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La grazia di Mattarella: va contemplata, per far prevalere la civiltà contro la barbarie

Riflessioni sul messaggio di giustizia dopo la grazia concessa dal Presidente della Repubblica a tre condannati di omicidio

Il Presidente Sergio Mattarella in occasione dell'inaugurazione dell'Anno Giudiziario della Corte dei Conti (foto di Francesco Ammendola - Ufficio per la Stampa e la Comunicazione della Presidenza della Repubblica)

Luminosa come un cavaliere generoso, risuona di sé quella parola, e ci richiama alla sua altezza: “Grazia”. Che non è perdono...

La decisione del Presidente Mattarella, di concedere la grazia a tre condannati, per altrettanti omicidi, si può registrare, osservare o contemplare.

La registriamo, se diciamo che è stata esercitata una prerogativa prevista dalla Costituzione: eccezionale, perché pone nel nulla gli effetti di un accertamento giurisdizionale, definitivo e fondato (altrimenti, sarebbe un rimedio ad un errore, come la Revisione, per esempio); e personale, perché, seppure di ispirazione clemenziale come l’amnistia, tuttavia, riguarda non categorie astratte di reati, ma singoli e concreti reati.

La osserviamo, se ci soffermiamo a considerare l’età dei graziati: sulla soglia fra gli ottanta e i novant’anni. Il perimetro familiare dei fatti: il padre uccide il figlio tossicodipendente, in un caso; il marito, la moglie malata di Alzheimer, negli altri. La misura della pena inflitta (4 anni, 6 anni e 8 mesi, 7 anni e 8 mesi, rispettivamente), piuttosto mite, dato che il reato di omicidio prevederebbe una pena minima di ventun’anni di reclusione. E quella della pena ancora da espiare, (tre anni e sei mesi, cinque anni e sei mesi, cinque anni e otto mesi), pur’essa ridotta.

Ma se ci spingiamo appena oltre questo sguardo fugace, volendo, possiamo almeno tentare di immaginare quel marito, quella moglie.

Vite scavate da sofferenze mute, lunghe, solitarie. Un amore che si intenerisce mentre si arma. Una pietà che si annulla sublimandosi, e si sublima annullandosi: infliggendo e ricevendo una morte che plachi, come un dono resosi privazione, e, insieme, un togliere che dà. Un grumo di fili spezzati, celati ad ogni ordine.

O possiamo tentare di immaginare quel padre, quel figlio.

E una tortura scandita da uno stillicidio di paure e di strappi, di urla, di pianti, di maledizioni, di speranze, di delusioni; di vite che potevano essere e non furono; di rimorsi che hanno scalzato l’orgoglio di aver generato. Aiuti vani, e fattisi complici. L’impotenza che succede a sé stessa, senza requie. La vergogna di sentirsi incapaci. La rinuncia finale e radicale ad essere uomo, datore di vita, nello stesso istante che una vita perduta disperatamente invoca.

Possiamo solo tentare, però, mentre osserviamo. E poi ritrarci. Noi, qui, non sapremo mai: e mai realmente intenderemo, mai capiremo. Perché non si può realmente capire, afferrare, con l’anima e la ragione, un simile tumulto di insanati, indicibili conflitti; il limite dell’uomo vissuto in ogni istante, con ogni fibra, e irriscattabile, se non sostituendo strazio a strazio, buio a buio.

Capire. Comprendere.

Ma poi arriva una parola, un’idea, un gesto che, se non può parlare a quei cuori; se non può certo restituire il tempo, il sentimento, la carezze che ci furono, gli sguardi e i sentimenti così implacabilmente percossi e provati, una cosa la può fare.

Può parlare a noi. A noi che osserviamo e non capiamo una tragedia insuperabilmente altrui: ma possiamo almeno intendere il riflesso di una mano che, per tutti, solleva oltre l’angustia della punizione terrena, legittima quanto grossolana, ultronea, goffamente fuori posto. E che si doveva punire, di più?

Eccola: ora, luminosa come un cavaliere generoso, risuona di sé quella parola, e ci richiama alla sua altezza: “Grazia”. Che non è perdono. Il perdono congiunge, ricongiunge uomo a uomo: vittima e carnefice che si riconoscono nella loro finitezza, e decidono di rinunciare al sentimento della vendetta, della retribuzione del dolore con altro dolore. Atto privato, misterioso, intimo.

Grazia, “l’istituto della grazia”, emancipati da ogni miopia letteralistica, possiamo ascoltarlo, invece, come strumento della comunità che si riconcilia con “l’offesa al suo ordinamento”. Ascoltarla mentre afferma, formalmente, nella solennità di un decreto della sua più Alta Carica, che la Repubblica può negare, nega, valore assoluto alla sanzione penale.

E’ il diritto che si supera, è l’urto con la società sublimato nella pace. Ecco, una grazia colta mentre educa alla potenza della mitezza, va contemplata.

Contemplata, mentre indica la via opposta alla canea di turbe ingorde di patiboli: infami legislatori che deturpano lo scranno della sovranità popolare, inneggiando al canglore liquidatorio delle manette, alla sozza ombra della purga, all’infamia del mimo totalitario.

Contemplata, la grazia, mentre si staglia agli antipodi della miseria feroce e burocratica con cui, ad un bimbo di quattro anni, si è negata la presenza e il conforto del padre detenuto; lasciando il bambino, che il padre aveva chiesto, impaurito di fronte ad un esame che è un intervento, per lui null’altro che l’invasione del suo corpicino: giusto due ore si erano chieste, giusto il tempo di placare una paura innocente.

Va contemplata, la grazia: mentre ammonisce che la soglia penale è soglia di reversibile sofferenza; spazio da contenere e ridurre; segmento di una momentanea regressione barbarica, la detenzione, che pare necessaria solo per incapacità di perseguire un’opposta necessità: di libertà, di composizione dialogica, di educazione; e, dunque, la contempliamo, la grazia, mentre impartisce la sconfessione più lampante alla foia, vile e animalesca, che vorrebbe imputati i fanciulli, già a partire da dodici anni.

Rendiamo lode alla grazia, dunque. E alla civiltà.

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