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Trump e Netanyahu si fanno regali a vicenda, ma per la pace ci vogliono i palestinesi

L'accordo di pace presentato alla Casa Bianca dal presidente USA e dal premier Israeliano è troppo sbilanciato ma ai palestinesi la sola rabbia non basterà

“Ci saranno molti soldi, conviene a tutti,”  dice Trump, 50 miliardi di dollari da investire per rilanciare la devastata economia palestinese, ma il presidente Abu Mazen ha fatto sapere che i loro diritti non sono in vendita. Molti analisti consigliano i palestinesi di usare il piano come una base di partenza per una trattativa concreta. Non è quindi escluso che, superata la rabbia iniziale, qualcosa si possa muovere

In genere perché un accordo funzioni, è necessario che tutte le parti coinvolte lo condividano, lo sostengano e lo sottoscrivano. Suscita quindi molte perplessità la decisione del presidente Donald Trump di annunciare il suo atteso piano per il Medio Oriente, che dovrebbe porre fine a decenni di conflitto tra israeliani e palestinesi, con al suo fianco solo il premier d’Israele Benjamin Netanyahu. Un’immagine squilibrata che trasmette un’idea sbilanciata del piano favore di uno dei contendenti. Mancava la controparte composta da quelle fazioni palestinesi che vanno da Fatah ai fondamentalisti di Hamas  e che ieri si sono ricompattate in un fronte unito, come non si vedeva da tempo, per rigettare la proposta americana. Una sorta di  colpo di grazia a quello che  Trump ha definito “l’accordo del secolo”.

Da tempo  i rapporti dei palestinesi con Trump si sono deteriorati a causa di  alcune scelte del presidente a favore dello stato ebraico: la decisione di spostare l’ambasciata statunitense da Tel Aviv a Gerusalemme, città da sempre contesa e custode dei luoghi sacri delle tre religioni monoteiste; il riconoscimento della sovranità israeliana sulle alture del Golan occupate nel ‘67; il drastico taglio degli aiuti americani al programma per i rifugiati palestinesi; la chiusura dell’ufficio palestinese di Washington.  Il piano di pace, messo a punto da Jared Kushner, il genero di Trump, concordato solo con Israele e sostenuto da alcuni stati arabi non ha lasciato al momento aperto alcuno spiraglio di trattativa. Bisogna vedere cosa accadrà nelle prossime settimane, quando Abu Mazen avrà valutato meglio l’offerta americana.

Il tweet di Trump con la mappa del suo piano di pace israelo-palestinese

Per ora gli animi sono surriscaldati, e dopo i disordini di ieri lungo i confini della West Bank oggi è stata proclamata la giornata della rabbia. Il piano prevede la nascita di due stati, ma Gerusalemme unita sarà la capitale di Israele. I palestinesi potranno avere la loro capitale sulle colline attorni a Gerusalemme est. I luoghi santi, come la spianata delle moschee saranno sorvegliati dalla Giordania ma accessibili a tutti i musulmani previo controllo israeliano. Non ci sarà alcuno smantellamento degli insediamenti israeliani nei territori occupati, ma anzi durante il fine settimana Netanyahu farà annettere in modo unilaterale parti della valle del Giordano. Un gesto che non tende di certo la mano ai palestinesi, ma inasprisce ulteriormente gli animi.

“Ci saranno molti soldi, conviene a tutti,”  dice Trump, 50 miliardi di dollari da investire per rilanciare la devastata economia palestinese, ma il presidente Abu Mazen ha fatto sapere che i loro diritti non sono in vendita.

“Migliaia di volte la nostra risposta è No..No..NO..”

Nel progetto statunitense un tunnel dovrebbe collegare Gaza alla West Bank e altri territori dovrebbero aggiungersi allo stato palestinese lungo la frontiera con l’Egitto, ma il futuro stato palestinese non avrebbe un esercito e dovrebbe smantellare  gruppi militanti come Hamas che è basato a Gaza. Lo squilibrio con Israele è evidente, ma da Trump, che pare convinto della  bontà della sua proposta, è arrivata persino la promessa di “volersi impegnare di più a favore dei palestinesi, altrimenti ha detto il piano non sarebbe equo”. 

Contrastanti e significative le reazioni nei paesi arabi, con la sola Giordania che chiede il rispetto dei confini del 1967 e Gerusalemme est capitale di un futuro stato palestinese, mentre l’Arabia Saudita forte alleata del presidente americano, Egitto, Qatar, Emirati hanno espresso  apprezzamenti per l’iniziativa. I tempi sono cambiati ed è evidente che i palestinesi appaiono più soli e la loro causa non è più in testa alle agende mediorientali. Altri problemi avanzano, gli equilibri stanno cambiando e Israele è meno isolato di prima.

Molti analisti consigliano i palestinesi di usare il piano come una base di partenza per una trattativa concreta. Non è quindi escluso che, superata la rabbia iniziale, qualcosa si possa muovere. Sarebbe un buon diversivo per Trump e Netanyahu entrambi sotto pressione  in casa propria. Il premier israeliano è in campagna elettorale e deve affrontare il giudizio degli elettori per la terza volta in un anno. L’annuncio del piano di pace in compagnia di Trump è stato visto come un regalo dell’alleato americano per allontanare le accuse di corruzione e l’ombra di alcune inchieste giudiziarie che lo hanno colpito. Trump a sua volta è alle prese con l’inchiesta sull’impeachment lanciata dai democratici ed è alla ricerca di una riconferma alla Casa Bianca: un accordo in Medio Oriente gli farebbe molto comodo.

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