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Il coronavirus e il mondo che verrà dopo lo scoppio del “prima” vaporizzato per sempre

Se questa è una catastrofe, e lo è, è letteralmente inconcepibile seguitare a proporre parole e riferimenti “di prima”. Perché ormai “il prima” è scomparso

Presto, “il nuovo mondo” farà la sua epifania. Si potrà dire: Prima Depressione nell’Economia dei Servizi; si potrà dire: “La Società della Distanza”, o il “Tempo della Seconda Ondata”, “La Grande Paura del Virus di Ritorno”: comunque si voglia, sarà comunque necessario prenderci più sul serio di come ci siamo abituati sinora a fare.

Protagonisti, comprimari. Sembrano più o meno fissi su un presente, nel frattempo diventato un “altrove”. Paiono replicarsi, in un totale distacco da “quello” che sta accadendo, che sta preparando nuovi perimetri, e nuovi accessi, e nuove esclusioni. 

Ancora, “la struttura del commento”, è fissa sul suo ombelico. Talk, “autori”, “ospiti”, giornali; salvo “l’inserto colto”, che, proprio perché inserto”, nella “grammatica del quotidiano”, finisce col nascere e morire per sè stesso (ad es., il Filosofo Giorgio Agamben, fra gli altri, ha recentemente distillato un saggio di sapienza corsiva, su “l’inconsistenza etica dei nostri governanti”: data per acquisita, s’intende, l’alterità “decidente” del Sapiente; la sua purezza moralmente e politicamente “agnostica”, tutta rappresa ad intendere il contingente “sacrificante”, sotto l’aria di volgersi all’infinito delle possibilità e libertà umane, ingiustamente “sacrificate”).

Sembrano, o forse sono già, Alienati.

Milioni di posti di lavoro, perduti. Ricchezza di interi Popoli, falcidiate. Il futuro dei bimbi, dei giovani, in ombra, al buio. Ma, prima di tutto, i morti; che ci sono stati, che ancora ci saranno, e verso cui si è consumato un esorcismo infimo: erano destini segnati, si è detto, si dice. 

Ed ecco, nel giro di giorni, che sono anni, simile lenocinio della ragione, dell’etica, immediatamente volgersi a noi, ai “vivi”: i nostri “destini” sono segnati, non meno. Bisognerebbe affrettarsi a capirlo.

Insomma, c’è “il fatto nuovo”, e invece non c’è. Nemmeno nel “discorso” di chi, per cultura, per sensibilità, o per entrambe, dovrebbe più prontamente risentirne la presenza.

Se questa è una catastrofe, e lo è, è letteralmente inconcepibile seguitare a proporre parole e riferimenti “di prima”. Perché “il prima” è scomparso. Forse anche “per patologie pregresse”: ma non importa stabilirlo, ammesso che si possa: è scomparso e basta.

Accuse, difese, divisioni, schieramenti, che postulano attività, sostanze, prospettive, modi di esistenza, che non ci sono più, e che dovranno essere interamente e radicalmente ricreati: “bomba al Neutrone”, scrive Limes, in un empito di rara lucidità e onestà morale e intellettuale: gli edifici intatti, le vite vaporizzate.

Ci si può davvero ritenere “impegnati” su: Salvini, sì, Salvini, no; Governo, sì, Governo, no; Gruber e Formigli, Vespa e Travaglio, Scanzi e D’Urso, Italia-Germania, tasse vs “nero”, dipendenti, pensionati, vs autonomi? Mentre il pianeta, la specie umana tutt’intera, sono nella più furiosa delle tempeste?

Questo che dice quello di quest’altro, l’aggrapparsi ai modi -analitici, polemici, ideativi- costruiti su un mondo che, a un certo punto, ha preso e se ne è andato (ne resistono le vestigia, dunque, ma sono scatole vuote), si può comprendere come il “segno epistemico” (mi scuso) della disperazione: la vecchia melodia che non sembra spenta, solo perché se ne avverte ancora l’eco.

Si può comprendere come il gesto del naufrago che si afferra alla tavola più vicina, un pezzo informe del “prima” (ancora minimamente riconoscibile), per non affondare: e le si stringe addosso, riconoscendola come l’unico residuo della perduta realtà; solo per questo, noi possiamo ancora parlare con le parole di prima, con i volti di prima, con i riflessi automatici e le proiezioni su cui abbiamo vissuto. Solo per questo. 

È stata la nostra “picciola aiuola”. Non è più. 

Ma nessuno -santa pazienza- si sente inadeguato, piccolo, piccolissimo, con i suoi arnesini, con le sue categoriucce, riproponendo le sue “parti” e i suoi gesti (mentali, “culturali”), e anzi, talvolta, persino irrigidendosi su di essi, di fronte ad un universo divenuto sordo e cieco agli uni e alle altre?

Presto, “il nuovo mondo” farà la sua epifania. Si potrà dire: Prima Depressione nell’Economia dei Servizi; si potrà dire: “La Società della Distanza”, o il “Tempo della Seconda Ondata”, “La Grande Paura del Virus di Ritorno”: comunque si voglia, sarà comunque necessario prenderci più sul serio di come ci siamo abituati sinora a fare.

E se “gli abituèe del prima”, più o meno tutti, e specialmente quanti hanno responsabilità, ad ogni livello, di ogni natura, a cominciare dalla responsabilità del pensiero, continueranno ad indugiare su “quello che hanno” (“schemi”, “tracciati”, ecc), semplicemente, presto non avranno più nessuno che li ascolta, la sera a casa. Ma una moltitudine che, in ogni tempo, li assedierà dove si trovano. 

Il dolore non è mai raggirabile. E noi stiamo immergendoci in un mare di dolore, dove ognuno sarà, insieme, un “prima che non è più” e un “dopo che non è ancora”. Un diluvio universale. 

Unica scialuppa, la Verità. Razionale, ed anche sentimentale.

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