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America col deja vu di rabbia anti razzista: Minneapolis brucia, Trump: spareremo

Dopo l'orrenda morte dell'afroamericano George Floyd per le brutali violenze della polizia, i protestanti appiccano il fuoco. Trump: "sindaco debole di sinistra"

La stazione di polizia di Minneapolis incendiata dai manifestanti

Il presidente Trump getta benzina sul fuoco con una scarica di tweet, accusando il sindaco di Minneapolis di essere "un debole radicale di sinistra" e annunciando l'arrivo dell'esercito pronto a sparare... Poche ore dopo Twitter mette un avviso sul tweet presidenziale per avvertire i lettori che istiga alla violenza e Trump replica accusando il social di far politica partigiana in favore "della Cina e dei radicali di sinistra del partito democratico". La guerra tra Trump e Twitter continua... Intanto la polizia a Minneapolis, alla faccia del Primo Emendamento, arresta i giornalisti della CNN...

Quello che sta accadendo a Minneapolis sembra un film dell’orrore già rivisto molte volte, con protagonisti i fantasmi di quella storia che continua a tormentare questo paese: accadde la stessa violenza più di mezzo secolo fa a Newark e altre città degli USA. Violenza che chiama violenza, senza via di scampo. Ancora una volta il razzismo è la scintilla che fa scoppiare i tumulti, la rabbia che si sfoga e che porta violenza e altra rabbia. Ma mezzo secolo fa non c’erano i cellulari a filmare e mostrare al mondo la bestialità del razzismo in divisa e le sue conseguenze…

A Minneapolis i manifestanti da due giorni protestano per la morte di George Floyd, l’afroamericano ucciso dalla polizia, soffocato dal ginocchio di un agente conficcato sulla gola mentre implorava che non riusciva a respirare, immagini terribili che hanno fatto il giro del mondo. Ma come era ormai prevedibile, la protesta all’inizio pacifica, si è presto trasformata in rabbia e devastazione, anche perché, seppur gli agenti protagonisti della morte di Floyd fossero stati licenziati subito, allo stesso tempo non sono stati ancora incriminati. Questo nonostante il video mostri come Floyd muoia praticamente nelle loro mani, per le loro violenze, mentre implora per la sua vita, e nonostante la gente attorno filmasse la scena, nonostante questi video testimonianze, il fatto che l’incriminazione degli agenti ancora non sia arrivata ha scatenato ancora più rabbia tra i manifestanti.

Così ecco che è esplosa  la rabbia, con la folla di manifestanti che dopo aver assaltato e devastato alcuni centri commerciali di Minneapolis, ha alla fine anche occupato una stazione di polizia dandole alle fiamme e incendiando anche un negozio di alcolici.  La situazione è risultata molto pericolosa anche perché le autorità hanno detto che il fuoco avrebbe potuto far esplodere delle munizioni che ti trovano nella stazione di polizia.

Strade quindi con automobili devastate e lacrimogeni dappertutto mentre gli agenti hanno esploso proiettili di gomma contro i dimostranti.

Intanto il sindaco di Minneapolis, Jacob Frey ha dichiarato lo stato d’emergenza,  chiedendo aiuto allo Stato, per riportare “l’ordine e la calma”. Già 500 soldati della guardia nazionale sarebbero in arrivo a Minneapolis per riportare l’ordine nelle strade e si teme che oltre ai danni materiali ora possa sgorgare altro sangue.

Quello che è esploso a Minneapolis, rischia di allargarsi a tutti gli Stati Uniti, come del resto accadde oltre 50 anni fa dopo i tumulti di Newark. Alcune persone sono state arrestate ieri sera a New York dopo che centinaia di manifestanti si erano ritrovati a Union Square a Manhattan,  per protestare l’assassinio di George Floyd ed esprimere la propria rabbia contro la violenza razzista della polizia nei confronti degli afroamericani. Ricordiamo che quello che è successo a Minneapolis, era successo sei anni fa a New York, quando a Staten Island dei poliziotti avevano strangolato l’afroamericano Eric Garner, che prima di morire aveva urlato, come Floyd, sempre ripreso dai cellulari, “non posso respirare, non posso respirare…”. Downtown Manhattan, nei pressi di City Hall, c’è stato un lancio di bottigliette e altri oggetti verso gli agenti. Poi sono seguiti alcuni arresti.

Proteste e scontri, anche se meno gravi, anche in molte altre città degli USA, tra cui Oakland e San Francisco, in California, a Denver, in Colorado.

Intanto c’è anche l’incognita di avere Trump alla Casa Bianca: già, non il presidente adatto alla situazione, dato che basterebbe un suo tweet per esasperare la situazione ulteriormente. E infatti il tweet di Trump non si è fatto attendere e mentre scriviamo queste note, il presidente USA ha lanciato le sue bombe nel web, come si poteva prevedere, aizzando gli animi invece di calmarli. Trump, ha scritto di “non poter restare a guardare mentre accade questo a una grande città americana come Minneapolis. Totale mancanza di leadership. O il molto debole sindaco radicale di sinistra, Jacob Frey, si da una mossa e fa tornare la città sotto controllo, o sarò io a mandare la guardia nazionale a sistemare tutto…”.

Il sindaco Frey, proprio allo stesso momento dell’arrivo dei tweet presidenziali, dichiarava in una conferenza stampa di aver dato lui l’ordine di far evacuare la stazione di polizia (vedi video sopra)  perché “tra il rischiare la vita delle persone o la sicurezza di un edificio, noi sceglieremo sempre di preservare la vita delle persone”. Trump, in un precedente tweet, aveva scritto anche di aver  già parlato con il governatore del Minnesota Tim Waltz “per dirgli che l’esercito è con lui fino in fondo”…  perché “quando iniziano i saccheggi, si inizia a sparare. Grazie!”. 

Altro che virus covid-19, il male più resistente e pericoloso dell’America che nessun vaccino potrebbe estirpare resta il razzismo. Una piaga secolare, con i suoi spettri che tornano a tormentare il futuro di questa nazione.

AGGIORNAMENTO

Dopo quel twitter della notte in cui il presidente Trump scriveva “si inizia a sparare, grazie!”, il social ha messo un avviso ai lettori sul contenuto, che per il suo linguaggio di istigazione alla violenza violava le sue regole, precisando che lo avrebbe lasciato comunque accessibile per ragioni di interesse nell’informazione del pubblico… Subito è arrivata la reazione di Trump, che ha ribattuto colpo su colpo, come potete vedere e leggere sotto. Trump ribadisce che “Twitter non fa nulla per tutte le bugie e la propaganda postata dalla Cina o dai radicali di sinistra del Partito Democratico. Hanno come obiettivo i Repubblicani, i conservatori e il Presidente degli Stati Uniti. La Sezione 230 dovrebbe essere revocata dal Congresso. Fino ad allora, lo regoleremo”. E così via… La guerra tra Trump e Twitter continua.

AGGIORNAMENTO 2

E intanto, come per rimarcare il clima di intolleranza che c’è negli USA anche nei confronti del Primo Emendamento e della libertà di stampa, un clima che il presidente Trump ha contribuito moltissimo a creare, ecco che arriva pure la notizia che una squadra di giornalisti della CNN che stava riprendendo a Minneapolis le manifestazioni di protesta e gli scontri è stata arrestata dalla polizia (dello Stato non della città). Nonostante il corrispondente Omar Jimenez, a quanto ha riferito la CNN, dicesse più volte ai poliziotti che lo stavano ammanettando che sarebbe bastato dirgli dove mettersi e si sarebbero subito spostati, il giornalista e la sua squadra di operatori sono stati tratti in arresto e per diverse ore. Sono stati rilasciati dalla polizia dello Stato del Minnesota solo dopo l’intervento del governatore, Tim Waltz, che ha fatto anche le scuse al presidente della CNN Jeff Zucker.

AGGIORNAMENTO 3

Venerdì, 3:30 pm, ora di NY. Derek Chauvin, il poliziotto che si vede nel video con il ginocchio sul collo di George Floyd, è stato arrestato con l’accusa di omicidio di terzo grado.

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