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Il coronavirus arriva nell’anno del topo? Già, facciamo i conti con le pesti del passato

L’ultima pandemia di peste, partita alla fine dell‘800 proprio dalla Cina, totalizzò nel mondo milioni di contagiati e di morti: dalla storia abbiamo imparato?

Centers for Disease Control and Prevention: A digital illustration of the coronavirus shows the crown-like appearance of the virus.

La prima che abbiamo nella memoria è la cosiddetta peste di Pericle (430-432 a.C.), forse tifo esantematico, giunta dall’Asia. Colpì Atene e ne segnò il declino. A stare a Diodoro Siculo, la città nel biennio perse un terzo degli abitanti....

Le tragedie hanno un aspetto positivo: costituiscono un banco di prova e un’occasione di insegnamento. È vero sul piano della persona, ma anche del genere umano. Non fa eccezione la lezione che arriva dalla subdola e mortifera sindrome polmonare Coronavirus_2019-nCoV, anche detta Wuhan Coronavirus.

Ad esempio, abbiamo appreso che, il Wuhan Coronavirus, almeno nell’attuale virulenza, avrebbe potuto essere evitato, se solo le autorità locali del partito comunista si fossero congratulate con l’oftalmologo Li Wenliang che già a dicembre aveva comunicato l’allarme ad amici e famigliari, invece di intimidirlo e arrestarlo per fargli passare la voglia di diffondere notizie “false e tendenziose”. Liberato dall’ingiusto e idiota carcerazione, il dottor Li è poi tornato a lavorare in ospedale, ma troppo tardi per prevenire lo spaventoso flusso di virus che intanto si era generato e del quale sarebbe rimasto lui stesso vittima il 6 febbraio. Oggi Li è un eroe persino per il governo centrale, costretto a disporre un’inchiesta sull’accaduto. Il governo non spiega, però, il riflesso pavloviano di un regime fondato sul controllo sociale totale, che bandisce ogni e qualsiasi allarme, nel segno della felicità garantita e perpetua. Come da manuale, questo è il comportamento che spetta a un partito comunista. Ma i colleghi di Li? Che ne hanno fatto del giuramento di Ippocrate che li obbliga alla fedeltà ai malati, oltre che al partito e alla “patria”?

Abbiamo anche appreso che, per evitare pestilenze e flussi di altra materia mortifera, occorre stare alla larga non solo dei topi ma dagli anni del topo. Si dirà che i topi stavolta sono innocenti, ed è probabilmente vero, visto che l’insorgenza del 2019-nCoV viene attribuita ai pipistrelli, per molti, peraltro, topi volanti. Per chi crede che vi sia poco di casuale nelle cose della vita e che le coincidenze vadano meditate con attenzione, chiede attenzione il rapporto tra cinesi e topi. L’anno del topo, quello che, per le comunità cinesi del mondo intero, è iniziato in coincidenza con i primi annunci da Wuhan, rispetto agli anni che si richiamano ad uno degli altri undici animali che contribuiscono a strutturare il ciclo dello zodiaco cinese, è, per gli astrologi del “regno di mezzo”, portatore di morte, guerra, peste e altri orrori.

Cina: hostess all’aeroporto internazionale di Shenzhen Bao’an (Foto UN/ Man Yi)

L’ultima pandemia di peste, partita alla fine dell‘800 proprio dalla Cina, totalizzando nel mondo 30 milioni di contagiati e 12 di morti, ebbe anch’essa parecchio a che spartire con i topi. Ne furono infatti portatori quei roditori, o meglio le loro pulci parassite. La morte per gli essere umani arrivava dopo le grandi morie di topi malati: le pulci infettate dal batterio Yersinia pestis, trasmesso dai ratti, lasciavano le loro carcasse e si trasferivano in ben più confortevole abitacolo, il corpo umano, generando la sesta grande epidemia globale della storia.

La prima che abbiamo nella memoria è la cosiddetta peste di Pericle (430-432 a.C.), forse tifo esantematico, giunta dall’Asia. Colpì Atene e ne segnò il declino. A stare a Diodoro Siculo, la città nel biennio perse un terzo degli abitanti.

Nel sesto secolo, tra il 540 e il 600 si sviluppò la cosiddetta peste di Giustiniano. Ne parla Procopio di Cesarea chiamandola peste granulare. Da Costantinopoli dove perse la vita circa il 40% della popolazione, circolò per l’intero bacino mediterraneo, ripresentandosi ad ondate anche nel secolo successivo con un non documentabile numero di vittime totali, ritenute in genere pari ad almeno 50 milioni.

Nel Trecento tornò la peste, stavolta bubbonica, che prese il nome di “morte nera”.  La tragedia avrebbe avuto inizio nel 1347. Dodici navi sfuggite all’assedio che i mongoli avevano posto a Caffa, base in Crimea dei traffici genovesi nel mar Nero, navigarono il Mediterraneo con il loro carico di grano, ma anche di topi, cadaveri, appestati, pulci, bacilli. Approdate a Messina, divennero il focolaio della peggiore epidemia della civiltà occidentale. Si legge di 30 milioni di morti; ed è fuori dubbio che quell’ecatombe contribuisse al declino del Mediterraneo rispetto alle regioni atlantiche dell’Europa.

La peste del 1348 a Firenze come descritta dal Boccaccio nel Decamerone (Disegno di L. Sabatelli)

Due secoli dopo toccò alla sifilide, detta “mal francese” perché in Italia arrivò con la soldataglia di Carlo VIII sceso fino a Napoli. Era stata importata dai Caraibi con le navi del vicereame instaurato in quelle terre da Cristoforo Colombo dopo la spedizione del 1492.

Quasi per ricambiare il donativo della sifilide, i conquistadores diffusero nel continente americano salmonella, vaiolo e tifo petecchiale, che scardinarono, con cicli ravvicinati di manifestazione pandemiche, le società indigene, segnandone la subitanea fine.

Nella modernità si fece notare, tra il 1830 e il 1836, il colera, o peste dell’Ottocento. Dall’Europa orientale arrivò a Parigi, diffondendosi poi in Italia e attraversando infine l’Atlantico sino a colpire anche gli Stati Uniti. Ma operò soprattutto in Europa, ritagliandosi un proprio ruolo nella disgregazione dei grandi imperi dinastici.

Anche il Novecento, a causa anche delle guerre e dello sviluppo esponenziale dell’economia che fecero circolare e mischiare masse prima impensabili di esseri umani, produsse grandi e subitanee epidemie, racchiuse nello spazio temporale di pochi mesi o di pochi anni. Gli uccelli vi giocarono un ruolo significativo, così come la Cina e l’Asia in genere. L’influenzavirus cosiddetta Spagnola (sottotipo H1N1) scoppiò sul fronte nell’aprile 1918 e dilagò producendo in pochi mesi almeno 20 milioni di morti (c’è chi ne ha contati 40), 600mila dei quali in Italia. Nel 1957 toccò al sottotipo H2N2, un’influenzavirus detta Asiatica, con 2 milioni di morti. Altrettanti ne fece nel 1968 l’influenza di Hong Kong, sottospecie H3N2, di nuovo in circolo nel biennio 2004-2005, presentandosi in Europa via Siberia e Romania.

Nel Bestiario che da sempre lega le epidemie agli animali, ampio spazio spetta all’animale umano, sia nella versione autonoma di specie “eretta”, che in quella della simbiosi con altri animali, nelle versioni dei  “liber monstrorum” partoriti nel tempo.

Il posto d’onore, in fatto di 2019-nCoV, l’hanno accaparrato i dirigenti del partito di Wuhan per le ragioni indicate. Ma in coda si ammassano tanti altri aspiranti: i propalatori di notizie fasulle (l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha parlato d’infodemia), i negozianti e ristoratori che mettono in strada gli incolpevoli turisti cinesi che fino a gennaio inseguivano per incassarne il denaro, i politici d’opposizione di qualunque paese al mondo che speculano sulle misure assunte dai governi per contrastare la diffusione del male. Si dirà: nulla di nuovo sotto il sole. Nel 1348 Clemente VI, da Avignone emanò più di una bolla per confutare le accuse contro gli ebrei che, secondo l’insistente “vox populi”, l’anno prima avrebbero ammorbato i pozzi per diffondere la peste, ed effettuato riti diabolici e malvagi tali da scatenare la collera divina. In tempi di scienza e tecnologie diffuse, ci si aspetterebbe un pizzico in più di pudore,viste le conoscenze di cui disponiamo, tutte abbastanza controllabili da chi vuole non mandare la propria coscienza all’ammasso di turlupinatori in malafede.

I protagonisti dei capitoli del bestiario della disinformazione, che viene vergato in questi giorni di lutto cinese e ansia universale, dovrebbero meditare sull’insegnamento di Emmanuel Le Roy Ladurie che nel 1973, prima della catalogazione dei corona e 30 anni prima di Sars, elaborò il concetto di “unificazione microbica del mondo”, avvertendo che l’economia di scambio è sede privilegiata del contatto epidemico. In quel meccanismo siamo tutti, al tempo stesso, untori e unti.

E tutti colpevoli se continueremo a interpretare lo scambio come esclusivo flusso di beni materiali e finanza. Il decimale del pil è certo importante, ma non lo sono di meno fattori di autentico sviluppo quali l’igiene, la cultura, il rispetto della natura, la socievolezza. Lo “scambio” tra gli esseri umani, deve transitare anche su quel terreno, creando condizioni di collaborazione tra i popoli e tra gli stati, che puntino, ad esempio, alla pacificazione, alla crescita di cultura umanistica e democrazia, sistemi efficaci di igiene sociale e salute, in particolare nei paesi sottoposti a pesanti dosi di sviluppo accelerato, come è il caso della Cina popolare.

Insieme al rispetto per le leggi della natura, è solo questo cambio di mentalità che potrà consentirci di evitare che l’unificazione microbica del mondo si ritorca contro la specie umana, producendo episodi epidemici che potrebbero anche risultare spaventosi. Si rifletta su un calcolo semplicissimo quanto terrificante, La popolazione del 1918 si aggirava sui 2 miliardi di persone: nella versione inferiore del numero delle vittime, la Spagnola si portò al creatore 20 milioni di persone, ovvero l’1 per cento della popolazione dell’epoca. Oggi, con 8 miliardi di abitanti, il pianeta pagherebbe, a parità di percentuale, un pedaggio di 80 milioni di vittime. Se si prendesse l’acme della forchetta delle vittime che gli storici assegnano alla Spagnola, 40 milioni, ovvero il 2 per cento della popolazione del tempo, le vittime di una Spagnola contemporanea arriverebbero a 160 milioni.

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