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Non solo italiano: le minoranze linguistiche in Italia e la loro preziosa storia secolare

Incontro con Cristiana Grilli, autrice e regista molisana del docufilm “Adriatico. Il mare che unisce”, sulle minoranze etnico-linguistiche croate e albanesi del Molise

Musicista Kruja

Perché si deve non disperdere la memoria e valorizzare la portata sociale e culturale di queste lingue ancora parlate in Italia? Le cosiddette minoranze non vanno conosciute e tutelate soltanto per far sì che il loro patrimonio linguistico sopravviva, ma anche per promuovere concretamente tra le persone il rispetto delle diversità

A fianco alla lingua italiana e ai suoi numerosi dialetti, esistono in Italia decine di lingue e dunque culture, conosciute col nome di minoranze o colonie linguistiche. Da non confondere con quelle parlate dalle nuove comunità straniere stabilitesi nel nostro paese in anni recenti, a causa di fenomeni migratori, le minoranze cosiddette storiche vengono così chiamate perché sono presenti sul territorio italiano da secoli. Si tratta sia di parlanti autoctoni (perlopiù di coloro che vivono lungo le zone di confine nazionali) che di comunità straniere insediatesi in Italia, a seguito di antichi processi migratori nonché di conquiste territoriali. Di quest’ultima tipologia di comunità, è ricco in particolare il nostro Sud dove, tra i territori più nascosti dall’Abruzzo alla Sicilia, ci si può imbattere in numerosi centri abitati in cui si parla ancora un’antica e composita varietà di greco, di albanese,  di croato.

Molteplici sono state, specialmente negli ultimi anni, le ricognizioni più accurate intorno alle storie di queste antiche comunità, compiute soprattutto nel tentativo di non disperderne la memoria e di valorizzarne la portata sociale e culturale. Eppure il più delle volte, tali studi sono rimasti confinati su platee non molto ampie e composte perlopiù da addetti ai lavori. Benché la nostra Costituzione tuteli le numerose minoranze linguistiche presenti in Italia, in pochi conoscono la ricchezza di queste realtà .

La regista Cristiana Grilli

Cristiana Grilli, è una giovane regista di origini arbëreshë ( i cosiddetti albanesi d’Italia) da parte di madre, e greche da parte di padre. Già attiva come aiuto regista dal 2016, nel 2019, in collaborazione con la casa di produzione indipendente Creative Motion, l’autrice  ha scritto e diretto il docufilm “Adriatico. Il mare che unisce”, documentario dedicato alle minoranze etnico-linguistiche croate e albanesi stabilitesi in Molise dal XV secolo .

“Il documentario – racconta Cristiana – è nato da un sentimento profondo di autocoscienza in relazione alla mia storia familiare. Da parte materna appartengo alla comunità arbëreshë molisana, mentre da parte paterna ho ereditato le radici greche. I Balcani hanno sempre fatto parte della mia esistenza e ne ho sempre subito il fascino e il magnetismo, ancor prima che ne avessi coscienza. Prima di dipingere un quadro si è mossi da un impeto di emozioni che si traducono in immagini, si dice accada così. A me, allo stesso modo, è accaduta una cosa simile: nell’aprile di due anni fa ho iniziato a scrivere la mia idea del film, tra sequenze oniriche e narrative che si susseguivano nella mia mente. L’intento era di realizzare una fotografia di questi popoli ai quali in parte appartengo, attraverso un lungo ed elaborato excursus storico fino ai nostri giorni, tentando di riportare con fedeltà la loro vicenda”.

Quello ripercorso da Cristiana Grilli è un viaggio affascinante e anche doloroso,  tra il Sud Italia e i Balcani, alla scoperta delle comunità slave e albanesi insediatesi nel territorio molisano, a seguito dell’invasione ottomana della penisola balcanica. L’inizio delle riprese per il documentario Adriatico risale a Maggio 2018. Dopo una prima indagine nei  luoghi del Molise dove sono stanziate ormai da secoli tali comunità, il viaggio di Cristiana è proseguito oltremare, in Croazia e in Bosnia Herzegovina, e in particolare nella zona della catena montuosa del Biokovo e del fiume Narenta, luoghi di provenienza degli slavi molisani, per poi proseguire verso l’Albania, dove la regista ha ripercorso le tracce degli Arbëreshë molisani e della gloriosa storia del condottiero Skanderbeg nei borghi di Berat e Kruja.

Il viaggio si è poi concluso a Ginevra dove, insieme ai suoi collaboratori, Cristiana ha incontrato il musicista bosniaco Goran Bregović, poco prima di un suo concerto. La sua testimonianza è stata certamente indispensabile per il docufilm perché l’artista  incarna alla perfezione il concetto di contaminazione etnico-culturale.

San Felice, Molise

Fondamentali, inoltre, sono state le interviste a importanti linguisti come il professor Francesco Storti, storico e ricercatore dell’Università Federico II di Napoli, il linguista e docente universitario Giovanni Agresti, la ricercatrice Maria Luisa Pignoli dell’Université Côté d’Azur (Francia), il Professore di Lettere e custode della memoria delle comunità croate del Molise Giovanni Piccoli e il linguista slavista Walter Breu docente presso l’University di Konstanz (Germania). Il documentario, che è stato presentato tra gli altri all’ International Human Rights Film Festival in Albania,  intende far luce sull’importanza dell’incontro tra culture diverse, oggi troppo spesso paventata, specialmente da una certa propaganda conservatrice, che sembra non tener conto delle fonti storiche.

Cristiana Grilli (a sinistra) durante le riprese del documentario

Come artista e come molisana – prosegue Cristiana-  c’è da parte mia la ferma volontà di portare alla luce, attraverso questo lavoro, una subcultura dal valore inestimabile che rischia di rimanere insabbiata negli abissi profondi della storia. Nel panorama globalizzato in cui oggi ci troviamo inoltre, urge comprendere quanto la diversità culturale sia indispensabile al fine di contrastare il fenomeno sempre più incalzante e schiacciante dell’omologazione che non lascia spazio a peculiarità e qualità ritenute bensì ‘pericolose’ e  addirittura negative. Con questo docufilm ho voluto rimarcare l’importanza della contaminazione culturale, vista come un arricchimento e un valore aggiunto, non soltanto per il territorio che accoglie.  Sono molto contenta di esser riuscita a coinvolgere nel docufilm anche un grande artista come Goran Bregović  che, con il suo cameo nel documentario e con il suo percorso artistico , ha incarnato e incarna perfettamente questo concetto, fornendoci una chiave di lettura illuminante, di cui ognuno di noi dovrebbe fare tesoro”.

Cantante Arbrëshë

Le cosiddette minoranze dunque, non vanno conosciute e tutelate soltanto per far sì che il loro patrimonio linguistico sopravviva, ma anche per promuovere concretamente tra le persone, il rispetto delle diversità. Tale ambizione non è affatto facile da raggiungere, anche perché molti dei paesi in cui sono presenti le minoranze linguistiche, subiscono da anni il fenomeno dello spopolamento e vanno perdendo le loro risorse e le loro energie. Le persone anziane restano senza dubbio le più orgogliose e continuano a mantenere ben saldi usi e tradizioni legati alla propria cultura di origine. “Quando ci siamo addentrati nelle comunità di minoranza – prosegue Cristiana Grilli- lo abbiamo fatto coinvolgendo varie persone che si sono prestate sia a rilasciare interviste, sia a girare sequenze narrative.  Sin da subito ho espresso loro la mia ferma volontà di portare all’attenzione nazionale e dei Paesi d’origine, una realtà ancora poco conosciuta che, nonostante tutto,  loro conservano gelosamente e con una certa fierezza. La disponibilità che hanno dimostrato nei confronti del progetto è stata totale e sono nate anche belle amicizie; in questo lavoro hanno riposto fiducia e speranza in quanto loro patiscono  un po’ la loro condizione “speciale”. Dalle istituzioni spesso si sentono lasciati da parte e “ricordati” solo nelle occasioni di circostanza; questo  avviene ad esempio in occasione di particolari ricorrenze durante le quali arrivano in questi centri ministri, consoli e rappresentanti politici degli Stati di origine. Raccontare la verità anche sotto questo aspetto è per loro molto importante ed è ciò che ho fatto. Questo è il giusto modo di rendere onore alla loro storia”.

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