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Guy Verhofstadt ha centrato il punto dolente e ammetterlo non è anti-italiano

Al di là del "burattino" a Conte, il discorso del politico belga, che pure può essere criticabile, merita di essere analizzato a fondo

Io sono contrario alla difesa a spada tratta di tutto ciò che è italiano solo perché italiano. Vogliamo ancora costruire l’Europa? Lo vogliamo davvero, o solo quando ci commuoviamo perché un giovane giornalista – parlo del povero Antonio Megalizzi – viene ucciso da un estremista islamico? Allora impariamo a ragionare prima come europei, poi come cittadini dei singoli stati membri. Altrimenti, siamo sempre punto e a capo

Guy Verhofstadt, il politico belga che capeggia l’Alde, l’Alleanza dei democratici e dei liberali per l’Europa, è criticabile fin che si vuole, ma riguardo al duro attacco che ha portato al premier italiano Giuseppe Conte in un europarlamento semideserto, bisognerebbe entrare nel merito, non fermarsi alla parola “burattino”. Io sono contrario alla difesa a spada tratta di tutto ciò che è italiano solo perché italiano. Vogliamo ancora costruire l’Europa? Lo vogliamo davvero, o solo quando ci commuoviamo perché un giovane giornalista – parlo del povero Antonio Megalizzi – viene ucciso da un estremista islamico? Allora impariamo a ragionare prima come europei, poi come cittadini dei singoli stati membri. Altrimenti, siamo sempre punto e a capo.

Verhofstadt ha un passato ultraliberista e “tatcheriano”, anche se col tempo si è moderato. Nel 2017 ha cercato di aprire il suo gruppo ai Cinque Stelle, che sono tutto fuorché liberisti, e gli è andata male. Può darsi che ci sia anche questo nel suo astio nei confronti dell’attuale governo italiano. Ma, ripeto, vediamo cosa ha detto effettivamente.

Innanzitutto, certo: ha detto, in chiusura del suo discorso, che Conte è un burattino nelle mani di Salvini e Di Maio. L’espressione è infelice, anche se al Parlamento europeo si è sentito di peggio. Ma non ha detto solo questo. Nel suo discorso, pronunciato in un italiano non impeccabile ma comprensibile, dopo avere elogiato la civiltà italiana (essenzialmente, il nostro passato), ha mosso al governo, rappresentato dal presidente del Consiglio, quattro critiche precise.

La prima riguarda la politica estera: Verhofstadt ha detto che l’Italia è succube di Putin e per questo, in merito alla crisi venezuelana, non ha votato a favore di Gerardo Guaidó Márquez, rompendo il fronte comune europeo contro Maduro. Questa è l’unica critica che mi sembra poco condivisibile, semplicemente perché l’Europa  non ha una politica estera. La politica estera europea è ancora la politica dei singoli stati. La prova più evidente l’abbiamo avuta in Libia. Non mi pare che l’Italia possa essere stigmatizzata da nessuno, se non all’interno di una discussione più ampia, quella che forse lo stesso Verhofstadt vorrebbe, avendo accennato nel suo discorso alla necessità di superare il voto unanime (cosa di cui ha parlato recentemente anche Juncker).

Vediamo le altre tre critiche, però. La prima: Verhofstadt dice che Salvini è molto bravo a chiudere i porti per non far sbarcare gli immigrati ma al tempo stesso si oppone, incomprensibilmente, alla revisione dell’accordo di Dublino. Questo è verissimo: l’Italia si è opposta, lo scorso anno, all’ipotesi di revisione dell’accordo, che disciplina a livello europeo il tema dell’accoglienza, anche se sarebbe nel suo interesse fare il contrario, visto che quell’accordo stabilisce in sostanza che i migranti debbano essere registrati e accolti nel primo paese in cui approdano. Perché lo ha fatto? Solo per non dispiacere agli alleati sovranisti, cioè al gruppo di Visegrad? È vero che la proposta della Bulgaria, che all’epoca aveva la presidenza Ue, era stata criticata anche da Gentiloni. Ma da qui ad esultare per la sua bocciatura, come ha fatto Salvini, ce ne corre. Però, se Salvini aveva in mente semplicemente la chiusura dei porti, e al diavolo tutto il resto, allora tutto torna. Tranne, naturalmente, la possibilità residua di impostare una politica comune, più equa e più giusta per tutti (sulla necessità di rivedere Dublino si è espresso persino Soros, che è come noto il babau dei sovranisti).

La seconda critica riguarda l’economia. Il governo Italiano non avrebbe un’idea per lo sviluppo economico del Paese. Mi pare difficile contestarlo. Abbiamo visto le misure contro i migranti, abbiamo visto delinearsi il reddito di cittadinanza e ora anche una sorta di federalismo limitato (a tre regioni del Nord), ma in questi mesi non abbiamo mai sentito parlare di sviluppo, lavoro, ricerca, infrastrutture e quant’altro (se non in maniera generalmente negativa, come a proposito della Tav). Sia come sia, tutte le previsioni fatte sulla crescita futura dell’Italia sono negative.

Terza critica: Di Maio è andato in Francia a stringere le mani all’ala dura dei Gillet Gialli, che da settimane stanno mettendo in croce il Governo. Anche questo, non può certo essere contestato. Immaginiamo cosa succederebbe se un ministro francese andasse ad esprimere la sua solidarietà – poniamo – agli anarchici che la settimana scorsa hanno messo a ferro e fuoco Torino.

In chiusura Verhofstadt ha esortato Conte a prendere ad esempio altri politici italiani, che a suo parere sono o sono stati veri europeisti. Ha citato Spinelli, ha citato Napolitano, ha citato anche Emma Bonino, che ha definito un’amica. Non ha citato De Gasperi, forse il più grande dei costruttori d’Europa italiani, quello che addirittura all’inizio degli anni 50 aveva immaginato un progetto di difesa europea comune. Ma tant’è. Nessuno è perfetto.

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