata dal Governo italiano nel corso della crisi politica che il Venezuela sta affrontando dallo scorso gennaio. “Come immigrata italiana, mi sento tradita. Sento di non avere patria, perché l’Italia non supporta i connazionali che attualmente vivono in Venezuela”, confessa la 73enne.

A una settimana da quando il leader dell’Assemblea Nazionale, controllata dall’opposizione, ha prestato giuramento come presidente ad interim del Venezuela di fronte a migliaia di persone nell’affollatissima marcia del 23 gennaio, il Governo italiano ancora non riconosce Guaidó. Nonostante il fatto che lo stesso Parlamento Europeo e molti Paesi dell’UE lo abbiano già fatto.

Dopo che l’Europa ha concesso un ultimatum di 8 giorni a Nicolàs Maduro perché convochi elezioni libere e trasparenti, infatti, il primo ministro italiano Giuseppe Conte ha avvertito la comunità internazionale che “non è prudente” supportare una delle parti del conflitto venezuelano. Il premier ha anche affermato che adottare un atteggiamento “invasivo” potrebbe causare soltanto ulteriore divisione nello scenario globale.

Due giorni dopo, il vicepresidente del Governo italiano, nonché leader del Movimento Cinque Stelle, Luigi Di Maio, si è a sua volta rifiutato di schierarsi a favore di una parte e ha insistito sul fatto che il Governo non riconosce Guaidó come presidente perché “non è stato eletto dal popolo”, ma neppure Nicolàs Maduro.

“Il cambiamento deve essere deciso dai cittadini venezuelani. Noi stiamo al fianco della democrazia e, per questo, dobbiamo creare tutte le condizioni a favore di nuove elezioni democratiche”, ha spiegato Di Maio, commentando l’astensione degli eurodeputati di Lega e Cinque Stelle, i partiti al Governo, in occasione del voto a Strasburgo.

La posizione del Paese europeo sulla crisi venezuelana è stata ampiamente rigettata dalla comunità italo-venezuelana nello Stato sudamericano, dove l’ambasciata italiana stima risiedano circa due milioni di discendenti di italiani.

“Come italo-venezuelana, chiedo che l’Italia ci supporti nel mezzo della crisi che stiamo affrontando. Chiediamo il sostegno di tutti i Paesi”, ha detto Liliana Capobianco, partecipando alla manifestazione dell’opposizione sabato.

Franca e i suoi familiari sono tra coloro che condannano la posizione dell’Italia. Suo marito, Antonio Testa, è stato il primo membro della sua famiglia a emigrare nel Paese. Arrivò in Venezuela nel 1955, in cerca di fortuna dopo essere fuggito dal Belpaese, devastato dalla guerra.

“Quando sono arrivato in Venezuela, avevo 19 anni. Sono venuto da solo, senza soldi o lavoro. Ho vissuto a casa di un amico di mio padre per quattro anni. Volevo tornare in Italia, ma a poco a poco sono riuscito ad andare avanti”, ricorda Antonio, che ha lasciato il piccolo villaggio natale di Iesi, Campobasso, per le frenetiche strade di Caracas.

A quel tempo, il Venezuela viveva sotto la dittatura militare di Marcos Pérez Jiménez e le libertà politiche erano limitate. Ad ogni modo, la vita dei venezuelani era ben lontana da quella che sarebbe stata nel 2019. Dopo la scoperta delle riserve di petrolio all’inizio del ventesimo secolo, il Paese ha infatti cominciato ad essere costruito sui proventi dell’oro nero. 

Negli anni ’50, mente il Vecchio Continente lottava per riprendersi dalla Seconda Guerra Mondiale, l’economia venezuelana assestava performance stellari. Nel 1950, è divenuta la quarta più ricca al mondo, persino al di sopra di quella canadese, all’epoca al sesto posto.

Eppure, l’eccessiva dipendenza dalla vendita di petrolio e le impervie misure economiche intraprese negli ultimi 20 anni hanno fatto sì che il Venezuela toccasse il fondo. E dato che la Banca Centrale, istituzione controllata dall’amministrazione Maduro, ha smesso di pubblicare i dati sull’inflazione nel 2015, l’Assemblea Nazionale si è assunta l’impegno di rendere pubblici rapporti mensili.

Nel suo ultimo report, del dicembre 2018 e pubblicato a gennaio 2019, il Parlamento ha registrato un tasso di inflazione giornaliero del 3%, equivalente al tasso di inflazione annuale della Colombia nel 2018.

L’Assemblea Nazionale ha anche reso noto che l’inflazione annua in Venezuela era pari all’1,698.488%. Il dato pare allarmante, ma le proiezioni fatte dal Fondo Monetario Internazionale per il 2019 sono ancora più scioccanti: 10,000,000%.

Antonio Testa ricorda che erano tempi molto più facili e prosperi, quando per la prima volta arrivò nel Paese del Sud America. “Lavoravo con pale e picconi nell’edilizia statale. Guadagnavo allora 12 Bolivares, il salario minimo. Il denaro aveva valore. Con il mio salario, ho restituito a mio padre i soldi che mi aveva prestato per venire in Venezuela”, ricorda.

Poi, è diventato un muratore, e a poco a poco, racconta, ha potuto permettersi una macchina, un ufficio, e, molto più tardi, un appartamento. Ora ha 82 anni e non può godersi la pensione.

Il razionamento dell’acqua è diventata la regola a Santa Monica, il quartiere operaio dove Antonio vive a Caracas. L’uomo deve anche appoggiarsi ai membri della sua famiglia rimasti in Italia per ricevere i farmaci anti-ipertensivi e prostatici di cui ha bisogno quotidianamente.

Le proteste per la mancanza di servizi e di farmaci si sono intensificate a Caracas negli anni passati. Anche negli ospedali venezuelani il servizio di base è diventato una rarità.

Secondo un sondaggio della ONG Medicos por la Salud, su 40 ospedali monitorati nel Paese, il 70% ha registrato interruzioni nelle forniture d’acqua. D’altra parte, la Federazione Farmaceutica Venezuelana (Fefarven in spagnolo) ha reso noto una carenza di medicinali dell’85% all’inizio del 2019.

Guaidó ha annunciato sabato che gli aiuti umanitari mandati dagli USA arriveranno nei punti di raccolta installati in Colombia, Brasile e nelle isole ABC.

Il ritorno della speranza

Gabriela Testa ha 21 anni ed è di origini italiane. Rappresenta la terza generazione della famiglia cresciuta in Venezuela e sta pensando di trasferirsi presto in Italia.

Secondo l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM), nel 2017 il nostro Paese era tra le destinazioni più popolari per i venezuelani, con un totale di 49.831 emigrati. Oggi, mentre l’esodo continua, si pensa che il numero stia crescendo.

Come molti giovani venezuelani, Gabriela teme di “sacrificare la sua giovinezza” in un Paese dove non vede miglioramenti dal punto di vista politico ed economico. Eppure, la mossa dell’opposizione sembra aver rinvigorito le speranze di molti venezuelani.

Euforia e fiducia hanno riempito le strade di Caracas un’altra volta dalle proteste politiche che hanno scosso il Paese nel 2017, e che sono terminate con l’Assemblea Costituente di Maduro. Il volto fresco di  Guaidó e il sostegno della comunità internazionale hanno incoraggiato migliaia di persone a protestare contro l’attuale regime e a mostrare il proprio supporto al leader dell’opposizione.

“Sono venuta oggi perché voglio la libertà. I miei figli hanno già lasciato il Paese e sono da sola. Mi affido a Dio e non ho paura”, afferma Gladys Ibanez, una donna di 70 anni incontrata nella manifestazione dell’opposizione.

Gladys (a sinistra) ha raccontato di essere scesa in piazza sabato perché vuole invecchiare tranquillamente. “Non voglio soffrire più a causa della mancanza di cibo o medicinali”, ha affermato.

Diego è parte della diaspora venezuelana in Spagna, un Paese che ha accolto più di 200mila migranti nel 2017. La mancanza di opportunità ha spinto lo studente di informatica 24enne ad abbandonare la sua patria e tentare la fortuna in un nuovo orizzonte.

Nonostante ciò, come molti che vivono all’estero, sta seguendo la situazione in Venezuela con grande apprensione. “Temo che le persone non impareranno la lezione e che continueremo a fare gli stessi errori ancora”, racconta.

Tuttavia, Diego resta speranzoso dopo il giuramento di Guaidó. “Ho molta fiducia. Guaidó non sarà un messia o un dio, e neppure lo sarà il presidente che verrà dopo di lui. Ma spero che implementerà politiche che aiuteranno a sistemare l’economia e a promuovere maggiori opportunità”, afferma Diego dal suo attuale appartamento a Madrid.

L’opposizione ha occupato la parte orientale di Caracas mentre il chavismo marciava dall’altra parte della città per commemorare il 20esimo anniversario dell’inizio della presidenza di Hugo Chavez nel 1998.

Guaidó ha parlato alle Forze Armate e ha chiesto ai soldati di consentire l’entrata degli aiuti umanitari nel Paese. “350mila venezuelani sono a rischio per malnutrizione e mancanza di medicinali”, ha ricordato.

Anche i supporter di Maduro cercano un cambiamento nel Paese, sprofondato in una crisi economica e con un sistema sanitario al collasso. Maria Luisa Quinta, 77enne in pensione, è tra questi. Maria Luisa ha votato a favore della rivoluzione chavista dalla prima elezione di Hugo Chavez nel 1998, ma di recente la sua famiglia è stata colpita da vicino dall’assenza di chemioterapia negli ospedali.

Il 10 gennaio, suo nipote, di soli 11 mesi, è morto di cancro. La sua famiglia è riuscita a ottenere le terapie per il bambino con il supporto di altre istituzioni statali, ma Maria in prima persona ha sofferto le conseguenze della mancanza di medicinali. “Vivevamo in una bolla, sempre preoccupati su dove avremmo trovato da mangiare o per i prezzi altissimi. Non abbiamo mai pensato che potesse capitarci una cosa così”, racconta la donna, che vive nel quartiere povero di Lomas de Urdaneta, nella parte meridionale di Caracas.

In ogni caso, Maria è rimasta fedele a Maduro, nonostante riconosca che l’attuale amministrazione non abbia fatto abbastanza per combattere l’aumento dei prezzi e la mancanza di forniture per gli ospedali.

“Penso che quello che Guaidó sta facendo non sia costituzionale. Supporterei un nuovo processo negoziale, ma con rappresentanti che davvero si facciano promotori degli interessi del popolo, e non solo di quelli particolari”, afferma.

Maria, che ha partecipato alla manifestazione di Maduro lo scorso sabato, dichiara di essere preoccupata a proposito di un possibile intervento militare, ma sarebbe invece a favore dell’entrata nel Paese di aiuti umanitari, purché a condizioni chiare.

“Penso sarebbe una buona cosa, ma non con un intervento, pallottole o guerre. Sarebbe positivo se si portassero medicine alle persone che ne hanno davvero bisogno”, dichiara la sostenitrice di Maduro.

“Continuo a sostenere il Governo perché non penso che Maduro sia stato l’unico a sbagliare, ma non starà al potere per sempre. Chiunque sia presidente, Maduro, Guaidó o un altro leader dell’opposizione, deve mettere da parte la mentalità individualistica. Quella persona deve fare della sanità, del cibo e dell’educazione le sue priorità”, sottolinea Maria.

Iscriviti alla nostra newsletter / Subscribe to our newsletter