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FaceApp: quanto è rischiosa per la privacy l’app che spopola invecchiandoci?

Ne abbiamo parlato con Antonello Elia, perito esperto in sicurezza informatica

FaceApp.

"Fondamentalmente penso che analizzando dalla mattina alla sera telefonini, il vero problema è che noi utilizziamo una serie di App che vanno a coprire l’utilizzo quotidiano di ognuno di noi in termini di social. Tutte le App chiedono obbligatoriamente l’autorizzazione all’accesso a condividere un po’ tutto quanto. Quindi ormai i nostri database sono condivisi. Alcune App permettono e consentono di questo tipo di servizio, altre invece te lo impongono e si devono prendere così come sono quindi non c’è possibilità di fare niente"

Il popolo del web è letteralmente impazzito per FaceApp, un’applicazione per dispositivi mobili che invecchia il volto degli utenti e fa vedere loro le rughe e i capelli bianchi. Una versione quasi contemporanea del ritratto di Dorian Gray, estremizzata e mercificata attraverso una foto che porta i segni del tempo e dei like, priva di poesia e ovviamente disidratata dalla penna di Oscar Wild che ci raccontava la Londra vittoriana del XIX secolo imborghesita. L’applicazione non è il frutto di un dipinto realizzato da Basil Hallward ma nasce nel 2017 ed è stata riesumata dagli utenti negli ultimi giorni, espandendosi a macchia d’olio. Non parliamo certamente della peste nera e non stiamo parlando del Medioevo o di una diffusione mediante roditori o scarsa igiene ma di una diffusione che è avvenuta con un semplice click sullo schermo dello smartphone e che ha coinvolto circa 80 milioni di utenti.

Ne avevamo proprio bisogno? Ci siamo chiesti e ci chiediamo ancora in tanti. La risposta a questa domanda tarda ancora ad arrivare e forse non arriverà mai. Poco dopo l’enorme diffusione di foto piene di rughe e capelli bianchi che hanno riempito i social network, e alcune foto dei vip addirittura sono finite sulle pagine di importanti giornali nazionali, è letteralmente esplosa l’annosa questione della privacy dal momento che le condizioni di utilizzo sembrerebbero poco chiare. Sui social è partito un vero e proprio dibattito sulla questione privacy e da Twitter si è letteralmente alzato un polverone mediatico dove un informatico ha ipotizzato che l’applicazione conservasse all’interno dei propri server tutte le foto degli utenti. Tale dichiarazione è stata successivamente smentita da un altro utente informatico. La Privacy International, organizzazione di categoria, ha reso noto sul proprio sito che la licenza di FaceApp garantirebbe diritto illimitato sulle informazioni degli utenti. L’amministratore delegato dell’azienda ha dichiarato in un’intervista al Washington Post che l’unico  materiale raccolto dall’applicazione è la foto caricata dall’utente e che “gran parte” del materiale viene cancellato dal server cancella tutto entro 48 ore.

Ma che significa “gran parte”? Il resto rimane? Dove? A chi? Perché? La Wireless Lab OOO è stata fondata a San Pietroburgo ma risulta registrata a Delaware. Utilizzerebbe i server di Amazon che sono situati negli Stati Uniti e in Canada. Come se la politica contemporanea non avesse invecchiato sufficientemente questo paese, facendogli compiere passi indietro a livello culturale, politico ed economico. Come se la mentalità di molti italiani, vicini ad una politica estremista, non fosse tornata indietro di molti anni, smembrandosi totalmente dalla pelle e dalle rughe che in modo naturale si erano formate nel tempo e che sancivano il sacrificio dei padri costituenti che hanno messo in piedi i pilastri di un paese, dopo il ventennio fascista che ha generato guerre inutili e morti. Sono queste le rughe che il nostro paese vuole portarsi addosso? Era veramente necessario omologarsi in una applicazione di massa? Forse la risposta è si, forse ci meritiamo tutto questo e dobbiamo accontentarci, proprio perché mancano altri punti di riferimento concreti in questo paese di “santi, poeti e navigatori”e mancano soprattutto i contenuti per contrastare la voragine che si è creata sotto ai nostri piedi.

Certamente la politica rappresenta una parte importante per il nostro paese e se viene citata in questo contesto, è proprio perché ogni azione degli italiani è un riflesso politico indiretto nelle azioni quotidine. Una reazione sociale ad un problema ben più grande. L’Italia è un popolo di santi, poeti e navigatori…ma anche di facce invecchiate da una stupida applicazione che allontana l’attenzione da una contemporaneità che rimbomba sui giornali come un fulmine a ciel sereno. Carola Rackete, la comandante della Sea Watch 3, 32 anni, che dopo due settimane in mare, in balia delle onde e dell’incertezza, è entrata nel porto di Lampedusa, violando l’alt della Guardia di Finanza e portando in salvo 42 migranti. Ma non viene certamente ricordata per il suo eroico ma soprattutto umano gesto che aveva come unico obiettivo quello di salvare delle vite umane. No, purtroppo. Alcune testate giornalistiche hanno voluto ricordare in pompa magna che la 31enne tedesca ha mostrato alcuni dettagli scabrosi, come per esempio il suo sorriso nel momento in cui si è presentata in Procura oppure la maglietta aderente “in perfetto stile Ong”. Se un sorriso può scandalizzare così tanto, e può dar fastidio a tal punto da meritare la prima pagina di un giornale che trasuda odio, che valore ha la dignità e la vita umana di uomini, donne e bambini lasciati morire in mare o rispediti in Libia nei campi di tortura? Forse questo paese merita davvero di invecchiare precocemente come ci sta insegnando in questi giorni l’applicazione. Forse tutto questo sta già accadendo sotto ai nostri occhi e ce ne accorgeremo veramente soltanto quando sarà troppo tardi per risanare le ferite. L’outfit di Carola è stato definito “in perfetto stile ONG” e ha scandalizzato il fatto che la giovane non indossasse il reggiseno.  La domanda sorge spontanea: un’applicazione che invecchia precocemente una massa di cittadini che ignorano totalmente le azioni di una politica estremista e destabilizzante ma assolutamente pronti a ricevere like alla prima ruga artificiale, come viene considerata? Non scandalizza? Non indigna? Ai posteri l’ardua sentenza, tanto c’è sempre FaceApp che ci farà sentire più belli e apprezzati a suon di like.

Ma che cos’è realmente FaceApp? Ne Abbiamo parlato Antonello Elia, perito esperto in sicurezza informatica.

Che cos’è FaceApp?
“In Italia, quando la gente non ha niente da fare, viene attirata da notizie che distolgono l’attenzione da quello che è il vero problema del circuito nazionale-politico europeo e anche mondiale. Adesso è il momento delle App, dei social. Si capisce se un telefono è sotto controllo mediante accertamenti. Il primo sentore che si può avvertire è quello di rilevare l’ingresso e l’uscita dei dati dal dispositivo, cioè: che cosa entra e che cosa esce. Allora si attacca un misuratore di campo di rete, in ingresso e in uscita, di tutto quello che entra e che esce e si verifica quante informazioni entrano e quante informazioni escono. Le informazioni che escono sono più di quelle che entrano e da qui si capisce che noi dettiamo più di quello che noi riusciamo ad immagazzinare. Poi abbiamo bisogno di avere l’attenzione distolta dai problemi principali come la crisi, la disoccupazione, il lavoro perché nella vita naturale stiamo invecchiando davvero, nell’attesa di prendere un like”.

Si è parlato del problema privacy in merito a questa applicazione. Cosa possono temere gli utenti in merito a questo problema?
“Hanno raccontato che l’App che invecchia viola la privacy. Diamo continuamente consensi al telefonico quando scarichiamo programmi che ci chiedono di condividere la rubrica, la macchina fotografica, la gallery e tante altre cose, e oggi ci preoccupiamo di dire che questa App viola la privacy. Questo fatto qui è quasi di routine e non è niente di più e niente di meno di ciò che fanno tutte le App dei vari social. Fondamentalmente penso che analizzando dalla mattina alla sera telefonini, il vero problema è che noi utilizziamo una serie di App che vanno a coprire l’utilizzo quotidiano di ognuno di noi in termini di social. Tutte le App chiedono obbligatoriamente l’autorizzazione all’accesso a condividere un po’ tutto quanto. Quindi ormai i nostri database sono condivisi. Alcune App permettono e consentono di questo tipo di servizio, altre invece te lo impongono e si devono prendere così come sono quindi non c’è possibilità di fare niente”.

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