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Coronavirus: 2020, nuovo anno zero. Verso quale direzione torneremo a remare?

Se da un lato questa catastrofe ci relega a un tempo sospeso, d’altro canto ci offre un’opportunità rara. Spingendoci a riconsiderare le nostre azioni di singoli individui

Immagine di Mohamed Mahmoud Hassan

L’umanità imparerà dai suoi errori, saprà rallentare, rivolgere sguardi meno superficiali, rispettare la natura, abbracciare il suo prossimo? Dirlo è forse prematuro, illudersi che una radicale trasformazione avvenga probabilmente ingenuo, così come è miope pensare che tutto rimanga come prima

Cosa resterà di questa quarantena? Sono in tanti a chiederselo e a interpellare sociologi, filosofi, antropologi, mentre la primavera filtra dalle finestre e non sa i desideri, né le paure di chi la osserva arrivare da dietro una tenda. L’umanità imparerà dai suoi errori, saprà rallentare, rivolgere sguardi meno superficiali, rispettare la natura e abbracciare il suo prossimo? Dirlo è forse prematuro, illudersi che una radicale trasformazione avvenga probabilmente ingenuo, così come è miope pensare che tutto resti come prima. “Che cosa può venirne di buono?”, allora è forse la domanda più sensata da porsi, quella a cui tutti, in questi giorni d’umori altalenanti e pensieri inquieti e irrequieti, possiamo provare a rispondere.

La restrizione cui siamo sottoposti ci spinge, da un lato, a mettere la testa sotto la sabbia, o meglio, sotto alle coperte. Illudendoci per qualche attimo di poter lasciare il mondo in stand-by. Ma i pensieri non danno scampo e a volte è necessario riconnettersi con il materiale. Che siano semplici pulizie o gesti che richiedono una certa dose di creatività, come tornare a solleticare le corde di uno strumento musicale o armarsi di mattarello per stendere la pasta e preparare qualche prelibatezza per noi o per i nostri cari – siamo italiani, of course! – qualunque azione che possa stimolare la manualità ha il potere di farci assaporare il qui e ora.

Un qui e ora forse sopravvalutato nelle riflessioni circolate in queste settimane. Perché se è vero che ciascuno di noi è stato obbligato a tirare il freno a mano e a rallentare, fino a sospendere la propria corsa verso una scadenza, un evento atteso, un accordo da chiudere, è anche vero che il qui e ora non è mai stato tipico della indole di noi donne e uomini occidentali. Impegnati continuamente a progettare, a destreggiarci in corse a ostacoli per raggiungere il prossimo traguardo lavorativo o personale.

La verità è che, se da un lato questa catastrofe ci relega a un tempo sospeso, a un qui e ora che non conosce date certe, fra una videochiamata ad amici e parenti, maratone di serie tv e giochi di società da rispolverare in compagnia dei figli, d’altro canto ci offre un’opportunità rara, forse irripetibile. Quella di fare i conti con noi stessi, con silenzi da riempire di significati, con domande che meritano, finalmente, una risposta. Con quei dubbi che magari ci hanno sempre attanagliato, quei timori che tenevamo per noi, che rimanevano in qualche angolo poco illuminato del nostro inconscio quando la mattina ci sciacquavamo il viso davanti allo specchio, prima di prepararci per un’altra giornata in ufficio. Un ufficio che in molti non sanno se rivedranno a breve.

 

Un virus invisibile che, nel privarci del bene che forse davamo più per scontato, quello della nostra libertà personale, rende evidente l’essenziale. Che ci spinge, sì!, a immaginare progetti nuovi, ad aprire quei cassetti dei sogni e della memoria che avevamo stipato fino all’inverosimile perché, cercavamo di autoconvincerci, non c’era abbastanza tempo. O, forse, non era più tempo.

Il mondo non sarà più esattamente quello che abbiamo lasciato fuori la porta di casa solo poche settimane fa. Noi cresciuti e pasciuti nell’epoca del wireless, dove tutto è senza fili e siamo più iper connessi che mai, avremo fame di quei contatti veri – baci, abbracci, passeggiate mano nella mano, ritrovi di comitiva – che ci sono mancati e a cui, probabilmente, dovremo rinunciare ancora per un pezzo. Insieme a quel concerto desiderato, a quel viaggio pianificato nei minimi dettagli.

Più confini, più controlli, ripetuti inviti a consumare ferie e merci italiane, a evitare capannelli, a proteggerci da dietro le mascherine. Magari anche in tempi di sole e mare (se mai la stagione balneare prenderà il via), sotto all’ombrellone con qualche giornale in più da sfogliare, perché anche la fame d’informazioni approfondite e meno approssimative, nel frattempo, sarà cresciuta. Soltanto scenari, è ovvio, nessuna certezza. Se non una gran voglia di ricominciare. Ma ricominciare da dove? E da cosa?

Fuori dalla finestra il tempo scorre inesorabile e la natura si riprende i suoi spazi, ricordandoci che noi esseri umani non siamo che ospiti su questo pianeta. Siamo sicuri che la normalità a cui tutti speriamo di poter tornare presto, ripetendolo a noi stessi e agli altri quasi come una sorta di mantra, sia quella a cui aspirare davvero?

2020 nuovo anno zero, che sgretola le sovrastrutture, che mette a nudo storture e pressapochismi. Che ci spinge a riconsiderare le nostre azioni di singoli individui e a ripensarci come società. Che ci chiama tutti, nessuno escluso, a misurarci con le prospettive di destini inevitabilmente incrociati: quelli di uomo e ambiente, con i suoi habitat e una biodiversità da salvaguardare; di Nord e Sud del mondo; d’Oriente e d’Occidente; di muri tracciati a tavolino e catastrofi senza confini; di modelli politico-economici su scala globale e benessere reale della collettività e dei territori.

L’anno del ‘siamo tutti sulla stessa barca’. Verso quale direzione torneremo a remare quando la tempesta si sarà placata?

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