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L’Italia in balia di Di Maio e Salvini? La Storia la fanno Washington e Mosca

Intervista ad Achille Albonetti, direttore della prestigiosa rivista "Affari Esteri", già tra i consiglieri politici più addentro alle “segrete cose”

Achille Albonetti.

«Washington, Mosca, Pechino. Questa è la Storia. Che deve anche sempre tener conto, piaccia o non piaccia, della deterrenza nucleare. Con un occhio all’incerto futuro dell’Unione Europea e al ruolo in via di mutamento che, nonostante le critiche, continueranno ad avere le Nazioni Unite. Questa è la Storia da seguire», ci spiega Albonetti

«Ma no! Perché parlare di Luigi Di Maio o Matteo Salvini? Le questioni importanti sono altre. La Storia che conta è ben diversa: passa ancora tra Washington e Mosca e, semmai, Pechino». Già, la Storia: quella con la Esse maiuscola. E a parlare con Achille Albonetti si ha davvero l’impressione di parlare con la Storia. Perché a 92 anni appena compiuti («Nato sotto il segno dell’Acquario, il migliore» ride) l’ultimo testimone e membro della squadra italiana che, nel 1957, firmò il Trattato di Roma istituente la Comunità Economica Europea, legge ancora con realistica lucidità e con grande visione la trama dei processi e degli incerti equilibri internazionali.

1957: Trattato di Roma (Albonetti indicato dalla freccia).

Dopo essere stato per decenni uno dei manager pubblici e consiglieri politici più addentro alle “segrete cose” (la sua ricchissima biografia professionale è troppo lunga: chi fosse interessato la trova in Rete), oggi dirige Affari Esteri, di sicuro assieme a Limes la più prestigiosa rivista di politica internazionale pubblicata in Italia. Nelle cui pagine, nel prossimo numero, pubblicherà la lunga lettera che ha appena scritto al Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella: 24 stringati ma precisi paragrafi numerati uno per uno (è il suo particolarissimo stile grafico: «tanto per essere chiari») per chiedere delucidazioni sulla politica estera e di difesa dell’Italia. Normale corrispondenza per Albonetti che, il venerdì sera, in una saletta riservata del Circolo del Ministero degli Affari Esteri coordina sempre un seguitissimo ed esclusivo tavolo di politica estera.

D’accordo: Di Maio e Salvini saranno pure personaggi secondari…
«Lo ripeto: Washington, Mosca, Pechino. Questa è la Storia. Che deve anche sempre tener conto, piaccia o non piaccia, della deterrenza nucleare. Con un occhio all’incerto futuro dell’Unione Europea e al ruolo in via di mutamento che, nonostante le critiche, continueranno ad avere le Nazioni Unite. Questa è la Storia da seguire».

Va bene, ma prima, per favore, parliamo un attimo di Salvini e Di Maio? Attualmente sono alla guida dell’Italia: con i risultati che abbiamo sotto gli occhi. Stanno provocando una incredibile crisi diplomatica con un alleato storico e prezioso come la Francia. Hanno portato l’Italia all’ultimo posto nella classifica europea della crescita del Pil, superando per la prima volta al ribasso quel Portogallo e quella Grecia che finora erano stati i consueti fanalini di coda. E  intanto – non sarà un caso – lo spread arriva a 300…
«Sono cose che non mi impressionano. I due del governo gialloverde ci hanno abituato ai loro attacchi contro tutti: dall’Unione Europea agli USA. Uno dei due va persino a incontrare il sovranista nazionalista ungherese Orban. E litigano pure tra di loro: basta vedere le posizioni opposte sulla crisi venezuelana. Un loro sottosegretario agli Esteri, il grillino Manlio Di Stefano, attacca tranquillamente il suo ministro, Enzo Moavero Milanesi, e visto che c’è anche lo stesso Capo dello Stato, Sergio Mattarella. La Francia? Parigi non può accettare che un vice premier di un altro Paese vada ad incontrare i contestatori dei cosiddetti gilet gialli. E poi ci sono le continue incertezze e ripensamenti italiani sulla TAV, il treno ad alta velocità tra Lione e Torino. Ma in realtà queste sono tutte manovre, anche in vista delle elezioni europee di maggio. Non va dimenticato, comunque, che i due partiti – Movimento 5 Stelle e Lega – sono stati legalmente eletti e, nonostante un certo calo dei Cinque Stelle, confermato ora dai risultati delle Regionali in Abruzzo, possono puntare al 60 per cento. Semmai, c’è da dire che a Salvini forse non conviene più la coabitazione. Potrebbe decidere di far esplodere ufficialmente la crisi, andando magari a votare sempre a maggio anche per le elezioni nazionali. Il ruolo di vicepremier gli sta stretto. E il calo del partner del contratto di governo potrebbe danneggiare anche lui, se non si libera in tempo. È probabile che si allei nuovamente con Berlusconi e così, strada facendo, diventi più moderato».

Ma un osservatore di lunghissimo corso come Lei, aveva mai visto una situazione caotica e sconcertante come questa?
«Vuole una lista ridotta all’osso? Il delitto Moro. L’allarme “rosso” negli anni Settanta per l’avvicinarsi del partito comunista italiano alla stanza dei bottoni. Gli otto anni di scontro durissimo sulla ratifica del trattato di non proliferazione nucleare con PCI, PSI e PRI – con dietro Stati Uniti e Unione Sovietica che volevano la ratifica – e la Democrazia Cristiana, appoggiata dalla Germania, che si opponeva. E poi:  la crisi dei missili a Cuba. Il crollo dell’Unione Sovietica e del muro di Berlino… Sì, direi che ne ho viste di ben altre».

E in questo caos attuale l’Unione Europea non ha strumenti di difesa?
«L’Unione Europea, così com’è, è finita. Non si può pensare a una unione tra 28 Paesi, di cui 19 con l’euro e gli altri no. Nel frattempo ognuno comincia ad andare per la sua strada, non c’è soltanto la Brexit di Londra. C’è il Gruppo di Visegrad, quei quattro Paesi dell’Europa centrale – Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia – che ufficialmente si sono messi insieme “per promuovere l’integrazione degli Stati nell’Unione Europea”, ma in realtà danno segnali che potrebbero andare per conto loro o quasi. È all’interno della stessa Unione che si stanno creando nuove e più ristrette collaborazioni. Prima fra tutte quella a tre tra Francia, Germania e Gran Bretagna, finalizzata alla formazione di un deterrente atomico comune..».

È l’argomento chiave attorno a cui ruota la lettera che Lei ha appena scritto al Presidente Mattarella…
«Già. L’Italia che fino ad adesso aveva comunque avuto una propria politica estera, non sempre lineare – anzi spesso ondivaga e ritornante sui propri passi tra l’irritato sconcerto degli alleati, ma comunque in un qualche modo l’aveva – ora non sembra davvero avere più una politica estera di alcun genere. E lo si vede in materia militare, per esempio. In particolare: militare nucleare. Tra Parigi e Londra nel 2010 sono stati firmati ben due trattati che prevedono un’ampia collaborazione militare e un’intesa tra i rispettivi settori nucleari. E poi, qualche giorno fa, il 22 gennaio, Francia e Germania per celebrare il 55esimo anniversario del Trattato dell’Eliseo per la collaborazione franco-tedesca hanno firmato ad Aquisgrana un nuovo Trattato dell’Eliseo il cui punto centrale è la “stretta cooperazione in materia di politica estera e di politica di difesa”».

Italia completamente fuori dai giochi, quindi?
«Mi domando, per esempio – e lo chiedo nella mia lettera – che fine abbia fatto il cosiddetto Patto del Quirinale proposto nel gennaio 2018 dalla Francia all’Italia. Certo, ora con l’affaire dei gilet gialli e dell’ingerenza del vice premier Luigi Di Maio, la domanda può apparire retorica. Ma il Patto era stato comunque proposto da Parigi. Insomma nella mia lettera al Capo dello Stato faccio un appello, che ritengo opportuno e doveroso, affinché il Consiglio Supremo di Difesa, presieduto proprio da Mattarella, “approfondisca con urgenza” questi temi analizzando, tra l’altro, le conseguenze del nuovo Trattato dell’Eliseo firmato ad Aquisgrana tra Francia e Germania. Domando, insomma, se sono state previste le necessarie iniziative da parte dell’Italia».

Francia e Germania sempre più in stretta sintonia, con l’Italia messa da parte?
«E c’è anche l’annosa questione del balletto attorno al seggio permanente al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. La Germania aveva già provato anni fa ad ottenerlo. All’epoca – era il 1998 – a bloccare tutto fu l’azione diplomatica di un nostro bravissimo ambasciatore,  Francesco Paolo Fulci, che attivò un gruppo di Paesi riuniti nel cosiddetto Coffee Club riuscendo a fermare le aspirazioni tedesche. Ora, però, in occasione della recentissima firma del nuovo Trattato dell’Eliseo, il Presidente della Repubblica francese, Macron, ha affermato che “la Francia appoggerà la richiesta della Germania di far parte, a titolo permanente, del Consiglio di Sicurezza”. E, curiosamente, la stampa italiana ne ha parlato poco. Qualche articolo sul Corriere della Sera e poco più. In precedenza, invece, la Germania aveva chiesto alla Francia di rinunciare al proprio seggio in favore di un seggio permanente e innovativo destinato all’Unione Europeo. Credo, peraltro, che la proposta Macron sia solo strumentale, uno “specchietto per le allodole” nei confronti della Germania che non porterà a nulla: a opporsi saranno Washington, Mosca e Pechino e la cosa non si farà. Comunque, come si vede, il balletto continua. Ma, quali che siano i nuovi passi di danza, l’Italia ne sembra esclusa».

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