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Orrore a Catania: quell’ora di violenza interminabile e di un’umanità in stand-by

Vittima dello stupro perpetrato da tre ventenni, una ragazza americana, arrivata in Italia per fare l'au pair: inascoltate le sue richieste d'aiuto

Un paio di scarpe rosse, divenute simbolo contro la violenza sulle donne

Quando uno stupro avviene, si parla sempre troppo poco di quel che sta in mezzo, fra chi inneggia al linciaggio delle bestie e chi insinua dubbi sulla veridicità o sul comportamento delle donne vittime. Perché, tra chi chiede più repressione e chi alimenta il cosiddetto victim-blaming, c’è un problema di fondo che tale rimane. Quello della diseducazione o ineducazione alla relazione con l’altro sesso
Era arrivata in Italia dagli Stati Uniti, per lavorare come au pair. Diciannove anni appena, da tre mesi viveva in casa della famiglia catanese che l’aveva accolta. Finché una sera al bar non ha incrociato gli sguardi di tre ragazzotti palestrati e spavaldi.
E’ un venerdì come tanti altri, quello del 15 marzo. Di giovani che si riuniscono per le vie e i locali del centro, nell’aria di una primavera incipiente. La ragazza chiacchiera con i tre che l’avvicinano, beve qualche bicchiere che gentilmente le viene offerto. Poi viene convinta con l’inganno a spostarsi per andare in un altro bar, quindi spinta a forza sul sedile posteriore di un’auto diretta verso il lungomare di Catania, lì dove sono solite appartarsi le coppiette d’innamorati. Ed è proprio in quel tratto che ha inizio l’incubo.
Sogghignano, mentre la violentano. Per un’ora buona, dirà poi ai carabinieri. Ha con sé il cellulare, che gli aguzzini provano anche a sottrarle, ma diversi tentativi di chiedere aiuto vanno tutti incredibilmente a vuoto. Dalle chiamate al 112 (ben undici) agli audio inviati a un amico, Salvo. Che prima dice di non capirla, poi aggiunge di non avere la macchina. Disperata, prova a comporre il 911, il numero unico americano per le emergenze. Nel frattempo, i tre decidono di aggiungere violenza alla violenza, filmando quegli attimi interminabili. Lei chiede loro di fermarsi, lo scandisce in italiano. Ma rimane inascoltata, ormai in preda ai singhiozzi.
E’ la cronaca di un altro stupro, l’ennesimo, edulcorata dei particolari più agghiaccianti. I giornali inizialmente parlano di “ragazzi della Catania bene”. Due dei presunti aggressori sostengono che la giovane non abbia opposto resistenza: “Ci stava”, “era tranquilla”, si spalleggiano. Ma a inchiodarli ci sono gli audio da lei registrati. E la sua testimonianza.
Quanto vale la testimonianza di una vittima? Vari elementi concorrono a determinarlo. Come  l’avvenenza o l’atteggiamento più o meno provocante assunto dalla stessa poco prima del fatto, la sua provenienza o il suo status, nonché la provenienza e lo status dei presunti – fino a prova contraria – aggressori. In Italia, come del resto in molti altri Paesi, “civilizzati” e non. Fuori e talvolta persino dentro le aule di tribunale.
Di sicuro, per ogni storia di stupro, ci sono i commenti di chi, dando fiato alla bocca, interpreta il pensiero di molti altri. Quelli che: “Certo, però, ridursi a bere così!”, “ma perché accettare il passaggio di sconosciuti?”, “eh, ma le americane sono assicurate contro gli stupri, ci scommetto che questa ha pianificato tutto”. La reazione generale è però quella di sdegno, profondissimo. Sdegno misto a stanchezza. “Castrazione chimica subito, per tutti e tre!”, “lasciateli nelle mani dei carcerati, vedrete come ci si divertono”. “Eh, ma tanto di qui a qualche giorno saranno fuori, come sempre”, commentano i più. E certo, ai più, talvolta viene da dar ragione, stando a casi come lo stupro della Circumvesuviana, per cui si è avuta la scarcerazione di uno dei presunti aggressori denunciati dalla giovane vittima, a pochi giorni dal fatto.
Roberto Mirabella, Agatino Spampinato e Salvatore Castrogiovanni, tutti e tre catanesi, hanno tra i 19 e i 20 anni. Ragazzi di oggi, come altri, da una prima sbirciata ai loro profili. I bicipiti in bella mostra su Instagram, le cuffie che probabilmente trasmettono brani trap, il dito medio alzato. Probabilmente dietro quelle immagini postate c’è la voglia di rendere la propria vita più interessante per mezzo dei social, forse unico strumento attraverso cui filtrare la realtà che li circonda.
Nel flusso quotidiano di notizie, molti stupri si riducono a stanco sottofondo, non di rado perpetrato da quello che nel gergo è per tutti “il branco”, come in questo caso. Si arriva dunque, attraverso una semplificazione particolarmente ficcante, a disantropomorfizzare i carnefici, ad assimilarli alle bestie. Secondo l’equazione per cui le bestie sarebbero incapaci di utilizzare il raziocinio e la compassione di cui invece sarebbero dotati gli umani. Eppure, si tratta di persone, capaci di mettere la loro umanità in stand-by quel tanto che basta a soddisfare i loro appetiti. Per poi vantarsene con un amico, o un barista, come in questo caso. Oggettificando la malcapitata di turno e (parrebbe ormai questa la regola) inviando le prove delle proprie prodezze ai pari. Una sorta di marchio che aggiunge altra umiliazione a quella subita dalla vittima.

Quando uno stupro avviene, si parla sempre troppo poco di quel che sta in mezzo, fra chi inneggia al linciaggio delle bestie e chi insinua dubbi sulla veridicità o sul comportamento delle donne vittime. Perché, tra chi chiede più repressione e chi alimenta il cosiddetto victim-blaming, c’è un problema di fondo che tale rimane. Quello della diseducazione o ineducazione alla relazione con l’altro sesso.

Ben venga, dunque, che il governo si spenda concretamente per inasprire le pene che puniscono la violenza contro donne e minori, come si propone di fare (tra le altre cose) il Codice rosso approdato proprio oggi in Parlamento. E però, allo stesso modo, tolleranza zero dev’essere mostrata anche nei confronti di chi, in rappresentanza delle istituzioni e della politica, si produce in aberranti dichiarazioni sulle donne e sul ruolo che dovrebbero o non dovrebbero avere in tema di libertà personale, lavoro, società, procreazione. Per non cadere nell’equivoco. Perché la prevenzione, fa sempre bene ricordarlo, è efficace se calata nei contesti. Famiglia, scuola, società civile. E, non in ultimo, anche nei social, che sempre più spesso diventano pericoloso surrogato delle prime tre.

Solo e soltanto agendo su entrambi i fronti, si può sperare in un’Italia capace di riflettere il suo volto migliore. Un Paese in cui “italiani, brava gente!” non sia ridotto a frase ironica per commentare l’ultima malefatta, ma che torni a essere sinonimo di comunità che non si gira dall’altra parte, che non è indifferente. Un’Italia che ancora esiste, ma che purtroppo la ragazza vittima dell’atroce violenza di Catania non ha incontrato in quei terribili momenti. E che, come ha scritto al maresciallo che l’ha accompagnata a denunciare lo stupro, ha preferito lasciarsi alle spalle. Almeno per il momento.

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