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Analisi della settimana: ormai gli USA da soli contano per 1/3 dei casi di Covid-19

Gli Stati Uniti hanno anche poco più di ¼ dei decessi mondiali e con i paesi europei rappresentano il 65% dei casi confermati mondiali e 3/4 dei decessi

The Statue of Liberty (Illustration by Antonella Martino)

Andando nel dettaglio delle vittime di coronavirus negli USA, in D.C. e nei 38 stati che hanno elaborato i numeri di mortalità (circa 52.000 decessi, l’80% del totale alla data), i trapassati neri costituiscono più di ¼ di tutte le morti da virus Corona 19. Sono 2,3 volte di più dei latinos, 2,4 volte più degli asiatici, e 2,6 volte più dei bianchi... Sul numero di morti si può, operare un accrescimento statistico di tipo induttivo che, per quanto approssimativo, può conferire ulteriore credibilità ai dati disponibili sulla mortalità da covid-19

Nessuna rilevante sorpresa dai movimenti statistici della settimana, evidenziando i dati una serie di conferme alle analisi proposte nei precedenti lunedì. I paesi atlantici restano le vittime maggiori della pandemia del virus Corona-19, pur con leggeri spostamenti interni al gruppo.

Nella notte il pianeta ha superato i 3 milioni e mezzo di casi e portato a 250.000 il numero dei deceduti. Il che significa che stamattina gli USA da soli contano per 1/3 dei casi confermati e poco più di ¼ dei decessi mondiali, e che Usa e paesi europei (Turchia non inclusa) in tabella rappresentano il 65% dei casi confermati mondiali e 3/4 dei decessi tra questi. Di interesse, visto che riguarda lo sviluppo atteso per la settimana in apertura, il numero degli attuali casi confermati: tra nord America ed Europa in tabella costituisce il 67% dei positivi mondiali in lotta con il male.

Nella settimana trascorsa si sono confermati i progressi di Italia e Spagna, che recedono con evidenza dai picchi precedenti, anche se la Spagna continua ad avere la più alta presenza di casi confermati sulla popolazione (da mercoledì più di 1 ogni 1.000 residenti) e l’Italia un numero eccessivo di decessi (secondo dato assoluto dietro agli Stati Uniti, con il totale di ieri prossimo a 29.000, come mostra la tabella di seguito).

In Italia, i miglioramenti degli ultimi giorni (174 morti ieri; 192 l’altro ieri, all’interno del dato giornaliero complessivo che includeva anche il riporto dei decessi extraospedalieri di fine aprile in regioni del nord) fanno sperare che il numero dei deceduti possa definitivamente stabilizzarsi a livelli meno drammatici di quelli visti tra marzo e aprile.  Il dato più confortante lo dà il colpo d’occhio della curva dei nuovi casi positivi quotidiani: il picco del 21 marzo l’aveva alzata a quota 6.557, ma stamattina è a 1.389 e ieri mattina era a 1.900. Oggi il numero dei positivi italiani potrebbe scendere sotto i 100.000, e quello dei guariti muovere ulteriormente in crescita un dato che all’inizio di settimana superava appena le 66.000 unità, come mostra la tabella seguente.

 

Vale per la Spagna, e soprattutto per l’Italia che da oggi riapre molte attività, il timore che la progressiva ripresa della circolazione delle persone non causi nuovi picchi di contagio e mortalità. Ne riparleremo intorno al 20 maggio, dopo i 15 giorni di eventuale incubazione. In quest’ambito va osservato che in Italia per l’anticipazione della cosiddetta fase 2 si sono battute in particolare e a più riprese (la prima già in marzo), le regioni settentrionali, con pressioni sui piani politico e amministrativo. Eppure Lombardia e Piemonte rappresentano ancora il 54% dei nuovi contagi, e sabato su 28.710 decessi italiani,  riportati nella successiva tabella,  la metà (14.189 per l’esattezza) erano dovuti alla Lombardia, 3.614 all’Emilia-Romagna, 3.126 al Piemonte, 1.502 al Veneto, 1.195 alla Liguria, per un totale di queste regioni settentrionali pari a 23.626, 82,3% del totale nazionale di decessi. Per un confronto, il posto più meridionale d’Italia, la Sicilia, ha avuto alla data un totale di 240 decessi. Si comprenderà che, come l’isola, le regioni del centro sud siano piuttosto preoccupate dal timore di contagio.

Detto questo, è vero che la percentuale dei positivi sui tamponi è scesa nel corso della settimana per molti giorni alla media del 2,9%: ma sabato era salita a 3,45%, riportandosi ieri a 3,1%. È anche vero che R0 è a 0,7, sotto il rischio di 1 contagio per ogni positivo, ma è altrettanto vero che una situazione simile in Germania non ha impedito, in seguito a misure che hanno rilassato la vigilanza, la risalita di R0. Ora, tra la repubblica federale e la nostra repubblica, in materia di Covid-19 abbiamo una diversità fondamentale, come mostra la tabella di domenica: la prima con 165.400 casi confermati ha 6.840 morti, la seconda con soli 40.000 casi in più (molto meno di 1/3) ha più del quadruplo di morti. La saggia cancelliera tedesca ha detto in conferenza stampa che le scelte sanitarie dei governanti rispetto all’evoluzione del virus devono esprimere prudenza  e rifuggire la presunzione. Teniamolo a mente.

Andando in Atlantico, sul lato europeo la Gran Bretagna continua a documentare un numero eccezionale di vittime rispetto al numero dei contagi confermati: terzo dato assoluto dopo Stati Uniti e Italia, ma soprattutto primo, in rimonta sul Belgio nella settimana, nel rapporto tra decessi e confermati. Incidono i decessi nelle case di riposo di anziani e malati cronici, ma non basta a spiegare cosa sta accadendo. Seimila nuovi positivi quotidiani giovedì e venerdì, come si vede dalle due tabelle di seguito, e più di 4.000 in media negli altri giorni, testimoniano che la situazione è tuttora seria, tanto più che si continua a non disporre del numero dei guariti.

I positivi totali hanno un numero talmente elevato da far prevedere purtroppo un ulteriore forte afflusso di deceduti nella colonna che li documenta. Intanto, nella settimana, detto afflusso è già stato consistente, grazie anche all’abnorme riporto di deceduti (4.419) di fine aprile non ancora registrati (case private e case di riposo), come mostra la tabella di mercoledì.

La Francia, in ritardo rispetto all’Italia nell’evoluzione epidemica, è tuttora nella fase di un relativamente basso numero di guariti e di un consistente numero di positivi. Per la Francia, come per Belgio e Regno Unito, il rapporto dei decessi con i contagiati appare alto e, cosa più preoccupante, è sempre salito nella settimana, transitando dal 14,04 di lunedì al 14,76% di ieri sera.

Rispetto al quadro statunitense, l’attenzione è catturata dall’ottimo lavoro appena pubblicato da APM Research Laboratory. Già nella prima decade di aprile la sindaca di Chicago Lori Lightfoot aveva evidenziato che i neri morivano molto più dei bianchi (72% dei decessi totali, rispetto al 30% di neri residenti). Lightfoot disse che il virus stava “devastando” la comunità afroamericana, come effetto delle malattie che la colpiscono da sempre: diabete, scompensi cardiaci, sindromi respiratorie. L’allarme fu ripreso da Beyoncé al termine della decade successiva, in occasione di “One World”. L’altro ieri il rilancio, via tweet, della rapper britannica Stefflon Don. APM, utilizzando i dati di fine aprile, la cui indicazione sintetica viene qui travasata attraverso due brevi tabelle, dà evidenza a come, nei 38 stati e Distretto di Columbia che hanno fornito dati ai ricercatori, i decessi si siano distribuiti in termini di etnia e colore. Si vedrà quanto la morte da Covid-19, contrariamente a quanto in genere si dice della morte, sia tutt’altro che democratica.

Andando nel dettaglio, in D.C. e nei 38 stati che hanno elaborato i numeri di mortalità (circa 52.000 decessi, l’80% del totale alla data), i trapassati neri costituiscono più di ¼ di tutte le morti da virus Corona 19. Sono 2,3 volte di più dei latinos, 2,4 volte più degli asiatici, e 2,6 volte più dei bianchi. Per le punte del fenomeno, in Wisconsin e Kansas i neri hanno 7 volte più probabilità di morire  di Covid-19 rispetto ai bianchi; a Washington, D.C., 6 volte; in Michigan e Missouri, 5 volte. Negli stati di AR, IL, LA, NY, OR e SC tra le 3 e le 4 volte di più. Per ancor meglio rendere cosa sia successo per effetto del fattore Covid-19, si tengano presenti due situazioni:

  • negli stati presi in considerazione i residenti neri sono il 13% della popolazione, ma il 27% dei deceduti, quindi si ha uno scompenso fra i due dati di più del doppio dei punti percentuali. Non basta: sommando D.C. a undici stati (MI, MS, SC, KS, WI, LA, IL, GA, AR, MS e AL) lo scompenso è di 15 punti percentuali. Assumendo il riferimento dei soli D.C., MI e MO, la distanza è di 30 e più punti percentuali;
  • se i neri fossero morti allo stesso tasso delle altre comunità, al 30 aprile sarebbero ancora vivi circa 8.600 neri dei circa 14.000 deceduti, molto più della metà!

Si aggiunga che, se gli afro americani muoiono ovunque più degli altri gruppi di popolazione, e in 31 delle giurisdizioni citate in modo sproporzionato, asiatici latinos e bianchi hanno anch’essi come gruppo fenomeni di mortalità sproporzionata da Covid-19  (tale è quella con scostamento superiore dalla media di almeno il 2%), in un piccolo numero di stati. I bianchi in nove stati: CO, CT, DE, ID, MN, OK, RI, TX, WA. Gli asiatici in AK, CA, OR e VT. I Latinos in NH e NY. Non si hanno, per il bassissimo numero che li riguarda, dati specifici sulle comunità di nativi americani e hawaiani, isolani del Pacifico, altre comunità.

Questi dati, molto dolorosi per alcune comunità, e di grande impatto sugli Usa, a mezzo secolo di distanza dalle grandi proteste per i diritti civili delle minoranze colorate, si rispecchiano nella generale tendenza alla crescita di contagio e decessi registrati dalle grandi metropoli, come testimoniato dalla sindaca di Chicago. Il caso di New York è il più eloquente, vista la grande presenza di colorati. Nella settimana la città accumula quasi 15.000 casi confermati totali e quasi 1.500 decessi in più. I forti incrementi di tutti gli stati, rilevabili nella tabella seguente, sono soprattutto incrementi delle loro grandi città e delle comunità nere che le abitano.

Qualche annotazione metodologica che riguarda l’approssimazione dei dati sui quali ragioniamo. Come si è avuto modo qui di ribadire ad ogni occasione, i dati di positività e mortalità disponibili concernono solo i pazienti diagnosticati attraverso tampone: ecco perché sono chiamati “confermati”. In Italia, per fare un esempio, a ieri sera erano stati effettuati 2.153.772 tamponi totali. Con rare eccezioni (il Belgio, ad esempio, che ufficialmente include i moltissimi decessi delle case di riposo e i deceduti sintomatici benché non testati) risultano i soli malati ospedalizzati, ai quali per ragioni di completezza statistica, sempre in genere, si aggiungono, quando risultano, i casi rimasti in comunità o in altre situazioni private. Il collegamento al tampone rende deficitario il dato nazionale: non tutti i paesi, non tutte le aree di ogni paese, possono effettuare un numero adeguato di tamponi, ad esempio per costi e sforzo organizzativo collegati.

Sul numero di morti si può, operare un accrescimento statistico di tipo induttivo che, per quanto approssimativo e sottoponibile a obiezioni, può conferire ulteriore credibilità ai dati disponibili sulla mortalità da covid-19. Lo ha fatto l’Ispi, Istituto di Politica Internazionale, raffrontando, per sette paesi europei, la mortalità media di alcune settimane tra marzo e aprile nell’ultimo quinquennio e il dato di mortalità registrato quest’anno, nello stesso periodo.

Si viene a derivare dallo studio, la seguente tabella:

I morti di Covid19 presumibilmente non registrati sino al momento della rilevazione sarebbero stati 28.196 (totale colonna C). I rispettivi scostamenti dei non computati rispetto alla mortalità eccedente, in valori percentuali, sarebbero poco meno o poco più di ¼ per Svizzera Svezia Spagna e Italia, abbondantemente sopra la metà per l’Olanda, appena sotto la metà per il Regno Unito. Al tempo stesso i decessi effettivi da Covid-19 in Olanda varrebbero più del doppio di quanto denunciato ufficialmente, e nel Regno Unito quasi il doppio: se così stessero le cose, le due monarchie nord europee non farebbero una bella figura rispetto ai loro cittadini, ancor prima che all’opinione pubblica mondiale. Se la tesi fosse corretta l’Italia sarebbe già a 35.000 vittime. Si richiama che l’ipotesi è qui che l’intero eccedente sia espresso dalla falcidia del virus Corona 19.

Per  chiudere sugli scherzi delle statistiche, da settimane vengono qui seguiti i casi di Turchia e Iran. Con numero di popolazione simile (83 milioni la prima, 82 la seconda) mostrano sproporzioni nella successione dei dati che non convincono: i decessi quotidiani sono cadenzati tra 62 e 96, senza alcun picco né imprevisto. Il numero totale dei decessi mostra incrementi che hanno dell’incredibile rispetto ai casi positivi dichiarati (tra 800 e 1.000 al giorno). Visto che ieri l’Iran documentava positivi residui di poco superiori ai 12.000 e confermava, come fa da tempo, il numero più basso di positivi in tabella rispetto alla popolazione, si ritiene di potere cessare la fatica della raccolta quotidiana dei suoi dati. Tutto risulta andare per il meglio, quindi l’Iran segue India e Cina in hold, in attesa di tempi (statisticamente) più interessanti. La prossima settimana stesso trattamento potrebbe toccare alla Turchia, per ragioni molto simili. Fuori Iran, dentro la Svezia, un caso da seguire per le ragioni di seguito richiamate. Stoccolma ha propugnato e in parte realizzato il metodo cosiddetto dell’immunità di  gregge. Si controlla la diffusione del Covid-19 nella popolazione, ma questa viene lasciata reagire in modo “spontaneo” sino a che abbia sviluppato un numero di infetti sufficientemente alto da garantire a un alto numero di cittadini anticorpi e immunità. I risultati, sinora, non sono malaccio (dati al momento: 22.317 casi confermati, 18.633 attivi, 2.679 morti per una popolazione di 10,23 milioni)  e le cose, per la teoria, non potranno che andare meglio. Secondo Anders Tegnell, l’epidemiologo ascoltato dal governo, Stoccolma in questo mese dovrebbe arrivare a più della metà di infettati. Peccato che Tegnell non spieghi ai suoi concittadini quanti di loro saranno le vittime sacrificali sull’altare della teoria.

 

P.S. h 2 p.m EST

L’Istituto di Statistica italiano, Istat ha appena diffuso i risultati di uno studio preparato con ISS, Istituto Superiore di Sanità, su un campione di 6.866 comuni (87% dei 7.904 esistenti).  Utilizzando la pietra di paragone qui già richiamata per ragionare su 7 paesi europei tra i quali l’Italia, l’eccesso di mortalità, propone l’analisi approfondita della mortalità italiana tra il 20 febbraio e il 31 marzo.

L’Italia ha contabilizzato, nel periodo, il 49,4% in più di morti., Considerando il periodo dal primo caso di decesso italiano per Covid-19, il 20 febbraio 2020, i decessi sino a fine marzo transitano da 65.592 (media del periodo tra il 2015 e il 2019) a 90.946. I decessi in più sono quindi 25.354, 54% dei quali è certamente dato da riconosciuti infetti da Covid-19 (13.710).

Se si va ad esaminare i dati in chiave regionale e provinciale, si nota che l’89% dei decessi nazionali è accaduto nelle province cosiddette ad alta diffusione, l’8% nelle province a diffusione media, il 3% in quelle a diffusione bassa. Le tre Italie sono così definite, per 100.000 residenti: bassa sino a 39 casi, media da 40 a 99, alta sopra i 100 casi.

In marzo l’eccesso di mortalità si è espresso per il 91% nelle aree ad alta diffusione: 3.271 comuni in 37 province del nord più Pesaro e Urbino; per il periodo 20 febbraio-31 marzo si va da 26.218 decessi a 49.351, con il doppio di mortalità rispetto al dato complessivo. Solo il 52% (12.156 su 23.133) dell’eccesso è ufficialmente registrato come decesso da Covid-19 da parte del SSI, Sistema di sorveglianza integrata Covid-19. Considerando il solo marzo, Bergamo paga +568% di decessi, Cremona +391%, Lodi +371%, Brescia +291%, Piacenza +264%, Parma +208%, Lecco +174%, Pavia +133%, Mantova + 122%, Pesaro e Urbino + 120%.

Nelle zone a diffusione media (1.778 comuni in 35 province, in genere tra centro e nord Italia) la crescita dei decessi complessivi tra 20 febbraio e 31 marzo è contenuto, 2.426 unità (da 17.317 a 19.743) e solo il 47%, 1.151 persone, sono decessi confermati da Covid-19.

Nele zone a bassa diffusione (1.817 comuni in 34 province quasi esclusivamente nell’Italia centro meridionale) i decessi in marzo sono sotto dell’1,8% rispetto ai decessi medi dello stesso periodo nel quinquennio precedente. Roma fa -9,4%: 3.757 contro 4.121. Nella sua regione, il Lazio, i decessi dal 20 febbraio al 31 marzo sono 5.211 contro 5.605 dello stesso periodo 2015-2019. Napoli fa -0.9%.

Sul totale dei decessi, la partecipazione femminile appare come segue: 32% nella zona ad alta diffusione, 34% in quella a media diffusione, 35% in quella a bassa diffusione. Non in tutte le fasce d’età il genere femminile manifesta il medesimo standard di mortalità inferiore rispetto a quella maschile, e ha mortalità superiore a quella maschile nella fascia di età 0-19. Nel 34,7% dei casi confermati la cartella clinica rileva almeno una concausa di decesso: patologie cardiovascolari o respiratorie, diabete, deficit immunitari, patologie renali metaboliche od oncologiche, obesità.

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