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Uno, nessuno e centomila: la vita del viaggiatore ai tempi del coronavirus

L'Informatore aveva piani di andare in Italia in questi giorni, ma una volta in Europa ha dovuto arrendersi all'ultima tappa. Le sue considerazioni sul virus corona

Immagine da Pixbay, Gerd Altmann

Ciao, vieni da Milano? Vivo all’estero e leggo le notizie. Come mai la mascherina? È davvero così drammatica la situazione? - chiedo. "No, ma sono spesso per aeroporti e prendo sempre l’aereo. Non è che è drammatica; è che c'è chi si fida degli altri e chi no. Siccome non so se gli altri sono malati...." risponde Giuseppe

11 febbraio:

Ping! 

La chat aziendale mi annuncia il messaggio di un collega. Il 14 febbraio la GSMA, l’ente che organizza il Mobile World Congress di Barcellona, deciderà se l’evento che porta nella capitale catalana più di centomila delegati ogni anno si terrà oppure no.

Sarebbe una decisione eccezionale. La prima volta a memoria d’uomo che la Mecca annuale della telefonia mobile viene cancellata.

12 febbraio:

Ping!

C’è l’annuncio. Non è servito neppure aspettare San Valentino. L’MWC quest’anno non ci sarà. Ho già aerei pagati e alberghi prenotati, ma non fa differenza: gli uomini fanno i loro piani. Gli dèi sorridono. L’allarme per il virus corona, giustificato o no, ha avuto il sopravvento.

Di centomila che dovevano andare non andrà nessuno. Anzi, andrà uno solo. Io. Per me il MWC è sempre stato l’occasione per “allungare” e passare in Italia. È con tutti i biglietti prenotati perché rinunciare? Ho deciso. Vado.

21 febbraio:

Dopo settimane di notizie in cui gli unici casi italiani erano stati due turisti cinesi a Roma, ecco che, inatteso, si apre un focolaio italiano su nel nord Italia. Che fare? Troppo tardi per disdire tutto. Vado.

24 febbraio:

Dopo uno scalo tecnico a Monaco, arrivo a Barcellona. 

L’aereo è pieno solo a metà. Impensabile nei giorni del Mobile World Congress.

Nessuno mi ha parlato di virus corona, se non i colleghi italiani via chat, i quali mi raccontano che a Milano si sta manifestando una certa isteria collettiva: locali chiusi e tutti tappati in casa. Il nastro del ritiro bagagli è condiviso con il volo da Milano. Alcuni di quelli che attendono hanno la mascherina.

Mi avvicino a uno di loro. Trattasi di Giuseppe:

Giuseppe di Milano non si fida e preferisce portare la mascherina.

Ciao, vieni da Milano? Vivo all’estero e leggo le notizie. Come mai la mascherina? È davvero così drammatica la situazione? – chiedo.

No, ma sono spesso per aeroporti e prendo sempre l’aereo. Non è che è drammatica; è che c’è chi si fida degli altri e chi no. Siccome non so se gli altri sono malati. – risponde Giuseppe.

Secondo te è grave la situazione?

Diciamo che è stata un po’ sottovalutata. Se uno se ne accorge dopo 20 giorni che è malato, sai quanti persone incontri in 20 giorni… da me ci sono 40 persone contagiate, tra l’altro vicino a casa mia. – conclude Giuseppe.

Prendo il taxi verso il centro. Via Whatsapp, un amico fa dello spirito di bassa lega sui centri massaggi cinesi di Milano e su servizi resi con l’Amuchina a prezzo maggiorato, credo.

La sera entro in un ristorante di Barcellona per mangiare il pulpo alla griglia. Quartiere Born. Per il tavolo bisogna attendere oppure sedersi al bar, che per me va benissimo. Mi trovo seduto accanto a Nicola, un dottore di medicina dello sport che sa anche un bel po’ di cose di virologia. I casi della vita. Tra l’altro lui è a Barcellona per seguire proprio una squadra di calcio cinese (squadra che ha già fatto  la quarantena in Cina, mi rassicura). Non ci vuole molto prima che finiamo a parlare di virus corona.

Pensi che ci vorrà molto per il vaccino? – chiedo.

Credo proprio di sì. Questo non è un virus normale, come la stagionale. Questo è un virus “brutto”, diverso da quelli che conosciamo. È molto difficile prevedere come si comporti. – risponde Nicola – Considera solo che un virus vero per la SARS, che era dello stesso ceppo, ancora non c’è.

Ho letto proprio oggi che gli americani dicono che ci vogliono 18 mesi… – incalzo.

18 mesi è il tempo necessario per la sperimentazione prima che il vaccino venga approvato, ma prima devi averlo il vaccino. Ma c’e di più. Il virus sta mutando e oggi hanno risequenziato il genoma del virus italiano notando che era molto diverso da quello cinese. – mi racconta Nicola.

E cosa ne pensi della polemica tra Burrioni e Maria Rita Gismondo dell’ospedale Sacco?

Qui la discussione si fa interessante. Nicola non si vuole sbilanciare troppo nei suoi giudizi, che è un buon segno di questi tempi. Insistendo, qualche brandello di opinione riesco a carpirglielo. La Gismondo aveva detto che il virus corona non era poi tanto peggio dell’influenza stagionale classica e avrebbe nuociuto solo a chi gode di pessima saluta. Nicola pensa che la Gismondo avrebbe fatto meglio a non fare quell’uscita. E la logica è questa: anche se quanto affermato dalla ricercatrice fosse vero (probabilmente lo è), a morire sono comunque esseri umani. Accettare la logica che la vita umana sia in qualche modo spendibile nella forma di numeri di una macabra contabilità è terreno scivoloso per un dottore. Quei morti, per quanto anziani e debilitati, sono comunque i padri, le madri e gli zii di qualcuno. Mi sembra una logica solida.

Nicola, il dottore incontrato a Barcellona.

Riusciremo a contenere il virus a Codogno e nelle altre aree isolate?

Nicola è scettico. Questo virus oramai è uscito e la presenza di “untori” asintomatici rende difficile pensare di contenerlo. Certo si fa del bene anche a rallentarlo. Bene quindi le misure prese da governo e regioni. Questo è un virus non molto pericoloso, ma con un grado infettivo medio alto.

Una cosa positiva di tutto questo – osservo io – è che questa situazione potrebbe essere un’utile prova generale se un giorno arrivasse un virus di grado infettivo alto e di alta pericolosità. Nicola è d’accordo. Anzi, quel giorno prima o poi arriverà.

25 febbraio:

Le notizie dall’Italia non migliorano. A Milano continua la psicosi collettiva. Giustificata o meno è impossibile dirlo. Sarei dovuto andare a Milano due giorni dopo, e poi Roma. Saltare la tappa di Milano? Ho già tutti i biglietti aerei pagati. E anche l’hotel prenotato vicino all’ufficio, in via… del Lazzaretto!

È l’ultima goccia. Decido di non andare a Milano. Non vorrei trovarmi in quarantena forzata pure io. Dall’America mi consigliano di non andarci proprio in Italia. Che palle!

Il carnevale veneziano con la mascherina per il virus corona (Illustrazione di Antonella Martino)

26 febbraio:

Nuovi casi in nord Italia. Aumentano morti e infettati. Si registrano casi anche in altre regioni. Che fare? Qualche giornale fa balenare l’idea che i voli dall’Italia possano essere bloccati. Rischiare e andare uguale? E se non mi facessero ripartire?

In serata ora europea Trump lascia intuire che l’amministrazione USA sta valutando se chiudere i voli dai paesi con alto numero di contagiati.

Cose da fare a Roma ne ho, ma… tengo famiglia. È un rischio che non posso correre. Faccio un nuovo biglietto per Monaco e mi attivo per anticipare il ritorno in USA.

27 febbraio:

Dopo una settimana di clausura, i Milanesi si stanno già un po’ rompendo le balle e il sindaco Sala parla di riaprire Milano. Anche ai massimi livelli hanno dei dubbi evidentemente. Ok salvare le vite, ma l’impatto economico sull’Italia del nord, e quindi sull’Italia intera, sta diventando devastante. Un amico che lavora per Alitalia mi dice (scherzando ma non troppo) che il biglietto da Milano per Roma non me lo rimborsano perché il governo dice che va tutto bene e che se dovessero rimborsare anche quei biglietti lì fallirebbero anche prima. Mentana, su RDS, ci informa che il problema vero del virus corona è che non hanno abbastanza posti letto per quelli che il virus lo prendono male e quello è il vero problema. Sarà. Tra notizie vere, presunte, opinioni e fake news non ci si capisce più niente. Di Maio annuncia l’istituzione di pene severissime per chi fa la cresta sulle mascherine e sull’Amuchina. Salvini si dichiara disponibile a un governo di grandi intese. I populisti di lotta e di governo non sanno più che pesci pigliare neanche loro. 

Requisiti in conflitto

Una vecchia barzelletta italiana andava così:

Dottore, dottore. Non bevo alcolici, non fumo e non ho avventure galanti con signorine. Posso vivere fino a cent’anni?

Sì, ma che cazzo campi a fare?

Spesso le barzellette contengono grandi verità e questa potrebbe non fare eccezione. 

Salvare il massimo di vite umane è un requisito meritevole, ma se il costo è lasciar precipitare totalmente l’economia di un paese, forse è meglio fare qualche pensierino in più: sono da salvare anche decine di migliaia di posti di lavoro.

Qual’è la cosa giusta da fare?  In questi casi non lo sa nessuno. Non lo sanno i populisti, ma non lo sanno neppure quelli che si pongono come forze politiche “razionali”: in situazioni come queste, occorre fare delle scelte di compromesso tra requisiti in conflitto tra loro: diamo alla difesa di ogni singola vita umana la precedenza su tutto? Oppure vogliamo che le attività economiche si riprendano? 

È ovvio che, qualsiasi scelta si faccia, per chi amministra questo significa fare scelte destinate ad essere criticate. Se si abbassa la guardia contro il virus, moriranno decine, o anche centinaia, di persone. Se si sceglie di imporre quarantene con l’aiuto dell’esercito e di sanzioni serie, si salveranno molte vite, ma si elimineranno giocoforza molti posti di lavoro. Una soluzione che salvi completamente capra e cavoli potrebbe anche non esserci. Come si diceva con Nicola l’altro giorno, che questa crisi ci prepari almeno a gestire la prossima quando questa arriverà.

Io, nel frattempo, sono riuscito ad anticipare il volo di rientro in USA, in attesa di tempi migliori. 

 

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