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Storia del giudice Alberto Giacomelli raccontata dal figlio, Don Giuseppe

Il padre fu assassinato dalla mafia vicino Trapani il 14 settembre del 1988. Intervista al sacerdote Giuseppe Giacomelli su "un uomo per bene"

di Fraterno Sostegno ad Agnese Borsellino

Il giudice Alberto Giacomelli

"Mio padre non aveva paura di essere ucciso perché mi diceva che era la dimostrazione di avere servito lo Stato fino a morire” 

“Quando celebro messa  e dico “Questo è il sangue versato per voi”, non posso non pensare al sangue su quella stradella di campagna, dove mio padre è rimasto per tante ore per terra, che ha macchiato così tanto l’asfalto da dover rifare il manto stradale”

Don Giuseppe Giacomelli

Don Giuseppe Giacomelli è un sacerdote, vive a Imola ed è il figlio di Alberto Giacomelli, il Magistrato ucciso da Cosa Nostra vicino Trapani il 14 settembre del 1988.  Resta l’unico, tra i figli delle vittime della mafia, ad essere sacerdote. 

Quando avemmo l’idea di intervistarlo non conoscevamo il suo “lavoro”. Lo scoprimmo leggendo un bel libro sul padre, dal titolo Un uomo per bene. Vita di Alberto Giacomelli, giudice  ucciso dalla mafia, scritto da Salvo Ognibene.

E intervistare Don Giuseppe non è facile, in pratica non concede interviste. Allora ci siamo rivolti ad un suo caro amico e alla fine  Don Giuseppe ha accettato di conversare con noi. La prima cosa che ci racconta è proprio di questa sua ritrosia a rilasciare interviste. ”Nella mia vita ho concesso solo due interviste, entrambe autorizzate dal Vescovo, perché sono una persona schiva che non ama la pubblicità. Questa a voi la rilascio  volentieri perché so del vostro impegno nella ricerca di una verità fatta di aspetti concreti e testimonianze vive che possano consolidare una memoria perenne e onesta in onore delle vittime di Cosa Nostra”.

Noi non possiamo che ringraziare per la fiducia e la stima che un uomo come Don Giuseppe ha avuto nei nostri confronti.

Una delle prime domande che vorremmo porle è che persona fosse suo padre e che rapporto c’era tra voi.

“Era un uomo di gesti e parole chiare, oneste. Un uomo non studiato, non falso, spontaneo che non aveva paura di mostrarsi così. Presente in famiglia, generoso e amorevole ma restava sempre un magistrato, in ogni momento e in ogni azione e con ciò voglio dire che ogni sua espressione era alla ricerca del giusto equilibrio.  I ricordi che ho di mio padre sono di un affetto vero e  non sdolcinato, premuroso ma senza invadenza, attento anche a distanza a tutti noi figli ma sempre vicino con un cuore benevolo naturalmente incline alla conciliazione. Mi osservava, chiedeva, e  sulle mie risposte  non  sempre era d’accordo, mi correggeva, ma dal confronto nascevano aiuti e stimoli continui che mi hanno aiutato a conoscermi e a crescere”.

Che clima c’era in famiglia? Era rigido nell’insegnamento che aveva con lei e con sua sorella?

“Era padre e marito che sapeva essere semplice e coinvolgente; amava la casa, si occupava della spesa quotidiana, collaborava all’andamento domestico. Insomma,  era una persona comune, era se stesso. In questo aspetto familiare ho sempre pensato che somigliasse al giudice Paolo Borsellino del quale è noto il suo costante impegno famigliare; dico spesso che in lui rivedevo mio padre. Era molto credente come Borsellino ma non praticante come mia madre che, ad esempio,  ad ottobre e a maggio era sempre in ginocchio col rosario, aveva realizzato un altare a casa nostra per la Madonna, e io mi lamentavo. Adesso mi ritrovo ad essere sacerdote e con il rosario sempre in mano…”

A proposito del dr Borsellino, quando questi partecipò ai funerali di suo padre disse che lo conosceva già dal ’67, e durante un’assemblea che ci fu al palazzo di giustizia per l’omicidio, pronunciò delle parole bellissime di stima dicendo che: “Come molti magistrati siciliani non si era sottratto al suo compito anche a costo del sacrificio della vita”. Lei  ha ricordi  del dottor Borsellino?

“No io non l’ho conosciuto. Ero già via per seguire la mia vocazione. Falcone sì ma Borsellino no”.

Abbiamo letto che il Giudice Giovanni Falcone, come  molti altri giovani magistrati,  frequentava la vostra casa.

“Falcone era  una persona con un grande desiderio di vivere la magistratura fino in fondo, si vedeva. Era giovane, un uomo tutto d’un pezzo che aveva il desiderio di cominciare subito,  con l’ansia di fare bene e presto,  e mio padre smorzava un po’ questa sua ansia, consigliandogli di andare per gradi”.

Alberto Giacomelli

Negli anni 80 presso il tribunale di Trapani vi  fu la vicenda dell’arresto di Antonino Costa per corruzione. Il CSM ordinò un’ispezione negli uffici giudiziari. Suo padre era stato considerato da qualche suo collega come “Giudice scarsamente aggiornato e professionalmente dequalificato”. Ci fu un’inchiesta del Consiglio Superiore della Magistratura dalla quale però Alberto Giacomelli uscì totalmente riabilitato.  Quali furono i sentimenti di suo padre?

“Rimase enormemente tranquillo, e io lo rimproveravo. Gli dicevo: “Ti rendi conto? Con tutto quello che hai fatto per la giustizia nella tua vita e non fai nulla per difenderti?”. E lui mi rispondeva che aveva fiducia, che la giustizia esiste e trionfa sempre. Quando arrivarono le scuse e fu riabilitato me lo ricordo come fosse oggi, mi disse:“La giustizia ancora una volta, ha trionfato”. La Giustizia era il suo credo. E quando io leggo i Salmi in cui vi è scritto che “la Giustizia e la Misericordia si incontreranno” lì ci vedo il mio babbo”.

I colleghi di suo padre raccontano che era una persona molto giusta, e che quando doveva emettere una sentenza da Presidente, si faceva scrupoli su tutto, e pensava alla persona che avrebbe condannato e a ciò che sarebbe avvenuto.

“Infatti era proprio così. Con uno slogan potrei dire che non era un giustiziere ma faceva giustizia. Perché  teneva presente la persona, il danno che oggettivamente poteva ricadere sul condannato, ma guardava sempre in positivo; credeva  nella correzione, ma nella correzione vera affinché la persona capisse. Tanti Magistrati lo chiamavano per consigli. Quando intitolarono un’aula a mio padre all’interno del palazzo di giustizia di Trapani, il Presidente dell’epoca si ricordò di quando era un giovane magistrato da poco arrivato, ricordando che un giorno, entrando nei corridoi dei tribunale e notando un movimento particolare, chiese cosa stesse accadendo. La risposta lo meravigliò non poco: ”Alberto Giacomelli presiede un processo importante e c’è  molta gente che attende la sua sentenza”. Lo stupore aumentò ancor di più quando dall’aula arrivò un fragoroso applauso. Il popolo aveva approvato la sentenza del giudice Giacomelli”.

Nell’immediatezza dell’omicidio le indagini furono depistate. Si cercò di screditare la figura di suo padre parlando di delitto passionale o questioni di terreni  perché suo padre era un appassionato dell’ agricoltura e della campagna. Però, in verità, pochi credettero a quelle illazioni. E si presentarono indagini complesse. Nella famiglia come si reagì a queste voci diffamatorie?

“Quelle dicerie non ci scalfirono  minimamente. Io ne venni a conoscenza molto dopo ma, così come ci aveva insegnato mio padre, aspettammo che si facesse chiarezza e giustizia. Il tempo ci diede ragione”.

All’inizio, durante le indagini, furono incriminati quattro ragazzi.

“Si, erano stati condannati da mio padre per droga”.

Due di essi furono condannati, e due assolti, poi in appello furono assolti anche i due condannati in primo grado. Dopo anni arrivarono i collaboratori: Sinacori, Brusca, Milazzo e Canino. E si incominciò a capire il perché dell’omicidio. In pratica l’assassinio fu una vendetta mafiosa perché suo padre aveva prima sequestrato e poi confiscato i beni di Gaetano Riina fratello del più noto Salvatore. Forse fu la prima applicazione della legge Rognoni-La Torre che, nel 1982, aveva introdotto queste misure.

“Brusca raccontò, per averlo saputo da Totò Riina,  che il delitto Giacomelli non era solo  un delitto di “cosa nostra”, ma di “casa nostra” nel senso che era interno alla famiglia Riina”.   

Ci vuole ricordare cosa avvenne, di preciso, che comportò l’assassinio di suo padre?

“Nel gennaio del 1984 erano stati sequestrati i beni di Gaetano Riina e nel gennaio  dell’anno successivo egli fu sottoposto alla misura di prevenzione della sorveglianza speciale per tre anni e contestualmente fu disposta la confisca dei beni dello stesso e della di lui moglie, Vita Cardinetto. Mio padre, in qualità di Giudice più anziano, presiedeva il collegio che applicò le misure. E quindi la paternità di quel provvedimento fu fatta risalire al mio papà. Fu una delle prime applicazioni della Rognoni–La Torre che era entrata in vigore nel settembre 1982. Non solo uno dei primi provvedimenti ma addirittura adottato nei confronti della famiglia mafiosa che in quel periodo storico era all’apice del potere. Indirettamente, venivano  colpiti anche gli interessi economici di Totò Riina. Quindi la cosa creò un grande sconquasso in seno alla “famiglia” e fu vista  come un oltraggio al potere e al prestigio mafioso”.

Totò Riina, allora capo dei capi della Mafia, durante un’udienza del suo processo (Foto da video Rai)

Venne condannato solo Riina come mandante, mentre Virga (capo mandamento di Trapani) presunto esecutore, fu assolto. Quindi la mano che uccise  materialmente è rimasta ignota anche se il collaboratone Vincenzo  Milazzo aveva indicato due nomi: Bica e Bonanno. Ma non si è riuscito a trovare dei riscontri oggettivi per portarli in giudizio. Quali sono i sentimenti di un figlio di vittima di mafia quando non riesce ad avere una ricostruzione completa e quindi avere completamente giustizia?

La sentenza di condanna: sent.4-02 – Riina Salvatore .

“Non provo rancore. Negli ultimi due anni fui la guida spirituale di mio padre. Lo convinsi ad andare in pensione. Quando è stato ucciso aveva 68 anni ed era in quiescenza da appena un anno. Mentre era in servizio la scorta veniva a prenderlo davanti casa e lui, però, li pregava di andare a prelevarlo  un poco più avanti, per evitare confusione proprio sotto casa. Noi eravamo preoccupati, avevano già ucciso altri magistrati.  Alla fine, dopo varie insistenze accettò  il mio consiglio  ma mi disse: “Sappi che mi ammazzeranno lo stesso.” In effetti è strano che uccidano un magistrato in quiescenza  ma lui se lo aspettava. E non aveva paura di essere ucciso, perché, mi diceva che: “era la dimostrazione di avere servito lo Stato fino a morire.”  Quando celebro messa  e dico: “Questo è il sangue versato per voi”, non posso non pensare al sangue su quella stradella di campagna, dove mio padre è rimasto per tante ore per terra, che ha macchiato così tanto l’asfalto da dover rifare il manto stradale. Questo lo dissi la prima volta a Bologna durante la giornata in ricordo delle vittime di mafia. E continuo a ricordarmi  quella strada. Sono arrivato la sera stessa, mi aspettavano per chiudere la bara. La mia preoccupazione era vedere il volto e ìl  corpo sfigurato di mio padre; così non fu, grazie a Dio era stato ricomposto bene. Ho avuto il coraggio di vedere la fiction che hanno fatto su Riina ma l’ho guardata con il rosario in mano, pregando. Vedere tutto ciò che passava in TV era sconcertante. Ma sono riuscito a seguirlo tutto”.

Il giudice Alberto Giacomelli

Lei ha raccontato che suo padre la portava spesso con sé quando andava a trovare i  detenuti nelle carceri, in particolare a Trapani, nel settore definito “Colombaia”,  in cui erano rinchiusi coloro che erano stati premiati per buona condotta oppure che avevano ancora poco da scontare; per cui ha avuto modo già da piccolo di comprendere  il dolore e lo stato d’animo degli uomini che si trovano in determinate condizioni. Questa esperienza ha inciso, poi, nella sua vocazione?

“Posso dire che grazie a degli esercizi ignaziani, che ho fatto 4 anni fa con il mio padre spirituale, un gesuita professore di Filosofia nella licenza in teologia spirituale, ho rivisto tutta la mia esistenza, un percorso di vita  meraviglioso e allora questo mi ha dato l’opportunità di rivedere un atteggiamento tipico della mia persona e cioè  quello di ascoltare. Ascolto tantissima gente, ma ascolto anche me stesso, e ho ritrovato  tanti ricordi che sono riemersi con una gioia incredibile. E tra questi ci sono  i viaggi alla Colombaia. E’ una fortezza di fronte al porto di Trapani, in mezzo al mare, un po’ un simbolo della città, cui si arriva anche per strada quando c’è la bassa marea.  Altrimenti ci  si va con le barche come faceva mio padre quando mi portava con lui. La Colombaia confina anche con un mare alto.  I detenuti stavano lì vicino a  pescare ed erano quelli che avevano avuto un permesso per buona condotta  o comunque stavano per finire la loro pena. E di questi mio padre si fidava totalmente..Mi affidava a loro, ero piccolino, mi insegnavano a pescare. E doveva vederli come erano orgogliosi quando, al ritorno di mio padre, gli dicevano: “ Giudice, ha visto cosa ha pescato Giuseppe?”. Ma La storia della mia vocazione nasce quando ero già all’università. All’inizio volevo fare l’Architetto o, in alternativa, la carriera  di Ambasciatore. Ma non avevo studiato disegno, per lo meno non in certi termini e mio padre mi dissuase. Per la carriera diplomatica serviva la laurea in legge e quindi mi iscrissi  a questa facoltà, non pensavo proprio alla magistratura. Ho iniziato Giurisprudenza  con il desiderio di continuare poi la carriera diplomatica, per viaggiare nel mondo e rappresentare l’Italia, questo era il mio desiderio. Ero un diciottenne come tanti, amavo la musica, la discoteca, andare con gli amici nei locali, vestirmi alla moda, viaggiare. Mio padre mi mandò a Londra da solo quando avevo 15 anni. Sapeva di potersi fidare. Passavamo l’estate a Erice, un borgo storico e climatico sopra il monte omonimo che domina Trapani, e in quel periodo riuscii ad incontrare anche i miei idoli di allora come  Romina Power. Quando venne per ricevere il premio per la manifestazione “Venere Ericina”io riuscii a fare colazione da solo con lei in un bar della piazza. Questo ero io. Quindi mio padre  poteva mai immaginare che io poi diventassi sacerdote?? Neanche io, non ci pensavo minimamente”.

E poi quale fu l’episodio che cambiò la sua vita? Cosa la portò ad intraprendere la strada del sacerdozio?

“Devo fare una premessa. Nel 1968 mia mamma, donna molto praticante, era una delle “figlie di Padre Pio”, portò tutta la famiglia a San Giovanni Rotondo, fu nel marzo/ aprile del 68 quindi pochi mesi prima che Padre Pio morisse. Quando noi andammo non disse messa perché stava già male, ma rimasi colpito dai suoi occhi, fui “fulminato “ dagli occhi di Padre Pio. Qualche mese dopo  lo sognai e mi diceva :”Cosa vuoi? “ E io risposi semplicemente:”  Preghi per mio padre, mia madre e mia sorella..” e  lui:” io prego però però… “ . Al mattino, appena alzato, lo dissi a mia madre la quale cercò di tranquillizzarmi ma in quel momento, dalla radio  accesa, arrivò  la notizia che Padre Pio  era morto . Quella frase la interpretai molti  anni dopo perché  mia madre ebbe  varie problematiche di salute superate anche grazie alla fede, mio padre sappiamo quello che è successo, e anche mia sorella ebbe una  brutta esperienza quando andò  a Roma per vedere Giovanni Paolo II. Scese  dall’aereo, svenne e cadde per terra. Fu operata urgentemente  di peritonite acuta,  e fu 20 giorni in  ospedale. 

Grazie a Dio e alla preghiera di Padre Pio tutto si risolse bene ma gli occhi di Padre Pio mi rimanevano impressi in mente e ancora adesso, mentre parlo con lei, mi sento guardato da lui.

Continuavo la mia vita di giovane del mio tempo quando  prossimo alla laurea, mentre passavo davanti la mia parrocchia, la cattedrale San Lorenzo a Trapani,  mi posi una domanda:” Devo fare una scelta, essere o non essere cristiano”. Entrai. L’ anziano parroco stava proclamando il Vangelo e precisamente queste parole: ”Venite a me voi tutti che siete affaticati , stanchi e oppressi, e Io vi ristoreró”.

Uscii dalla chiesa colpito da queste parole e comprai subito il Vangelo, volevo sapere chi fosse veramente Gesù. Dopo il vangelo acquistai  il libro sulla vita di San Francesco d’Assisi perché sapevo, per mia cultura, che aveva messo in pratica, alla lettera, il Vangelo. Ci furono poi vari incontri con un Santo sacerdote e con un giovane paralitico il quale diventò,  durante gli studi universitari di Palermo, il mio migliore amico. Devo a lui l’aver scoperto che amare non è  possedere ma donarsi. Dopo quell’ incontro il mondo della sofferenza fu l’angolo della vita frequentato da me. Il resto è troppo lungo  da raccontare ma decisi di diventare sacerdote”.

E suo padre come la prese?

“Mio padre si mostrò preoccupatissimo. La mia vita era cambiata parecchio. E mio padre, da magistrato qual era, affrontó  il caso con un approccio severo e affettuoso. Mi chiese innanzitutto di terminare gli studi universitari poi fare l’esperienza del servizio militare e del lavoro.Essendo laureato in Legge chiesi di fare esperienza presso uno studio di avvocato penalista. Ho sempre sospettato che mio padre e l’Avvocato concordassero del mio futuro perché papà voleva davvero mettere alla prova la mia scelta sacerdotale.  E fu  così che  per sei mesi restai in quello studio legale seguendo l’Avvocato negli incontri giornalieri con giovani detenuti nelle carceri di Castellammare e Alcamo.  Un’esperienza davvero importante e, per un aspirante sacerdote,  davvero toccante e decisiva tanto che un giorno dissi a mio padre: “Adesso basta! non ce la faccio piu’’ e  lui di rimando ”Va bene! Ma per andare in seminario  occorre pagare la retta e io non te la pago, quindi devi procurarti il danaro necessario”e mi comunicò  che il banco di Sicilia proprio in quei giorni bandiva un concorso per 50 posti. La prima selezione era per titoli e io, avendoli, la superai. Dopo ci fu il concorso vero e proprio e anche quello andò bene per cui  iniziai  a lavorare al Banco di Sicilia di Marsala. Successivamente venni trasferito, a causa di un incidente stradale,  a Trapani. Intanto erano trascorsi due anni e avevo il denaro per pagarmi il seminario. Ma mio padre parlò con il Vescovo per cercare di convincermi ad aspettare ancora un anno. Bisognava essere certi della mia vocazione. A quel  punto intervenne il Signore portandomi a conoscenza del secondo centro di  vocazioni  adulte di Italia che nasceva proprie nel periodo in cui avevo le ferie. Colsi l’occasione che si rivelò, tra l’altro, vantaggiosa perché  si trovava in Emilia Romagna. Non era un seminario ma una comunità religiosa dove il Vescovo di Trapani  non poteva interferire. Per questi motivi decisi di accettare anche se nel mio cuore sentivo forte la nostalgia della parrocchia e della sua vita palpitante e comunitaria. I miei alla fine si rassegnarono alla  mia scelta. Io diventai sacerdote ed esplicai il mio sacerdozio in varie attività religiose all’interno dell’ordine. Ad un certo punto  il Signore permise,  tramite l’invito del vescovo di Modena monsignor Quadri  che aveva urgente bisogno di occupare il posto di cappellano in ospedale lasciato vuoto dai religiosi,  che occupassi io come sacerdote diocesano quel posto. Così si realizzò ció che fin dall’inizio avrei desiderato essere”.

Durante gli anni ‘70 in Sicilia molti sacerdoti iniziarono a discutere di questo allontanamento della chiesa dalle clientele politiche, ci fu una ferma condanna della criminalità organizzata, si cominciava a non tollerare più i silenzi e le compromissioni. Si iniziava una presa di coscienza già comunque presente nei quartieri periferici. La mafia si serviva di riti religiosi per legittimarsi davanti al popolo. Don Pino Puglisi, e  poi nell’82 una delle prime omelie fu quella del Cardinale Pappalardo durante i funerali di Dalla Chiesa. Era la prima volta che a Palermo un alto prelato  della chiesa-successore del cardinale Ruffini che descriveva la mafia come un’invenzione dei comunisti-faceva un’inventiva contro la mafia. Voi l’avevate avvertito come sacerdoti? Vi giungevano degli echi sulla mafia?

“No, era poco sentita all’epoca, almeno dove io mi trovavo non sapevamo  molto. Io ero informato grazie sempre alla figura di mio padre. Sapevo chi era Totò Riina, chi erano i più noti mafiosi, conoscevo lo stato di prostrazione della società  in Sicilia ma iniziai a scorgere, specie dopo le stragi di Capaci e via D’Amelio, le piccole e poi sempre più vibranti reazioni della gente. Credo che la società oggi sia diversa, è cambiata e ancora sta cambiando e soprattutto i giovani hanno voglia di sapere ed esserci. E’ tempo di riprendersi la propria dignità e l’amore verso il prossimo”.

Il prete di quartiere e  l’associazionismo sono una realtà importante nelle zone ad alto rischio delle città, soprattutto nelle aree più disagiate. Adesso  ci sono  i social, la tecnologia, e quindi  i ragazzi possono  vivere diversamente l’aggregazione, secondo lei  il sacerdote e l’associazionismo, hanno i mezzi socio-culturali per essere parte attiva nel contrasto alle mafie? Che mezzi  usate per contrastare la criminalità organizzata?

“Ogni sacerdote ha una sua peculiarità e non solo in quello che svolge. Io sono il sacerdote che celebra  messa, amo molto la Parola di Dio e la sento dentro sempre di più, e sono  soprattutto una persona che ascolta. Me stesso e il prossimo. Uso i social per rimanere in contatto con le persone che ho conosciuto anche fuori dall’Italia, non ho automobile per scelta, cammino per strada,  e tramite l’ascolto  vivo davvero un’esperienza  bellissima  che mi rende sempre più  vivo e dentro il tempo che viviamo. Per questo  molti mi chiamano padre e non don Giuseppe. E questo mi fa sentire presente!”

Queste persone che restano in contatto con lei, come l’ hanno conosciuta?

“Alcuni mi hanno ascoltato nel celebrare messa, altri sono venuti a confessarsi,  e hanno voluto rimanere in contatto con me. Non c è un ministero che come sacerdote non abbia esercitato”.

Lei vive a Imola, ci sono associazioni che si occupano del fenomeno mafioso e che intervengono nelle scuole?

“Qui c’è Libera ed è presente un po’ ovunque. Quando mi chiamano intervengo volentieri, così come partecipo anche ad  incontri organizzati con magistrati a livello nazionale,  che considero davvero interessanti e arricchenti”.

La figura del parroco in un quartiere disagiato quanto può fare?

“Tantissimo. La figura di Gesù è rivoluzionaria ed è  la prima della storia. I miei amici più cari, più intimi, sono  Francesco d’Assisi e Paolo di Tarso. È bellissimo quello che Paolo dice. “Per me vivere è Cristo e morire è un guadagno”.  I professori di religione mi chiamano nelle scuole per parlare di mio padre, cosa che faccio con malinconia ma anche con grande gioia ed è sempre un’occasione per parlare d’altro e di altri, ad esempio di Rita Atria, la minorenne di Partanna che, dopo l’assassinio dei suoi cari, fece la scelta coraggiosa di rivolgersi alla Giustizia e riferire tutto il suo passato per poi suicidarsi dopo la morte di Borsellino. E tuttavia abbiamo il dovere di ricordare molte altre vittime di mafia come cerco ad ogni occasione di fare anch’io”.

Se lei, anche durante una confessione, si trovasse davanti ad un  soggetto che  è palesemente appartenente alla criminalità organizzata, come si comporterebbe?

“Intanto lo aiuterei dicendogli che non sta togliendo la vita solo agli altri, ma anche a sé stesso ma se non si redime non posso assolverlo perché non è pentito:.

Ma i parroci come si dovrebbero comportare nel caso delle processioni in cui vi sono i cosiddetti “ inchini” delle statue davanti le case dei boss?

“Chiunque venga a conoscenza di casi del genere deve riferirne al Vescovo. Anche i semplici cittadini. Perché la chiesa è una famiglia, il popolo di Dio. Il Vescovo è il padre dei Sacerdoti, e in questi come in altri casi la sua parola saprà correggere e indirizzare”.

Un sentito ringraziamento a Monsignor Giovanni Mosciatti per aver concesso l’ autorizzazione a Don Giuseppe per questa intervista.

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