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The Scarlet Zone: La resurrezione dell’ospedale e il Sindaco guerriero

L'ospedale davanti a casa mia, ha ricevuto la settimana scorsa il primo gruppo di malati di Coronavirus

L'ospedale "Don Primo Mazzolari di Bozzolo nelle rielaborazione grafica di Francesco Maria Mussini

Il Sindaco Torchio è furente non perché sono arrivati gli ammalati di Covid19, che qui verranno curati come in una clinica svizzera, ma perché le autorità regionali che hanno disposto questi trasferimenti sono le stesse che hanno smantellato, perché inutili e costosi, gli ospedali di provincia, accentrando tutti i servizi sanitari nei comuni capoluogo o dirottandoli verso strutture private

La resurrezione dell’ospedale e il Sindaco guerriero

 

27 marzo 2020, ore 10:50

 

Dall’ultima volta che ho scritto, un po’ tutto il mondo è diventato Scarlet Zone. L’illusione che chiudere le frontiere potesse prevenire la diffusione del Coronavirus si è presto rivelata tale e l’unica chiusura che sta dando qualche risultato per rallentare il contagio è quella delle porte delle nostre case. La provincia di Mantova, da dove vi scrivo è quel triangolo di Lombardia che si incunea tra Emilia e Veneto e si trova così proprio nel mezzo della zona più duramente colpita. Il mio paese, Bozzolo (in inglese Cocoon), per adesso ha avuto un numero limitato di contagiati, ma le notizie che vengono dai paesi vicini è come se ci facessero sentire assediati dalla linea di un fronte circolare che continua ad avvicinarsi nonostante le misure straordinarie.

 

Il nostro ospedale, proprio davanti a casa mia, ha ricevuto la settimana scorsa il primo gruppo di malati di Covid19 e il nostro sindaco, Giuseppe Torchio è andato su tutte le furie perché non è stato informato da nessuno di questo trasferimento e lo è venuto a sapere dalla strada. Giuseppe è un guerriero, è stato deputato a Roma, ma non disdegna, se serve, di dirigere il traffico, rifilare le siepi e guidare i volontari nella pulizia della campagna circostante. Un settimanale di gossip qualche anno fa gli ha dedicato un servizio fotografico definendolo “Sindaco Stradino”, per altri sarebbe stato un’offesa, per lui un titolo di merito. In queste settimane sta coordinando dipendenti comunali e volontari per portare viveri e medicinali ad anziani ed ammalati soli in casa. Il suo cellulare è sempre acceso e risponde a centinaia di chiamate e messaggi. Ogni giorno dirama un bollettino con rassegna stampa sulla pagina Facebook “Set da Bosul” che è l’antidoto più efficace contro bufale e pettegolezzi di paese.

Il Sindaco Torchio dà il benvenuto a papa Francesco a Bozzolo durante la sua visita del 20 giugno 2017

 

L’ospedale è l’orgoglio di Bozzolo: tra gli anni ’60 e ’80 era diventato una specie di clinica svizzera in mezzo alla campagna padana. Grazie ad amministratori lungimiranti e primari illuminati, i “professori” i cui nomi ancora oggi vengono menzionati con rispetto e deferenza, l’ospedale era considerato un modello. A metà degli anni ’70, le maestre ci portarono a visitare l’ala nuova, appena inaugurata, e ci apparve non solo bella, ma lussuosa. La sala operatoria era tutta rivestita di marmo verde. Neanche gli ospedali che si vedevano nei telefilm americani potevano competere col nostro. Al Liceo Virgilio, le mie professoresse di Mantova città si intenerivano a sentire il nome Bozzolo: erano venute tutte a partorire qui. Poi venne lo smantellamento progressivo e fu solo grazie alla resistenza e alla capacità strategica di Piergiorgio Mussini (già presidente dell’ospedale e sindaco del paese) che invece di una chiusura si passò a una riconversione della struttura in centro specializzato avanzato di riabilitazione motoria e cardiorespiratoria. Poi cercarono di chiudere anche quei due reparti e ventilarono addirittura la possibilità di convertire l’intero, enorme stabile in archivio di non so quale istituzione.

 

Il Sindaco Torchio ha tutte le ragioni di arrabbiarsi quindi. Non perché sono arrivati a Bozzolo gli ammalati di Covid19, che qui, all’ospedale dedicato a Don Primo Mazzolari staranno bene e verranno curati come e meglio che in una clinica svizzera, ma perché le autorità regionali che hanno disposto questi trasferimenti sono le stesse che, nei decenni hanno smantellato progressivamente, perché “inutili e costosi”, gli ospedali di provincia, accentrando tutti i servizi sanitari nei comuni capoluogo o dirottandoli verso strutture private. Se i macchinari e le strutture della nostra riabilitazione cardiorespiratoria fossero ancora qui nei nostri reparti, le cure che i pazienti appena arrivati ricevono sarebbero ancora più efficaci.

 

Concludo con due appelli: il primo a breve termine a donare fondi per l’ospedale di Bozzolo o per qualunque altro ospedale che in questo momento sta affrontando l’emergenza Covid19 e l’altro più a lungo termine a far sentire la nostra voce affinché la politica capisca che gli ospedali di provincia sono i presidi più adeguati e ben distribuiti per assicurare salute e benessere ai cittadini, non solo nei momenti di tragica emergenza, ma anche nella normalità alla quale ci auguriamo di tornare al più presto.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Don Abbondio, Perpetua e Gertrude: si stanno diffondendo le tre nuove sindromi psico-carrateriali da coronavirus 

20 marzo 2020, ore 17:12

Avvertenza: il presente testo non ha alcun valore scientifico. Si tratta di un divertissment da clausura ed è il risultato di una collaborazione tra l’autore, una consulente letteraria, manzoniana sfegatata (Bianca Mussini), e un brillante grafico creativo (Francesco Maria Mussini).

 

Sindrome di Don Abbondio

don Abbondio. Incisione di Francesco Gonin. Rielaborazione grafica di Francesco Maria Mussini.

Il curato fifone è l’ecclesiastico che sta agli antipodi di fra Cristoforo. Il suo rifiuto di celebrare il matrimonio tra Renzo e Lucia, per paura di rappresaglie da parte di don Rodrigo, è l’inizio di tutte le disavventure della giovane coppia. La paura è la condizione esistenziale di don Abbondio: ha paura delle minacce dei bravi, ha paura dell’ira di Renzo, ha paura del rimprovero del Cardinale, ha paura del contagio della peste. Le sue paure si trasformano spesso in fobia, “pauraccia” la chiama Manzoni. La paura di per sé è una reazione normale e umana ad un pericolo imminente, ed è spesso indispensabile per far scattare l’istinto di sopravvivenza. Per fare un esempio di oggi, se la paura del contagio da coronavirus ci spinge a stare in casa, è saggia consigliera e va ascoltata. Ma la “pauraccia” (o fobia) di don Abbondio lo spinge a prendere decisioni egoistiche e irrazionali, che spesso comportano conseguenze disastrose per gli altri.

Gli effetti da sindrome di don Abbondio nell’attuale situazione di emergenza possono essere identificati tra gli accumulatori compulsivi (hoarders) che ritroviamo in fila nei supermercati coi carrelli straripanti di carta igienica e bottiglie d’acqua, due generi che non hanno nessun legame specifico con l’epidemia da coronavirus. Tutti ormai sanno, anche gli affetti da sindrome di don Abbondio, che dissenteria e diarrea sono sintomi del colera, ma non del Covid19, e tutti sappiamo che l’acqua delle città italiane è controllatissima, sicura, spesso buona da bere e può tranquillamente sostituire quella in bottiglia.

Le pauracce e le fobie ,però, a differenza della paura, causano comportamenti egoistici che danneggiano gli altri. Come il pavido rifiuto di don Abbondio di celebrare il matrimonio è la causa diretta di tutte le sventure dei fidanzati, l’accumulazione insensata di merce nei supermercati fa sì che gli altri ne restino completamente sprovvisti.

 

Sindrome di Perpetua

Perpetua. Incisione di Francesco Gonin. Rielaborazione grafica di Francesco Maria Mussini.

La domestica di don Abbondio è diventata così famosa da aver dato il suo nome ad una professione. È una donna del popolo, saggia e dotata di grande buon senso, le piace chiacchierare e dare pareri mai richiesti e raramente ascoltati. È una variante della sindrome di Cassandra che è stata identificata dagli psicologi come un comportamento ossessivo maniacale che porta a prevedere sempre per il futuro eventi disastrosi sia per sé che per gli altri (attenzione, questa è una sindrome vera e studiata, non inventata da me).

La Cassandra del mito era una principessa troiana così bella che il dio Apollo si innamorò di lei e le donò la capacità di profetizzare il futuro. Indispettito dal suo rifiuto, Apollo non le tolse il dono che le aveva già fatto, ma la condannò a non essere creduta. Cassandra avvertì i suoi concittadini che il cavallo di legno era pieno di soldati greci e, come si sa, il loro rifiuto di ascoltarla ebbe come conseguenza ultima la distruzione di Troia.

Perpetua è una donna umile, non profetizza, ma è in grado di prevedere cosa succederà e di suggerire come evitarlo con consigli basati su ragionamenti semplici e diretti. Ma il destino della principessa troiana e della domestica lombarda è lo stesso: non essere credute e ascoltate. Perpetua spiega esattamente al suo ‘padrone’ cosa dovrebbe fare dopo le minacce di don Rodrigo: rivolgersi al suo Cardinale Arcivescovo che sta sempre dalla parte degli umili e sa come tenere a bada i prepotenti.

Sono oggi affetti da sindrome di Perpetua tutti gli individui – non specialisti di virologia, infettivologia etc.- che fin dalle prime notizie sulla diffusione del coronavirus annunciavano scenari apocalittici, simili a quelli che, purtroppo, abbiamo sotto i nostri occhi. La realtà ha finito col dar loro ragione ancor prima di quanto pensassero e adesso possono cavarsi la soddisfazione di fare screenshots delle loro profezie e di ripetere soddisfatti “l’avevo detto io”.

 

Sindrome di Gertrude

Gertrude. Incisione di Francesco Gonin. Rielaborazione grafica di Francesco Maria Mussini.

La Gertrude dei Promessi Sposi è basata sulla storia vera di una nobile ragazza di Monza costretta dal padre a farsi monaca di clausura per non disperdere il patrimonio avito. Finirà col violare tutti i suoi voti e col rendersi complice di delitti raccapriccianti per i quali sarà condannata e punita.

Mai come in queste settimane di clausura forzata, tutti possiamo solidarizzare con Gertrude perché ci sentiamo, come lei “destinati a struggerci in un lento martirio” e anche noi invidiamo “in certi momenti qualunque donna [o uomo], in qualunque condizione, con qualunque coscienza, [che] potesse liberamente godersi nel mondo” (cap. X).

La sindrome di Gertrude è, in questo periodo di isolamento imposto per legge, largamente diffusa tra la popolazione, ma si manifesta con diversi gradi di gravità a seconda dell’indole e dello stile di vita al quale i soggetti sono abituati. I casi più acuti si registrano tra joggers, ciclisti e sportivi di tutti i tipi che entrano in una sorta di crisi d’astinenza dovuta al mancato rilascio di endorfine, normalmente stimolato dall’esercizio.

Oltre all’irrequietezza e al nervosismo (vedi sindrome del Leone in Gabbia), gli individui colpiti in maniera più acuta dalla sindrome di Gertrude sono particolarmente insofferenti di quanti danno segno di essersi adattati tranquillamente alla clausura. Parafrasando Manzoni: l’apparenza di pietà e di contentezza dei ‘reclusi felici’ suona ai ‘gertrudiani’ come un rimprovero dell’inquietudine e dei loro portamenti bisbetici; ed essi non lasciano sfuggire occasione di deriderli dietro le spalle come pinzocheri, di morderli come ipocriti (cfr. cap. X).

Anche se I Promessi Sposi offrirebbero spunto per la definizione di altre sindromi; si pensi ad Azzeccagarbugli, ai governanti inetti, al Conte Zio e al Padre Provinciale…, io mi fermerei qui. Questo divertimento letterario, diventato piccola impresa di famiglia, mi ha distratto dalla tragica cronaca quotidiana di un assedio che sembra farsi sempre più vicino, mi ha fatto rileggere alcune delle pagine immortali del romanzo e mi ha convinto sempre di più della grandezza multiforme di Manzoni non solo nel produrre la prosa più alta ed elegante della nostra letteratura moderna, ma anche nell’analizzare le pieghe più recondite dell’animo umano.

 

I personaggi dei Promessi Sposi danno il nome alle Sindromi da Coronavirus 

17 marzo 2020, ore 16:00

Oggi non parlerò di Coronavirus. Di questi tempi, anche le soubrettes dicono la loro sul virus, la sua genesi e le sue cure; quindi io mi asterrò. Vi parlerò invece di sindromi che secondo la definizione del Dizionario della Salute sono “complessi di sintomi che si presentano associati in modo da configurare un quadro [morboso] caratteristico”. Le sindromi che vi presenterò sono di tipo psicologico o caratteriale e le ho visto svilupparsi in maniera esponenziale in queste settimane. Le ho chiamate col nome dei personaggi dei Promessi Sposi perché è il più grande romanzo italiano e in esso riconosciamo noi stessi e tante delle persone che ci stanno vicino. Sono sicuro che anche voi diagnosticherete una o più di queste sindromi ai vostri parenti e amici. Se me ne sono dimenticata qualcuna, fatemelo sapere e verrà aggiunta al nostro manuale.

 

Sindrome di don Ferrante

Don Ferrante. Incisione di Francesco Gonin. Rielaborazione grafica Francesco Maria Mussini.

Il pedante con le fette di salame sugli occhi che ha letto molti libri, ma ha imparato poco della realtà. L’uomo a cui una cultura libresca fa da schermo e impedisce di vedere le cose come sono. Don Ferrante è un personaggio secondario, ma Manzoni ci tiene a descrivere dettagliatamente la sua fine. Con l’avvicinarsi della pestilenza, don Ferrante, deride i suoi contemporanei preoccupati e facendosi forte dell’autorità di Aristotele sostiene che non essendo la peste né sostanza, né accidente, essa non esiste e così che “non prese nessuna precauzione contro la peste; gli s’attaccò; andò a letto, a morire, come un eroe di Metastasio, prendendosela con le stelle.” (cap. 37)

Gli individui affetti da sindrome di don Ferrante, detti anche negazionisti, erano quelli che, soprattutto agli inizi dell’epidemia di Coronavirus sostenevano che si trattasse di comune influenza o che fosse frutto di una gigantesca montatura mediatica. Gli affetti da questa sindrome sono rimasti pochi, ma rimangono molto agguerriti.

 

Sindrome di don Rodrigo

don Rodrigo. Incisione di Francesco Gonin. Rielaborazione grafica di Francesco Maria Mussini

Di don Rodrigo, il cattivo del romanzo, Manzoni ci dice che, durante la pestilenza, passava il tempo con “amici soliti a straviziare insieme, per passar la malinconia di quel tempo” (cap. 33). È il gaudente impenitente che esorcizza la paura con il vino e la crapula.

Sono severamente affetti da sindrome di don Rodrigo i fighetti milanesi che hanno affollato i navigli nelle precedenti settimane e i dabben giovani che hanno riempito le piazze e i bar di tutta Italia sbevazzando spritz e aperitivi, spiattellattondoli su Instagram, fino a quando non è stato espressamente proibito dalle autorità, anche se era stato già vivamente sconsigliato dai sanitari. Non si sa se per effettiva guarigione degli individui affetti o come conseguenza delle misure restrittive, ma fortunatamente la sindrome di don Rodrigo è quasi scomparsa oggi in Italia.

 

 

Archetipo di fra Cristoforo

fra Cristoforo. Incisione di Francesco Gonin. Rielaborazione grafica di Francesco Maria Mussini.

Quella di fra Cristoforo non è una sindrome e non è una patologia, è piuttosto un archetipo, cioè un modello, un esemplare. Il personaggio manzoniano, forse basato su un personaggio storico realmente esistito (fra Cristoforo Picenardi da Cremona), rappresenta la dignità, il coraggio, l’eroismo cristiano. Dopo una giovinezza di agi conclusa da un duello per futili motivi in cui uccide l’avversario, Ludovico si fa frate cappuccino e dedica la sua intera vita ad aiutare, confortare, sostenere i poveri che incontra sul suo cammino. Morirà prendendosi cura degli appestati del lazzaretto di Milano.

Senza ironia e senza retorica, direi che fra Cristoforo rappresenta il modello per tutte le infermiere, gli infermieri, gli operatori sanitari e i medici che stanno facendo fronte all’epidemia di Coronavirus con turni massacranti, settimane di isolamento volontario e un livello di rischio altissimo nonostante le misure di protezione. A loro va la nostra ammirazione e la nostra gratitudine. E Manzoni sarebbe d’accordo.

 

(alla prossima con le sindromi della Monaca di Monza, di Perpetua e di don Abbondio)

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Il coronavirus all’attacco delle chiese, ma la messa non è finita

Domenica, 15 marzo 2020, 0re 13:00

In queste ore il Cardinale di New York ha annunciato la cancellazione di tutte le Messe nell’arcidiocesi e il Vaticano ha anticipato che tutti i riti della Settimana Santa si svolgeranno sine populo. Misura che non fu presa neppure durante l’occupazione nazista e segno ulteriore dell’estrema gravità della pandemia. 

Durante l’Angelus qualche minuto fa il Papa ha lodato la creatività dei preti lombardi e italiani  “che hanno capito bene che in tempi di pandemia non si deve fare il ‘don Abbondio’”, e li ha ringraziati per le tante iniziative simboliche e virtuali che stanno promuovendo per sostenere e confortare i fedeli e non farli sentire abbandonati. 

L’arcivescovo di Milano, mons. Mario Delpini è salito da solo sul tetto del duomo la settimana scorsa e ha rivolto alla Madonnina dei milanesi una preghiera commovente. Oggi ha celebrato la Messa da solo nella cappella del policlinico. 

Il nostro vescovo di Cremona, mons. Antonio Napolioni, che nelle due scorse domeniche aveva celebrato la Messa in streaming dalla sua cattedrale deserta e sbarrata è l’unico vescovo italiano risultato finora positivo al test. È ricoverato presso l’ospedale di Cremona e sembra stia reagendo bene alle cure. Oggi ha mandato un messaggio rassicurante alla diocesi. 

È un uomo giovane e fondamentalmente sano. Dovrebbe farcela. 

La Messa per noi oggi è stata celebrata dal Santuario di Caravaggio che è in diocesi di Cremona, ma in provincia di Bergamo, una delle città più colpite.  Da giorni al cimitero non riescono a seppellire tutti i morti e il forno crematorio sta funzionando 24 ore su 24.  

La Messa in TV dal Santuario di Caravaggio

Nel momento della nostra vita e della nostra storia in cui avremmo più bisogno di un sostegno non solo psicologico, ma anche spirituale (e intendo l’aggettivo nella sua accezione più ampia e, direi, laica), la Chiesa si sforza di continuare a darlo in modi e forme diversi rispetto alla sua bimillenaria tradizione: con le Messe in streaming, i video registrati, le riflessioni condivise sui social. 

La Madonnina di Milano nella illustrazione di Antonella Martino

Solo un mezzo rimane invariato per far sentire la voce di Dio a chi crede e a chi non crede in questi giorni bui e io voglio augurare a tutti buona domenica proprio con quello. Questo è il suono delle campane di Bologna che per volere del cardinale Zuppi suoneranno per nove sere alle 7. Mi sembra che ci aiutino a chiedere a Dio l’unica cosa che vale la pena chiedergli in questi giorni: libera nos a malo

 

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Quando far la spesa diventa… un’impresa

Sabato 14 marzo, ore 11:30

 

La clausura forzata può provocare gravi danni psicologici: può causare ansia e tristezza cronica, scarsa reattività e depressione clinica vera e propria.  Per questo è molto importante darsi ogni giorno dei piccoli compiti da eseguire oltre, naturalmente a ritagliarsi il tempo necessario per il telelavoro, per chi può e deve farlo.  Ma è anche importante dare una specifica connotazione ai giorni in modo che non siano percepiti come tutti uguali. Per questo avevo deciso che oggi sabato sarebbe stato il giorno dello shopping. Ovviamente dello shopping di cibo, visto che gli unici negozi aperti sono quelli di generi alimentari, i supermercati e le farmacie.

Ieri notte ero così agitato dalla prospettiva di poter finalmente uscire di casa, prendere la macchina e guidare per qualche chilometro fino al supermercato, che quasi non ho dormito. Ovviamente durante la notte mi sono venuti tutti i dubbi: sarà obbligatorio servirsi esclusivamente presso il supermercato più vicino a casa, si potrà optare per uno a qualche chilometro di distanza? A che ora sarà meglio andare? Come posso rinforzare la semplice mascherina chirurgica di cui sono dotato?

Alle sette ero già in piedi e prima delle otto il primo davanti alla porta del supermercato ero io. Sotto la mascherina chirurgica avevo collocato una mascherina da aereo di quelle belle, di tessuto, ho tirato su la cerniera della giacca a vento fino al collo, ho alzato il cappuccio della  tuta fino a quasi coprirmi la testa e sono entrato nel negozio quasi come un gladiatore nell’arena.

Per gli standard italiani, è un supermercato di media grandezza, di provincia, fa parte di una catena piuttosto nota, non è di lusso ma nemmeno un discount.  Gli scaffali sono pieni e costantemente riforniti di merce fresca, in questi giorni non ho mai visto nessuno fare incetta di prodotti. Direi cha abbiamo fatto tutti spese piuttosto grosse, ma più per il disagio che la spedizione comporta che non per ammassare provviste nelle nostre dispense.

Quando ho visto l’immagine dei supermercati di New York e Londra presi d’assalto, con gli scaffali vuoti dove non si trova un pacco di pasta, una cipolla, un cartone di latte, ho pensato all’ironia della storia: noi i discendenti dei contadini padani, famosi per la fame cronica dei nostri antenati, gli arlecchini, gli zanni, immortalati da Dario Fo con una fame tale che finiscono col mangiare le loro stesse mani, noi, dicevo, siamo andati a far la spesa in questi giorni con l’aplomb di un Lord inglese dell’800: Disciplinati, moderati, educati, rispettosi delle distanze di sicurezza  “passi lei, no guardi c’era prima lei, prego, prenda pure. Aspetto”. Quasi tutti, tranne due signore avevamo qualche tipo di mancherina, quasi tutti abbiamo tenuto su i guanti di plastica per la verdura fino alla cassa.

I commessi riconoscevano quasi tutti i clienti anche se coperti dalle mascherine e li chiamavano per nome con grande affabilità. L’atmosfera era familiare, accogliente e rassicurante. Di fame non moriremo, pensavo mentre spingevo il mio pesantissimo carrello alla macchina. Mi aspettavano diverse ore in cucina, dove di questi tempi è bene affrontare ricette lunghe e complicate. Sembrerà strano, ma il tempo passato cucinando un piatto elaborato è un ottimo ansiolitico in questo periodo. 

 

Il filos all’aperto

venerdì 13 marzo 2020, 9:30 p.m.

Da quattro giorni, da quando le passeggiate all’aperto in campagna sono state sconsigliate e le strade si sono svuotate di automobilisti e sono invece punteggiate da pattuglie che controllano documenti, richiedono autocertificazioni, sono letteralmente chiuso in casa con la mia mamma. Con le nostre vicine, Giuliana e Antonella, abbiamo un appuntamento informale ogni pomeriggio. È il filos all’aperto a distanza. Abitiamo infatti in un cul-de-sac di via Bixio con modeste villette moderne che però, data la disposizione, hanno ricreato la struttura e lo spirito di una corte contadina di altri tempi. Il filos, come molti di voi sapranno è quella pratica di sedersi attorno al fuoco di un camino, nel tepore di una stalla, o d’estate, sui marciapiedi, a chiacchierare, raccontare storie, spettegolare, ma anche cantare o pregare il rosario. Per generazioni di nostri nonni e bisnonni, il filos è stato l’unica forma di intrattenimento. E noi il filos ce lo stiamo reinventando, stando ognuno sulla soglia della sua casa o nel giardinetto antistante; alzando un po’ la voce, ci scambiamo notizie del paese, ricette, programmi TV che vale la pena vedere. Ieri la Blanche (mia mamma) ci ha persino letto ad alta voce un brano dei Promessi Sposi, quello della mamma di Cecilia, tanto per tenerci su di morale. D’altronde, anche nei filos antichi ogni tanto qualcuno leggeva novelle o brani di romanzi ad alta voce per gli altri. Ovviamente i segreti mica li possiamo spaparazzare in un filos all’aperto. Quelli li teniamo per quando potremo tornare ad avere le nostre camarille segrete.  Ogni tanto facciamo anche un filos all’aperto ‘special edition’ quando arriva a casa la Edda, la nostra vicina infermiera che passa la sua giornata in prima linea in un poliambulatorio in provincia di Cremona dove tocca a lei fare il primo screening di tutti i pazienti.  È stanca ed esausta Edda alla sera, ma non perde mai il suo senso dell’umorismo e riesce sempre a strapparci un sorriso, prima che ciascuno rientri nella sua casa.

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