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I carabinieri e “gli altri”: nello scandalo di Piacenza è la “funzione” che porta male

Non i Carabinieri (o la Polizia) in quanto tali, ma il potere legale di dominare, abbattere moralmente e fisicamente un essere umano, perché indiziato di un reato

Alcuni dei carabinieri arrestati a Piacenza:

Vi sono molti modi di accostarsi alla vicenda dei Carabinieri di Piacenza. 

Uno, già ampiamente menzionato, è quello dell’anomalia, del caso singolare: “mele marce”, secondo la tradizionale locuzione.

Un altro modo, che ha pretese di introdurre più ampie visioni, di seguire un più spiccato movente morale, è quello della “dimensione strutturale”: tale per cui, data una struttura complessa, come quella dell’Arma, l’azione dell’individuo, specie se sottoposto ad una gerarchia formale, non può che implicare maggiori responsabilità: per lo meno, a titolo di insufficiente sorveglianza.

Entrambi questi modi sono, ciascuno per la sua parte, apparentemente ragionevoli: in realtà, parziali e obliquamente rassicuranti. 

Facile cogliere questo infído carattere nel primo caso: fissare un “cattivo”, ne implica un automatico isolamento, e un correlativo separarsi, e distanziarsi, di ogni altro.

Più sorvegliato il secondo modo, proprio perché annuncia una condivisione di colpa: ma, mentre pare espandere l’area della ricerca, invece la chiude in un perimetro invalicabile: se, infatti, le maggiori o anche solo concorrenti colpe ci sono, e vanno tuttavia comprese entro una medesima “struttura”, ecco che la matrice della “corruzione”, della “involuzione”, del “degrado” è meccanicamente “organica”: cioè, è iscritta in una appartenenza.

Con l’immediato effetto di qualificare la “vera” causa del male, a partire da un elemento ancora particolare, isolato, proprio di una compagine storicamente data, e incomunicabile al di fuori di essa. 

Viene così esclusa ogni origine culturale: che è, invece, l’unico fattore, l’unica potenza capace di spiegare condotte così intimamente connesse all’esplicazione della funzione coercitiva.

Il punto è che non “I Carabinieri”, non “La Polizia”: ma “gli investigatori” picchiano: e lo fanno più frequentemente di quanto piaccia ammettere, e lungo una scala di “note modali” che, dallo sganassone “a caldo” (magari durante l’esecuzione di un arresto o di un fermo), si spingono sino a forme di più meditata, corale ed incisiva “manipolazione” della persona sottoposta ad indagine.

Capite bene che, con questo lessico, la questione della “struttura” perde tutta la sua melliflua “apertura”, e si rivela per quella che è: opera di sedazione e di ridimensionamento. 

È la “Funzione”, non la “Struttura”, l’origine del male: non i Carabinieri (o la Polizia) in quanto tali, ma il potere legalmente dato di costringere, umiliare, dominare, abbattere moralmente, psicologicamente e fisicamente un essere umano, perché indiziato di un reato. 

Questo è il punto, non lo champagne in piscina che può, al più, aggiungere elementi di contorno ad un potere di supremazia, ad una “zona d’ombra”, sempre presente al primo manifestarsi del legale potere coercitivo. 

È lí che si annida ogni possibile degenerazione successiva: senza di questo “dominio aurorale”, che si manifesta “all’atto” del primo contatto fra predatore e preda, senza la forza nascosta di questo iniziale ghermire, ogni effetto conseguente o collaterale, sarebbe semplicemente impensabile. 

E se “ci vuole altro”, per lucrare e “darsi alla bella vita”, è indiscutibile che nulla si potrebbe “derivare”, se quel potere oscuramente primordiale, quell’ “attimo segreto” che, come la reazione atomica, nasce invisibile, non ci fosse.

È in quell’attimo che si consuma il potere inarrestabile su George Floyd; e quello che distrugge all’istante, “come una bomba al cobalto”, Enzo Tortora; e avvia il calvario di Stefano Cucchi; e fende l’anima di qualsiasi uomo, fosse il più duro e scafato. 

Perché è in quell’attimo che il Potere di Umiliazione si può esprimere incontrollato, indominabile. 

Da qui, due corollari: un sentimento di onnipotenza, che può dare la vertigine e, soprattutto , la necessità di mascherarne la reale essenza: quella di essere l’Instrumentum Regni della Funzione Coercitiva. Grazie a questa possibilità, l’Azione Penale custodisce indisturbata il segreto della sua terribilità.

Non importa che, volta a volta, si manifesti: conta che “si sappia”. 

Ma porre, come due forze che insieme stanno e cadono, Azione Penale e Potere di Umiliazione, toccherebbe troppe “Necessità”: implicherebbe questioni sulla “Funzione” e sul suo nucleo che costringerebbero a discutere, almeno discutere, la cornice di violenza e di ipocrisia entro cui conduciamo le nostre sottomesse esistenze. 

Quella in cui “marcire in galera”, “solo farabutti che la fanno franca”, “prescrizione mai”, hanno cibato e cibano il più feroce e insensato conformismo barbarico dell’emisfero Occidentale.

Consoliamoci con le fotine di volti minimi e marginali, con i particolari sulle motociclette e sulle automobili; rendiamo davvero “particolare”, “altro”, ciò che è divenuta la nostra più qualificante essenza comunitaria e politica. 

Tronchiamo, sopiamo sotto il cielo della “Struttura” (come fa, fra gli altri, Bianconi sul Corriere);  magari, prima o poi, potremo pure dire che è una “Struttura Fascista”, e attendere che ci venga a (ri)salvare un qualche Progressismo Giudiziario a compartimenti stagni.

Di quello ecumenicamente correntizio, universalmente irresponsabile, nato e cresciuto sugli sganassoni, e sulle molte altre porcherie “a porte chiuse”, come quelle “funzionali” à la Scarantino, con i “cattivi” in una qualche divisa, e “i buoni”, immancabilmente, impunemente, vilmente, con la toga del Pubblico Ministero “ad archiviazione automatica”.

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