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La lunga storia e i volti dell’epidemia razzista in America e nel mondo

Le violenze della polizia negli USA esprimono un pregiudizio che è frutto di una storia antica, iniziata con la schiavitù e proseguita con l'immigrazione

La segregazione razziale negli Stati Uniti durata fino ed oltre agli anni Sessanta

Una «presunzione di pericolo», che a prescindere dai dati reali, colpevolizza la comunità nera in quanto tale. Altrove e anche in Europa, l’arroganza razzista ha per obiettivi lo straniero, l’immigrato, il soggetto con differenti orientamenti. Sono volti diversi della stessa ossessione: essere contaminati da ciò che è oltre i nostri confini materiali o mentali

Semplici video di strada innestano imponenti proteste contro la brutalità della polizia in America, mentre i casi di violenza contro i neri si moltiplicano. Ritraggono scene quotidiane di controlli, arresti, indagini, che degenerano in reazioni esorbitanti delle forze dell’ordine, sino all’omicidio. Non solo il caso di George Floyd, l’afroamericano soffocato a Minneapolis dal ginocchio di un poliziotto – poi arrestato per questo – premuto per quasi 9 minuti sul collo dopo l’arresto per spaccio di una banconota falsa da 20 dollari.

Due giorni prima, in New Jersey, un altro afroamericano, Maurice Gordon, viene crivellato da sei colpi di pistola sparati da un agente che lo ferma per eccesso di velocità, L’uomo non obbedisce all’ordine di rimanere seduto in auto e scende; nella colluttazione, la scarica di colpi contro il nero. Il caso più recente: ad Atlanta, la sera del 12 giugno, Rayshard Brooks, un 27enne afroamericano sorpreso a dormire nel parcheggio di un ristorante, oppone resistenza, e durante la fuga viene raggiunto alla schiena da tre colpi di pistola sparati dalla polizia; l’agente è licenziato, il capo del dipartimento di polizia costretto a dimettersi.

Una recente immagine delle proteste anti razzismo a New York (Foto Federica Carlet)

Le proteste infiammano le città americane generano vandalismi, e si estendono in Europa. L’America vive un momento difficile e doloroso, per una crisi dai tanti volti: il razzismo e la brutalità della polizia, la pandemia da Covid-19 e la disoccupazione economica. Gli effetti delle diseguaglianze razziali sembrano più evidenti sul versante dell’ordine pubblico e su quello del contagio da Covid-19. La minoranza di colore subisce pesantemente la violenza della polizia e le conseguenze della pandemia. E’ come se, nei confronti dei neri, l’azione della polizia, la disoccupazione e il contagio avesse maggiori ripercussioni, e provocasse dunque più danni.

Negli Usa, la polizia uccide più neri che bianchi? La prima considerazione è che non esistono dati ufficiali aggiornati ed esaustivi in merito. Sul sito del Bureau of Justice Statistics (Bjs), il reparto di statistica del dipartimento della Giustizia, sono pubblicati soltanto dati a cavallo tra il 2015 e il 2016, dopo un buco dal 2012, e prima dell’annuncio che nel 2019 vi sarà una nuova raccolta dati con una diversa metodologia. Come riporta il Washington Post, anche il FBI ammette di non disporre di dati completi.

Fonti non governative invece documentano il numero delle morti per mano della polizia sino al 2019. L’archivio del Washington Post, incrociando dati di varia provenienza, tiene traccia di tutti gli omicidi commessi da poliziotti in servizio con armi da fuoco (quindi il caso George Floyd non sarebbe incluso) a partire dal 2015. Si registra la costanza di circa 1000 persone uccise ogni anno, in sostanziale analogia con quanto indica il Mapping Police Violence, un sito di ricercatori e attivisti che considera un ventaglio più ampio di casi (omicidi di poliziotti in servizio o no, con o senza armi da fuoco).

La conclusione è che i bianchi uccisi sono circa il 40% del totale, contro un 25% di persone di colore. Tuttavia la statistica non può essere letta soltanto in termini assoluti, occorre considerare queste percentuali rispetto all’entità della popolazione (bianca o nera). Le morti dei neri (14% circa della popolazione Usa) sono il 25% del totale. Un nero ha dunque una probabilità maggiore di morire per mano della polizia rispetto ad un bianco. Le vittime di colore sono infatti 31 per milione di abitanti, contro 13 per milione tra i bianchi.

Essere nero nella società americana ha effetti “sproporzionati” anche di fronte alla pandemia da coronavirus. «I neri sono più colpiti da diabete, malattie cardiovascolari e polmonari, tutte patologie figlie delle diseguaglianze. Oggi queste si manifestano in modo dirompente con l’emergenza coronavirus», ha spiegato Jerome Adams, dirigente dello United States Public Health Service Commissioned Corps. Il Covid-19 sta uccidendo più persone di colore che altri. Incide di più sulla popolazione nera.

Per quanto anche qui non vi siano statistiche ufficiali, stante l’atteggiamento sminuente dell’amministrazione Trump rispetto al virus, alcuni dati sono significativi. Secondo il New York Times, che cita fonti pubbliche, a Chicago il 70% di decessi si riscontra tra la popolazione nera che però rappresenta solo il 33% del totale. Nell’Illinois il 41% di decessi è tra i neri, ma costoro sono soltanto il 14% della popolazione. In Carolina del Nord, i neri morti di Covid-19 sono il 31% del totale, benché rappresentino il 22% della popolazione. In Luisiana, si verifica il 70% di decessi tra i neri che sono solo il 33% del totale.

28 agosto 1963: Martin Luther King al Lincoln Memorial di Washington

28 agosto 1963: Martin Luther King al Lincoln Memorial di Washington

La brutalità della polizia, le malattie, da ultimo la pandemia hanno dimostrato di colpire la popolazione di colore in maniera notevole. Ci sono gli stessi problemi di fondo alla base di cause diverse. Un soggetto nero ha le stesse (maggiori) probabilità di morire di violenza in strada che di Covid. «Le probabilità che io muoia ucciso da un poliziotto o per il Covid sono le stesse», ha dichiarato al New York Times Mike Griffin, community organiser nero, che ha partecipato alle proteste per l’uccisione di George Floyd nelle strade di Minneapolis.

Le proteste nascono da una percezione di frustrazione e disperazione che affonda le sue radici nella storia della segregazione razziale. Il grande male, che viene da un irrisolto confronto con il passato, è un’ideologia diffusa. L’eredità che deriva da secoli di schiavitù è il pensiero di una supremazia bianca nei confronti dei neri in termini di intelligenza, abilità e dunque legalità. Le leggi denominate Jim Crow, emanate nei singoli Stati tra il 1876 e il 1964, furono espressione della stabilizzazione normativa della segregazione nelle scuole, nei luoghi pubblici, nei servizi, sulla base del principio “separati ma uguali”.

Una normativa legalmente superata solo tra il 1954 e il 1965 con le sentenze della Corte suprema e le leggi federali, Civil Rights Act e Voting Rights Act. Ma non bastano queste modifiche, piuttosto recenti, per rimuovere il substrato culturale della segregazione, ovvero la “presunzione di pericolo e di colpa” posta a carico della comunità di colore. Non importa quanti sforzi fai, quale sia la tua cultura, la tua azione sociale, devi comunque confrontarti con questa presunzione, ed è una battaglia dall’esito incerto, spesso sei destinato a perderla. Tutto ciò rende altamente probabile che l’incontro con la polizia abbia un epilogo tragico, come dimostrato dai casi Floyd, Gordon, Brooks.

Il razzismo diventa istituzionale perché radicato culturalmente e spesso persino inconscio. Si è razzisti senza saperlo, senza esserne consapevoli. Un’affermazione che può sorprendere e stupire, ma che deriva, come spiega Eduardo Bonilla-Silva, professore afro portoricano di sociologia alla Duke University, nel suo libro Razzismo senza razzisti (2003), da «una forma di daltonisno razziale», il colorblind racism, per cui la maggior parte dei bianchi continua ad utilizzare meccanismi sociali sostanzialmente ineguali nonostante sia convinta che «la razza non sia più rilevante», non faccia alcuna differenza nella scalata sociale.

Migranti afghani in un centro accoglienza in Grecia (Foto Onu www.ohchr.org)

Non è una questione che riguardi soltanto l’America. Negli altri paesi, in Europa e non solo, il razzismo assume il volto della discriminazione nei confronti dello straniero, dell’immigrato, di colui che professa un’altra religione o manifesta un diverso orientamento sessuale. Chiunque sia “diverso” è pericoloso. Donald Trump ha vinto le ultime elezioni esaltando questa tendenza criminalizzante fino alla sua estremizzazione, con la necessità di difendersi alzando muri contro i messicani e gli stranieri in genere, individuando in loro il pericolo per la tranquillità interna e il benessere.

Altrove, la comunità nera ha trasmesso il testimone della discriminazione ad altre categorie, ugualmente portatrici di disordine. Il nazionalismo esasperato, il sovranismo, sono nel mondo le molteplici facce del razzismo, espressione della minaccia alla nostra sicurezza rappresentata da ciò che è oltre il confine. Non importa se materiale o solo mentale. Un mondo così oscuro e inquietante, pronto invaderci e contagiarci con le sue devianze, come un virus potentissimo. Altro che vaccini. Il pericolo da cui difenderci esige che ci si rinchiuda nella propria nicchia, la casa o la nazione, spaventati dalle possibili contaminazioni, impauriti dall’incontro possibile con le diversità sociali ed umane.

 

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