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Una donna contro il silenzio sui bambini costretti a combattere in Libia, Siria, Yemen

Il fenomeno del "Child-Soldier" da anni denunciato dall'ONU, torna ad essere ignorato: ne parliamo con la giornalista "speciale" Vanessa Tomassini

“Almeno 150 minori siriani sono stati individuati in Libia... Sedici di questi bambini, tutti tra i 14 e 16 anni, reclutati nel Nord est dalla Siria, da gruppi armati sostenuti dalla Turchia contro il Governo di Bashar al-Assad, sarebbero stati uccisi nelle battaglie dell’esercito libico di Khalifa Haftar, contro la coalizione di gruppi armati di Ankara e Tripoli"

Vanessa Tomassini in Libia

Vanessa Tomassini è una giornalista speciale: come dice lei stessa nel proprio blog, la sua “valigia è sempre pronta e non rifiuto mai il viaggio”. Oggi vive in Tunisia, dove ha potuto vivere in prima persona cosa significa essere un migrante ma nella direzione opposta. Ma basta sentirla parlare per capire che la sua mente e il suo cuore sono altrove: è in Libia dove ha vissuto a lungo e dove ha riscoperto “l’autenticità dei valori antichi, l’ospitalità e l’importanza della famiglia”, in quel mix sconvolgente ma affascinante fatto di bellezze naturali, pezzi di storia così reali da poterli toccare con mano (e non solo da leggere sui libri di scuola) ma anche problemi sociali che spesso vanno al di là dell’immaginazione di chi vie nei paesi occidentali e conosce di questa parte del mondo solo quel poco che viene trasmesso da alcuni media. Vanessa, questa realtà è andata a toccarla con mano. Un mondo fatto di “risentimento e rabbia, a volte ipocrisia” come dice lei stessa. Di bambini a piedi nudi e di donne chiuse in carcere per motivi che per noi è difficile anche solo capire.

É giovane, ma ha viaggiato tanto: nei paesi del Golfo e in Libano, dove ha visitato i campi profughi siriani e palestinesi e dei rifugiati, molti dei quali felici di raccontare, per l’ennesima volta, le proprie disavventure forse nella speranza che  non ci si dimentichi le loro parole una volta tornati a casa.

Innanzitutto, grazie di aver accettato di rispondere alle nostre domande.  Secondo la sua esperienza, esistono minori coinvolti in conflitti armati come “soldati”? E dove? 

“Nonostante gli impegni presi dalle varie Nazioni per prevenire questo fenomeno, sfortunatamente i minori continuano ad essere coinvolti ed impiegati in vari conflitti armati. In Siria, Yemen, nel conflitto Israeliano-palestinese, e più di recente in Libia. Già nel 2018 e 2019, l’UNICEF aveva denunciato l’impiego di minori da parte delle milizie armate di Tripoli per trasportare armi, rifornimenti e in alcuni casi, direttamente schierati al fronte, insieme a migranti e mercenari. La situazione più di recente è notevolmente peggiorata da quando il conflitto si è trasformato in una guerra per procura su più ampia scala”.

Un recente rapporto afferma che dalla Turchia si starebbero reclutando adolescenti poco più che bambini per andare combattere in Libia. Che ne pensa?

“Nelle precedenti settimane, almeno 150 minori siriani sono stati individuati in Libia. Le interviste che ho realizzato confermano i rapporti di organizzazioni internazionali che hanno raccolto foto, documenti ed altre evidenze su queste pratiche realizzate dalla Turchia di Recep Tayyip Erdogan. Sedici di questi bambini, tutti tra i 14 e 16 anni, reclutati nel Nord est dalla Siria, da gruppi armati sostenuti dalla Turchia contro il Governo di Bashar al-Assad, sarebbero stati uccisi nelle battaglie dell’esercito libico di Khalifa Haftar, contro la coalizione di gruppi armati di Ankara e Tripoli. Le Nazioni Unite hanno fatto sapere di stare indagando su questi rapporti, dopo che alcune famiglie – secondo l’Osservatorio siriano per i Diritti Umani e l’organizzazione Syrians for Truth and Justice – hanno riconosciuto i loro figli scomparsi da settimane in alcuni video girati in Libia. Spesso questi minori appartengono allo strato più povero della società siriana, molti sono rimasti orfani e non hanno di che sopravvivere, per questo cadono nelle reti di reclutatori senza scrupoli”.

Questi adolescenti decidono di diventare soldati in modo volontario? Per quale motivo?

“Sì, la maggior parte afferma di essersi arruolati volontariamente. Tuttavia, ritengo che questa descrizione non sia appropriata. Sono le circostanze a costringerli. Non è una libera scelta. Non hanno dove stare, la vita nei campi profughi è resa sempre più insopportabile dalla mancanza di beni di prima necessità e risorse. Le famiglie impoverite dal prolungato conflitto non riescono a prendersi cura dei propri figli, a garantire loro un’educazione, non hanno cosa mettere sulle loro tavole, e alla fine tutto ciò, le costringe ad accettare ignobili compromessi: dal concedere le loro bambine in sposa a uomini che offrono loro qualche gallina o cederli a imam e combattenti per i loro scopi. Non possiamo dire che questa è una scelta quando non hanno alternative”.

Eppure non è la prima volta che si parla di questo problema: era segnalato in un rapporto dell’Onu del 2018….

“A più di nove anni dall’inizio del conflitto in Libia e in Siria, continuano a essere commesse gravi violazioni dei diritti dei bambini, comprese uccisioni, detenzioni e reclutamento per essere utilizzarli ripetutamente nelle operazioni militari da tutte le parti in conflitto in tutta la Siria, ed ora anche in Libia. Il problema è noto, gli attori responsabili sono noti, ma sfortunatamente questi crimini continuano ad essere compiuti nel silenzio delle superpotenze in favore dei loro interessi. Mi duole dirlo, ma in Libia così come in Siria, le organizzazioni internazionali stanno perdendo la loro credibilità. Il Consiglio di sicurezza si è riunito continuamente da aprile 2019 senza raggiungere una risoluzione condivisa. I diritti umani, anche dei più vulnerabili come i minori, passano in secondo piano. Le organizzazioni internazionali sono sempre più spesso costrette a tacere su questi crimini per non perdere i loro donatori, facendo già fatica a raccogliere fondi per la loro risposta umanitaria. Nel caos, gli stessi progetti si perdono lungo la strada di corruzione e criminalità”.

Numerosi accordi internazionali proibiscono l’uso di adolescenti in conflitti armati. Com’è possibile che questi accordi internazionali vengano spesso violati dagli stessi governi che li hanno sottoscritti? 

“Questa è la triste realtà. Ciò avviene in maniera sistematica ed è una prassi sotto gli occhi di tutti. Lo vediamo in Libia, dal 2011, dove l’embargo sulle armi stabilito dalle risoluzioni ONU è stato violato fin dal primo giorno della sua entrata in vigore dagli stessi Stati che lo hanno proposto al Consiglio di Sicurezza. Fino a qualche anno fa ciò avveniva in maniera discreta, di nascosto, oggi vengono firmati accordi – come nel caso della Turchia e del Governo di Accordo Nazionale (GNA) – per aggirare le decisioni Onu, alla luce del sole. La maggior parte degli attori internazionali affermano ufficialmente di sostenere gli sforzi delle Missioni Onu per soluzioni pacifiche, ma allo stesso tempo inviano armi, equipaggiamenti, mercenari, droni e moderni sistemi di difesa, prolungando di fatto guerra e sofferenze. Non a caso l’inviata Onu in Libia, Stephanie Williams, ha definito l’embargo verso la Libia una barzelletta”.

Vanessa Tomassini durante una recente intervista

Nel 2014, le Nazioni Unite hanno lanciato la campagna Children, Not Soldiers, un’iniziativa che avrebbe dovuto “voltare pagina una volta per tutte sul reclutamento di minori da parte delle forze di sicurezza nazionali in situazioni di conflitto”. Che fine ha fatto questo programma?

“Questa iniziativa, nella fattispecie, ha permesso di raggiungere alcuni progressi in Africa, se pensiamo in particolare al Sud Sudan, alla Sierra Leone, e a quegli Stati che hanno cercato di ridurre l’impiego dei minori nel conflitto, o almeno di alzare la soglia d’età per l’arruolamento. Tuttavia questi programmi rischiano di rimanere dei meri slogan su carta ed emozionanti campagne mediatiche. È chiaro che gli organismi internazionali, mi riferisco alle agenzie Onu o alla Corte Penale Internazionale, hanno un potere d’azione limitato, in quanto le decisioni spettano sempre ai singoli Governi, così come la loro implementazione”.

La misura 8.7 degli Obiettivi dello Sviluppo Sostenibile prevede che gli Stati adottino “misure immediate ed efficaci per … garantire il divieto e l’eliminazione delle peggiori forme di lavoro minorile, compreso il reclutamento e l’uso di bambini soldato, e entro il 2025 la fine del lavoro minorile in tutti i suoi le forme”. Pensa che sarà possibile raggiungere questo Obiettivo entro il 2025 (la data prevista dalle Nazioni Unite)? 

“Tutto è fattibile se esiste una reale volontà di perseguire questi obiettivi. Tra progressi e regressi, la realizzazione dello Sviluppo Sostenibile è in forte ritardo oggi, i buoni propositi appaiono sempre più distanti, ma possono essere raggiunti. Per farlo, è necessario raggiungere innanzitutto stabilità e sicurezza nei teatri di conflitto di cui abbiamo parlato, perché senza un reale controllo del territorio, la violazione dei diritti dei minori, così come altri crimini a danno dei civili, continuano ad essere perpetrati e i responsabili ad essere impunti. È necessario lavorare sull’educazione, sulla cultura e consapevolezza dei diritti per vedere un reale cambiamento. È un lungo processo che richiede tempo ed impegno, sicuramente si possono compiere passi importanti nei prossimi 5 anni”.

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