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Tensione nel Golfo dell’Oman, l’ONU invita alla calma ma Trump accusa Teheran

Nel Consiglio di Sicurezza di ieri, Guterres ha condannato l'attacco e dal Palazzo di Vetro è giunto un appello alla calma. Ma la tensione è alta

Il Segretario Generale Antonio Guterres in Consiglio di Sicurezza (UN Photo/Loey Felipe).

Secondo Pompeo, informazioni di intelligence e un video in bianco e nero inchioderebbero l'Iran alle proprie responsabilità, ma Teheran contrattacca parlando di "propaganda iranofobica". Intanto, si fanno largo due ipotesi: un colpo di mano di Teheran per rivendicare il controllo dello stretto da cui passa il 35% del petrolio commerciato via mare, o un'operazione di false flage per far fallire la mediazione giapponese

Che l’Iran sia tra i “nemici giurati” dell’amministrazione Trump non è affatto una novità: una rivalità ribadita in tante occasioni, con le visite all’ONU del Segretario di Stato, le accuse, l’addio all’accordo sul nucleare, e persino una ormai famosa conferenza stampa dell’ex rappresentante permanente alle Nazioni Unite Nikki Haley, nel dicembre 2017, con tanto di missile di fabbricazione iraniana lanciato in Yemen. In queste ore, però, la tensione è arrivata alle stelle, dopo che, giovedì mattina, due petroliere nel golfo dell’Oman, dirette rispettivamente in Arabia Saudita e a Taiwan e cariche di metanolo la prima, di nafta la seconda, sono state attaccate e mandate alla deriva, provocando l’incendio divampato su una delle due. Il segretario di Stato Mike Pompeo, infatti, ha puntato il dito contro l’Iran per gli “attacchi ingiustificati”. “Questa valutazione”, ha detto Pompeo, “si basa su informazioni di intelligence, sulle armi utilizzate, sul livello di esperienza necessario per eseguire l’operazione, sui recenti attacchi iraniani dello stesso tipo”, oltre che sul fatto che nessun altro gruppo che opera nell’area “ha le risorse e la competenza per agire con tale alto grado di sofisticazione”.

Dal canto suo, l’Iran ha definito tali accuse “propaganda bellica” e il suo ministro degli Esteri Zarif ha sottolineato la tempistica sospetta dell’episodio. In effetti, l'”incidente” è coinciso con la visita senza precedenti a Teheran del premier giapponese Shinzo Abe, impegnato nel tentativo di disinnescare le tensioni tra Stati Uniti e Iran. E il Giappone, peraltro, è fortemente contrario alle sanzioni americane contro Teheran, che è sempre stato uno dei suoi principali fornitori di oro nero, nonché preziosa destinazione di investimenti. Giovedì notte, il Commando Centrale degli Stati Uniti ha pubblicato un video indicato come la prova delle responsabilità iraniane. Secondo un portavoce dell’esercito, le immagini mostrerebbero una motovedetta della Islamic Revolutionary Guards Corps avvicinarsi a una delle navi colpite, diverse ore prima dall’esplosione, e rimuovere una mignatta inesplosa. Le circostanze sono però ancora poco chiare: secondo le prime analisi, infatti, non sarebbe possibile stabilire con certezza se l’oggetto rimosso fosse una mina, né l’identità degli uomini a bordo.

L’escalation è stata discussa ieri dal Consiglio di Sicurezza al Palazzo di Vetro, e, in quella occasione, il Segretario Generale Antonio Guterres è intervenuto per condannare gli ultimi avvenimenti e invitare alla calma:  “Condanno fermamente ogni attacco contro civili. I fatti devono essere verificati e le responsabilità chiarite”. Le Nazioni Unite hanno avvertito che il mondo non si può permettere uno scontro violento nel Golfo. E la missione iraniana all’ONU ha chiarito in una nota la propria posizione, negando ogni coinvolgimento da parte di Teheran: “Le dichiarazioni provocatorie del rappresentante degli Stati Uniti al Consiglio di Sicurezza il 13 giugno” rappresentano una “nuovo campagna iranofobica”, si legge. “L’Iran rigetta categoricamente le accuse infondate degli USA”, prosegue la dichiarazione. “È divertente come gli Stati Uniti che hanno abbandonato illegalmente il Joint Comprehensive Plan of Action ora chiedano all’Iran di tornare ai negoziati e alla diplomazia”.

Nonostante gli appelli del Palazzo di Vetro, i toni restano aspri. Venerdì mattina Donald Trump ha rigettato le smentite iraniane e ha garantito che “non la prenderemo alla leggera”. In un’intervista a Fox News, il Presidente ha sottolineato che “ci sono immagini che mostrano che è stato l’Iran a provocare le esplosioni”, definendo Teheran una nazione del terrore. Contemporaneamente, Trump ha ribadito disponibilità al dialogo: “Glielo abbiamo detto chiaramente, vogliamo riportarli sul tavolo dei negoziati se vogliono tornarci”, ha fatto sapere Trump. “Sono pronto per quando lo saranno loro. Nel frattempo, non ho fretta”. Il Presidente ha anche risposto alla dichiarazione del leader supremo Ali Khamenei, che ha definito le offerte di Trump di tornare sulla via diplomatica non degne di risposta. “Sono contento di piacergli tanto. Ha tutte le ragioni per non apprezzarmi”, ha ironizzato il Commander-in-Chief. “Sono cambiati molto da quando sono diventato Presidente. Erano inarrestabili, e invece adesso sono in guai molto, molto grandi”.

All’inizio dell’anno, l’Iran ha minacciato di chiudere lo stretto in risposta alla decisione degli Stati Uniti di abolire le esenzioni dalle sanzioni per le compagnie che esportano petrolio dall’Iran. Tuttavia, gli analisti si sono chiesti se la chiusura del canale sia fattibile, vista la grande presenza navale americana nello stretto e le porzioni di costa controllate dall’Oman e dagli Emirati Arabi Uniti.

Per ora, insomma, mancano prove e riscontri ufficiali per stabilire la dinamica degli avvenimenti. Le opzioni più accreditate sono due: da un lato, si potrebbe pensare a un attacco iraniano volto a riaffermare il proprio controllo sullo stretto, dove passa circa il 35% del proprio petrolio commerciato via mare – attività messa a rischio dalle sanzioni di Washington –. Oppure, potrebbe trattarsi di un’operazione di false flag, volta a far fallire la mediazione di Shinzo Abe, particolarmente invisa a Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti. Alle due ipotesi si aggiunga un fatto: dopo un analogo attacco avvenuto un mese fa, i colloqui tra Iran e Stati Uniti sembravano in ripresa, al punto che Teheran ha rilasciato un uomo d’affari libanese con passaporto statunitense detenuto nelle sue carceri. Circostanza che, come fanno opportunamente notare gli analisti dell’Ispi, se non deporre per la seconda ipotesi, potrebbe invece chiarire la strategia iraniana: ancora aperta alla via diplomatica, ma ferma nel difendere le proprie esportazioni di oro nero.

 

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