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Quella mattina che uccisero Boris Giuliano e poi io non riuscii a dir nulla a suo figlio

Il 21 luglio 1979 la mafia ammazza a Palermo il Commissario di Polizia. Come a 13 anni, compagno di scuola del figlio Alessandro, vissi quei momenti

Una scena del film di Pif "La mafia uccide sempre d'estate" in cui si ricorda Boris Giuliano nel bar di Palermo dove venne ucciso

Nel 1979 frequentavo lo stesso istituto scolastico di Alessandro Giuliano, figlio del Capo della Squadra Mobile di Palermo Boris Giuliano. Quel giorno che la mafia lo uccide, la mia reazione immediata fu quella di rimanere inizialmente basito e di scoppiare in un pianto con lacrimoni. A 13 anni certe dinamiche della vita sfuggono e quel che accade lo si accetta passivamente senza capirne l’essenza e le reali motivazioni...

Boris Giuliano (Piazza Armerina 1930 – Palermo 1979)

Il raggio di un sole ancora basso di buon mattino illuminava parte della stanza e ricordo bene che dopo il sonno profondo ero ormai nella fase del risveglio. Luglio è un mese molto caldo al sud, spesso afoso a Palermo, e per questo motivo il sonno di quelle notti non era mai sereno e fresco come in altre stagioni e non esistevano ancora condizionatori d’aria. Mi piaceva, una volta desto, poltrire ancora disteso a letto e pensavo con la contentezza di un ragazzo che quella domenica l’avrei trascorsa andando, come da prassi, prima alla messa e poi al mare di Mondello dove i miei genitori avevano affittato una cabina per quella stagione estiva. Avrei giocato e trascorso l’intera giornata nel migliore dei modi possibili con quel pizzico di felicità e consapevolezza che non avrei avuto di meglio da chiedere.

Sentivo i passi dei miei genitori già svegli prima di me e riconoscevo distintamente quelli di mio padre che, percorso il corridoio di casa, apri la porta della mia stanza e si sedette a fianco del mio letto. Aveva qualcosa da dire e restò silenzioso per molti secondi fino a quando mi disse: “Mi dispiace ma ti devo dare una brutta notizia…hanno ammazzato il papà di Alessandro”. Detto questo, si alzò ed uscì dalla stanza senza aggiungere altro.

Mio padre era cosi: schietto e diretto senza tante parole; poco propenso ad incoraggiamenti e consolazioni; pensava che ogni colpo e ogni dolore dovesse essere metabolizzato da soli scavando con le proprie unghie alla ricerca di quell’equilibrio, quella forza interiore necessaria a trovare la forza di andare avanti senza nessuna “assistenza esterna”, senza nessuno aiuto. Credeva che questo formasse meglio la personalità dell’individuo, che ne temprasse meglio lo spirito e la spina dorsale. 

Nel 1979 frequentavo lo stesso istituto scolastico di Alessandro Giuliano, figlio del Capo della Squadra Mobile Boris Giuliano ucciso dalla Mafia il 21 Luglio di quell’anno. La mia reazione immediata fu quella di rimanere inizialmente basito e di scoppiare in un pianto con lacrimoni. A 13 anni certe dinamiche della vita sfuggono e quel che accade lo si accetta passivamente senza capirne l’essenza e le reali motivazioni. Sapevo che la mia città viveva un periodo difficile, sapevo bene che esisteva “una cosa brutta” che era la mafia ma non avevo minimamente idea che la mia Palermo fosse sotto attacco di famiglie corleonesi che avevano messo le mani sulla città dichiarando una guerra contro le famiglie che gestivano traffici in varie zone del capoluogo e che uno ad uno eliminavano con ferocia bestiale chi gli si contrapponeva senza alcun rispetto della vita umana. Nel mirino anche i rappresentanti delle istituzioni che con coraggio indagavano senza sosta per conoscere e debellare l’organizzazione criminale. 

Alessandro era mio compagno di classe e gli volevo un gran bene. Ragazzo di spiccata intelligenza, ironico e sempre pronto alla battuta, era apprezzato dai professori perché volenteroso e perché viveva con serenità il peso di avere un gran padre che per il mestiere che faceva era spesso assente e costantemente scortato. Ebbi modo di conoscerlo quando un pomeriggio mi trovavo a casa sua per fare i compiti con Alessandro. Un amorevole padre apparentemente sereno come forse lo sono tutti i papà e ci chiese se avevamo fatto i compiti e scambiammo qualche parola tutti e tre.

Il lunedì successivo all’omicidio, tornato a scuola, lo sgomento era tangibile, ricordo un senso di confusione nella testa e tante domande a cui non riuscivo a dare una risposta. Alessandro ovviamente era assente e ricordo che tutta la classe presenziò ai funerali dinanzi all’entrata della sede della Squadra Mobile dove era presente tantissima gente, personalità dello Stato e forze dell’Ordine. Io e i miei compagni salutammo commossi Alessandro e ognuno pronunciava delle parole di conforto, parole che non mi uscirono tanto era il groppo in gola e ricordo che per molto tempo dopo ebbi quasi un rimorso per non avere avuto la prontezza di sussurrare qualche parola di conforto, ricordo che mi sentivo deluso con me stesso per quella mancanza di prontezza che serviva e che credevo avesse fatto tanto bene ad Alessandro. Nel tempo, maturando e diventando più grande capì che a volte non dire niente e contravvenire a quel rituale delle parole, tutte sempre uguali, forse può rappresentare un valore aggiunto ad un dolore che ci rende sordi alle parole di conforto dette dagli altri e questa cosa la capì quando morì mio padre. Certe cose si capiscono solo quando si vivono in prima persona.

Dopo quegli anni persi i contatti con Alessandro ma ho sempre seguito con piacere la sua carriera di questore a Napoli. Covo gelosamente dentro me con orgoglio quell’insegnamento di resistere e non cessare mai ogni speranza in un cammino verso una Italia senza mafia, insegnamento che Boris e Alessandro Giuliano hanno saputo trasmettermi a loro insaputa.

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