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Quel puzzo della strage di via D’Amelio, ma anche la freschezza delle idee di Borsellino

A 27 anni dalla morte del giudice e della sua scorta nell'attentato di Palermo, vengono desecretati gli atti della commissione antimafia dal 1963 al 2001

Palermo, 19 luglio, 1992: Via d'Amelio a Palermo pochi minuti dopo l'esplosione che uccide Paolo Borsellino e la sua scorta

“Di pomeriggio, è disponibile solo una macchina blindata. Pertanto io, sistematicamente, il pomeriggio mi reco in ufficio con la mia automobile e ritorno a casa alle 21 o alle 22. Con ciò riacquisto la mia libertà, però non capisco che senso abbia farmi perdere la libertà la mattina per essere poi libero di essere ucciso la sera”, diceva il magistrato Paolo Borsellivo davanti alla Commissione Parlamentare antimafia. Intanto tra Palermo e New York in questi giorni vengono presi dei mafiosi nell'operazione "New Connection"

Il 19 luglio 1992, alle ore 16:58, una Fiat 126 imbottita da 90 chilogrammi di esplosivo viene fatta esplodere in Via Mariano D’Amelio 21 con un telecomando azionato a distanza. Sulla città di Palermo si innalza una nube nera che invade il cielo, avvolgendolo in un vortice di dolore e disperazione. Nell’attentato perdono la vita il magistrato Paolo Borsellino e gli agenti della scorta Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina. L’unico agente sopravvissuto all’attentato è Antonio Vullo, rimasto alla testa del corteo mentre faceva manovra all’auto di guida.

L’esplosione ha distrutto i vetri delle abitazioni circostanti, ha dilaniato i corpi riducendoli in brandelli, ha ridotto le autovetture in detriti e ha interrotto per sempre il silenzio di una città che lentamente cercava di ricucire le ferite dopo la morte del magistrato Giovanni Falcone, avvenuta poco prima. Un rumore di sirene che rimbomba ancora nelle orecchie dei palermitani che ricordano quel giorno con dolore. Nulla è stato più lo stesso.

A ventisette anni dall’anniversario della Strage di Via D’Amelio, viene scoperchiato il vaso di pandora e vengono desecretati gli atti della commissione antimafia dal 1963 al 2001. Si tratta di oltre 1.600 documenti.

Paolo Borsellino e sotto le foto degli uomini e della donna della scrota morti con lui: Agostino Catalano, Emanula Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina

“Di pomeriggio, è disponibile solo una macchina blindata. Pertanto io, sistematicamente, il pomeriggio mi reco in ufficio con la mia automobile e ritorno a casa alle 21 o alle 22. Con ciò riacquisto la mia libertà, però non capisco che senso abbia farmi perdere la libertà la mattina per essere poi libero di essere ucciso la sera”, diceva il magistrato Paolo Borsellivo davanti alla Commissione Parlamentare antimafia nel 1984, quando il pool era al lavoro per il primo maxi processo. Paolo Borsellino parla anche della provincia di Trapani, terra del latitante Matteo Messina Denaro e nel dicembre 1989, quando era procuratore a Marsala diceva: “questa è terra di grandi latitanti: Provenzano, Riina e altri nomi storici. Vi sono grandi proprietà di mafia, che ora stanno vendendo e sto facendo delle indagini per capire a chi. Proprietà di Saveria Benedetta Palazzolo, la moglie di Bernardo Provenzano, ma anche di Badalamenti e di Bontate, cioè delle famiglie cosiddette perdenti. Vi fu infatti un periodo in cui questa era zona di espansione di tutte le famiglie mafiose”.

Borsellino nel corso di una delle audizioni parlava delle scorte e che i capi mafia sapessero il momento opportuno in cui poter girare liberamente in città e nell’audizione disse: “Ricordavo che Buscetta mi aveva detto che gli era stato presentato il capomafia di Bagheria mentre passeggiava in via Ruggero Settimo e io gli chiesi come faceva a passeggiare e lui mi rispose: ‘Nel nostro ambiente si sapeva che tra le 14 e 16 c’era la ‘smonta’ delle volanti e noi latitanti ci facevamo la passeggiata’”.

Notizie che si rincorrono che piombano come un fulmine a ciel sereno in un’altra notizia: una maxi operazione denominata “New Connection” coordinata dalla Squadra Mobile di Palermo, dal Servizio Centrale Operativo della Polizia di Stato e dall’FBI di New York ha portato a 19 arresti e allo smantellamento dei legami tra la famiglia Gambino di New York e gli Inzerillo, famiglia mafiosa scappata in America durante la seconda sanguinosa guerra di mafia che ha visto l’ascesa al potere di Totò Riina. Erano tornati nel 2000 per ricostituire per rimettere in sesto i vecchi equilibri. Fatti e situazioni concatenanti che catapultano la mente dei siciliani agli anni 80, periodo in cui la voce contro il potere mafioso era alta su tutti i fronti. Sembra improvvisamente tutto così lontano nel ricordo del tempo trascorso, ma al contempo così vicino poiché molte cose sono rimaste invariate. Sembra quasi di toccare con mano quella Sicilia che voleva smantellare sin dalla radice il potere mafioso attraverso l’onesta volontà di capire e apprezzare una terra ricca di valori culturali, etici ma soprattutto dotata di uomini valorosi in grado di nutrire con le proprie mani i semi della rinascita.

“La lotta alla mafia dev’essere innanzitutto un movimento culturale che abitui tutti a sentire la bellezza del fresco profumo della libertà che si oppone al puzzo del compromesso morale, dell’indifferenza, della contiguità e quindi della complicità”, diceva Paolo Borsellino.

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