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Il cambiamento climatico forzerà una nuova migrazione americana

La vita diventa sempre più insostenibile nelle zone degli USA più colpite da incendi e uragani, ma se le persone colpite si trasferiscono, dove andranno tutti?

di Abrahm Lustgarten, con contributo di Al Shaw, Propublica

California Wildfires

Gli incendi imperversano la West Coast. Gli uragani colpiscono la East Coast. Siccità e inondazioni causano danni in tutta la nazione. Forse gli americani stanno finalmente rendendosi conto di come il clima sta per trasformare le loro vite? E se sì, se in futuro fosse prevista una grande migrazione domestica, sarebbe possibile prevedere dove potranno andare?

Questo articolo è stato originariamente pubblicato in inglese da Propublica.

Il mese di Agosto ha assediato la California con un caldo mai visto da generazioni. Un aumento nell’utilizzo di aria condizionata ha rotto la rete elettrica dello stato, lasciando una popolazione già devastata dal coronavirus a lavorare telematicamente illuminati solamente dalla luce fioca dei propri cellulari. A metà mese, lo stato aveva registrato la temperatura forse più calda mai misurata sulla terra – 130 gradi nella Death Valley – e una tempesta ultraterrena di fulmini aveva squarciato il cielo. Da Santa Cruz al Lago Tahoe, migliaia di scariche elettriche sono esplose su praterie e foreste appassite, alcune delle quali erano già state inaridite da infestazioni di coleotteri provocate dal clima e essiccate a causa dalla peggiore siccità degli ultimi di cinque anni, la peggiore mai registrata. Da lì a poco, la California iniziò a bruciare.

Nelle due settimane successive, 900 incendi hanno incenerito sei volte la quantità di terreno che tutti gli incendi della California combinati bruciarono nel 2019, costringendo 100.000 persone a lasciare le loro case. Tre dei più grandi incendi della storia sono bruciati simultaneamente in un anello intorno alla Baia di San Francisco. Un altro incendio è divampato a sole 12 miglia da casa mia nella contea di Marin. Ho osservato io stesso imponenti pennacchi di fumo alzarsi da colline lontane in tutte le direzioni e le petroliere facevano avanti e indietro nel cielo. Come molti californiani, ho passato quelle settimane a preoccuparmi di quello che sarebbe potuto accadere dopo, chiedendomi quanto tempo sarebbe servito ad un inferno di fiamme di 18 metri per spazzare via i ripidi pendii erbosi prima di raggiungere casa mia, mentre creavo nella mia mente possibili strategie in caso la mia famiglia fosse dovuta scappare. 

Ma contemplavo anche una domanda più a lungo termine, su cosa sarebbe successo una volta terminata questa stagione degli incendi senza precedenti. Era forse finalmente ora di lasciare la regione per sempre? Avevo una prospettiva insolita sulla questione. Da due anni studio come il cambiamento climatico influenzerà la migrazione globale. La mia sensazione era che fra tutte le conseguenze devastanti di un pianeta in via di riscaldamento – paesaggi mutevoli, pandemie, estinzioni di massa – la possibile migrazione di centinaia di milioni di rifugiati climatici in tutto il pianeta fosse tra le più importanti. Ho viaggiato in quattro paesi per osservare come l’aumento delle temperature stesse allontanando i rifugiati climatici da alcune delle parti più povere e calde del mondo. Avevo anche contribuito a creare un’enorme simulazione al computer per analizzare come potrebbero cambiare i dati demografici globali, e ora stavo lavorando a un progetto di mappatura dei dati sulla migrazione qui negli Stati Uniti.

Gli incendi continuano a devastare la West Coast americana

Quindi è stato con un certo senso di comprensione e familiarità che ho affrontato gli incendi in queste ultime settimane. Negli ultimi anni, l’estate ha portato una stagione di paura in California, regione accerchiata da incendi in continuo peggioramento. Ma quest’anno è stato diverso. La perdita di ogni speranza, causata da questa ripetizione di eventi sempre uguale, era ormai chiara, e la pandemia aveva già sradicato tanti americani. Il trasferimento non sembrava più una prospettiva così lontana. Proprio come i soggetti dei miei studio, il cambiamento climatico aveva scovato anche me, cancellando con la sua forza indiscriminata ogni parvenza di normalità. All’improvviso ho dovuto pormi la stessa domanda che avevo fatto agli altri: era ora di trasferirmi?

Non sono sicuramente l’unico americano a pormi queste domande. Quest’estate ha portato più incendi, più caldo, più tempeste – tutto ciò ha reso la vita sempre più insostenibile in aree sempre più ampie della nazione. La siccità minaccia già regolarmente i raccolti di cibo su tutta la cosa West, mentre le inondazioni distruttive inondano città e campi dai due stati del Dakota al Maryland, fanno crollare dighe nel Michigan e fanno crescere le coste dei Grandi Laghi. L’innalzamento del livello del mare e gli uragani sempre più violenti stanno rendendo quasi inabitabili migliaia di miglia di costa americana. Mentre la California bruciava, l’uragano Laura colpiva la costa della Louisiana con venti di 150 miglia all’ora, uccidendo almeno 25 persone; era la dodicesima tempesta designata da un nome femminile a formarsi a quel punto nel 2020, un altro record. Phoenix, nel frattempo, ha sopportato 53 giorni di calore a 110 gradi, 20 giorni in più rispetto al record precedente.

Per anni, gli americani hanno evitato di affrontare questi cambiamenti climatici che si verificavano nel loro giardino di casa. Le decisioni che prendiamo su dove vivere sono distorte non solo da politiche che minimizzano i rischi climatici, ma anche da costosi sussidi e incentivi volti a sfidare la natura. In gran parte del mondo in via di sviluppo, le persone vulnerabili tenteranno di sfuggire ai pericoli causati del riscaldamento globale, cercando temperature più fresche, più acqua, e sicurezza. Ma qui negli Stati Uniti, le persone sono in gran parte gravitate verso il pericolo ambientale, costruendo lungo le coste dal New Jersey alla Florida e stabilendosi nei deserti senza nuvole del sud-ovest.

Volevo sapere se le cose stavano cominciando a cambiare. Forse gli americani stanno finalmente rendendosi conto di come il clima sta per trasformare le loro vite? E se sì, se in futuro fosse prevista una grande migrazione domestica, sarebbe possibile prevedere dove potremmo andare? Per rispondere a queste domande, ho intervistato più di quattro dozzine di esperti: economisti e demografi, scienziati del clima e dirigenti assicurativi, architetti e urbanisti, e ho mappato le zone di pericolo che si avvicineranno agli americani nei prossimi 30 anni. Le mappe combinano per la prima volta dati climatici esclusivi del Rhodium Group, una società indipendente di analisi dei dati; proiezioni di incendi boschivi modellate dai ricercatori del servizio forestale degli Stati Uniti e altri; e i dati sulle mutevoli nicchie climatiche americane, un’evoluzione del lavoro pubblicato per la prima volta dagli Atti della National Academy of Sciences la scorsa primavera. (Un’analisi dettagliata delle mappe è disponibile qui.)

Quello che ho scoperto era una nazione all’apice di una grande trasformazione. Negli Stati Uniti, circa 162 milioni di persone – quasi 1 su 2 – molto probabilmente sperimenteranno un abbassamento nella qualità del loro ambiente, vale a dire più calore e meno acqua. Per 93 milioni di loro, i cambiamenti potrebbero essere particolarmente gravi, ed entro il 2070, la nostra analisi suggerisce, se le emissioni di carbonio dovessero aumentare fino a raggiungere livelli estremi, almeno 4 milioni di americani potrebbero trovarsi a vivere ai margini, in luoghi decisamente fuori da ciò che costituisce una nicchia ideale per la vita degli esseri umani. Il costo della resistenza alla nuova realtà climatica sta diventando sempre più grave. I funzionari della Florida hanno già riconosciuto che prevenire l’inondazione di alcune strade a causa dell’aumento dei livelli del mare non sarà possibile. E il programma federale di assicurazione contro le inondazioni della nazione richiede, per la prima volta, che alcuni dei suoi pagamenti vengano utilizzati in caso di eventuale fuga dalle minacce climatiche in tutto il paese. Presto si rivelerà troppo costoso mantenere lo status quo.

Un pompiere cerca di contenere un incendio al di fuori di San Diego, California

E quindi cosa succederà? Un influente studio del 2018, pubblicato sul Journal of the Association of Environmental and Resource Economists, suggerisce che 1 americano su 12 nella metà meridionale del paese si sposterà verso la California, verso le montagna occidentali, o verso il nord-ovest, nei prossimi 45 anni, esclusivamente a causa del clima. È probabile che un tale cambiamento nella popolazione aumenti la povertà e allarghi il divario tra ricchi e poveri. Accelererà un’urbanizzazione rapida, forse caotica, di città mal attrezzate per sostenere questo nuovo carico, mettendo alla prova la loro capacità di fornire servizi di base e amplificando le disuguaglianze esistenti. Distruggerà la prosperità, infliggendo ripetuti colpi economici alle regioni costiere, rurali e meridionali, che potrebbero a loro volta spingere intere comunità sull’orlo del collasso. Questo processo è già iniziato nelle zone rurali della Louisiana e della Georgia costiera, dove le comunità a basso reddito e quelle nere e indigene devono affrontare i cambiamenti ambientali oltre alla cattiva salute e alla povertà estrema. La migrazione stessa, sottolineano gli esperti della migrazione globale, è spesso un riflesso della relativa ricchezza e, anche se alcuni si trasferiranno, molti altri verranno lasciati indietro. Color che scelgono di rimanere rischiano di rimanere intrappolati, circondati da un territorio e una società che non potrà più offrir loro alcun sostegno.

Vi sono alcuni indizi che questo messaggio si sta diffondendo. La metà degli americani ora considera il clima una delle massime priorità politiche, rispetto a circa un terzo nel 2016, e 3 su 4 ora descrivono il cambiamento climatico come “una crisi” o “un grave problema”. Quest’anno, i caucusgoers democratici in Iowa, dove decine di migliaia di acri di terreni agricoli sono stati allagati nel 2019, hanno classificato il problema climatico secondo in importanza solo all’assistenza sanitaria. Un sondaggio condotto dai ricercatori delle università di Yale e George Mason ha scoperto che anche le opinioni dei repubblicani stanno cambiando: 1 su 3 ora pensa che il cambiamento climatico dovrebbe essere dichiarato un’emergenza nazionale.

I politici, avendo lasciato l’America impreparata per il futuro, devono ora affrontare scelte brutali su quali comunità salvare – spesso a costi esorbitanti – e quali sacrificare. Le loro decisioni quasi inevitabilmente divideranno ancora di più la nazione, relegando le comunità più dimenticate e sfortunate in un futuro da incubo, in cui saranno abbandonati a se stessi. Ma queste misure di risposta non dovranno aspettare il verificarsi di cambiamenti ambientali ancora peggiori. L’ondata di cambiamento inizia quando la percezione individuale del rischio inizia a cambiare, quando la minaccia ambientale supera i meno fortunati e scuote e minaccia la sicurezza fisica e finanziaria delle parti più ampie e più ricche della popolazione. Inizia quando anche posti come i sobborghi della California non sono più sicuri.

L’ondata è già iniziata.

Un deserto in Arizona, dove il cambiamento climatico sta causando un aumento delle già bollenti temperature

Cominciamo con alcune nozioni di base. In tutto il paese si farà sempre più caldo. Buffalo, New York, potrebbe diventare in pochi decenni come Tempe, Arizona, è oggi, e Tempe stessa sosterrà temperature estive medie di 100 gradi entro la fine del secolo. L’umidità estrema da New Orleans al Wisconsin settentrionale renderà le estati sempre più insopportabili, trasformando ondate di calore che altrimenti sembrerebbero sopravvivibili in minacce debilitanti per la salute. Anche l’acqua dolce scarseggerà, non solo sulla costa West, ma anche in luoghi come Florida, Georgia e Alabama, dove la siccità ormai appassisce regolarmente i campi di cotone. Entro il 2040, secondo le proiezioni del governo federale, le estreme carenze idriche saranno quasi onnipresenti a ovest del Missouri. La falda acquifera di Memphis Sands, un approvvigionamento idrico cruciale per Mississippi, Tennessee, Arkansas e Louisiana, già fornisce, ed è privata, di centinaia di milioni di galloni al giorno. Gran parte della falda acquifera di Ogallala, che fornisce quasi un terzo delle acque sotterranee per l’irrigazione della nazione, potrebbe essere scomparsa entro la fine del secolo.

Può essere difficile vedere chiaramente queste difficoltà e sfide perché sono in gioco tanti fattori. Almeno 28 milioni di americani rischiano di affrontare mega incendi come quelli che stiamo vedendo ora in California, in posti come il Texas, la Florida e la Georgia. Allo stesso tempo, 100 milioni di americani – in gran parte nel bacino del fiume Mississippi dalla Louisiana al Wisconsin – dovranno affrontare sempre più un’umidità così estrema che lavorare all’aperto o praticare sport scolastici potrebbe causare insolazione e svenimento. I raccolti saranno decimati dal Texas all’Alabama e fino a nord attraverso l’Oklahoma e il Kansas fino al Nebraska.

Queste difficoltà sono così diffuse e così correlate fra loro che gli americani che cercano di fuggire da una potrebbero imbattersi in un’altra. Vivo in cima a una collina, a 400 piedi sul livello del mare, e la mia casa non sarà mai toccata dall’innalzamento delle acque. Ma entro la fine di questo secolo, se le proiezioni più estreme di 8-10 piedi di innalzamento del livello del mare si realizzeranno, il litorale della baia di San Francisco si sposterà di 3 miglia più vicino a casa mia, sommergendo così circa 166 miglia quadrate di terra, compreso un liceo, un nuovo ospedale della contea e il negozio dove compro generi alimentari. L’autostrada per San Francisco dovrà essere rialzata e, a est, sarà necessario un nuovo ponte per collegare la comunità di Point Richmond alla città di Berkeley. Le comunità latinoamericane, asiatiche e nere che vivono nei distretti bassi più vulnerabili saranno sfollate per prime, ma la ricerca di Mathew Hauer, un sociologo della Florida State University che ha pubblicato alcuni dei primi modelli della migrazione climatica americana sulla rivista “Nature Climate Change” nel 2017, suggerisce che le ripercussioni alla fine saranno molto più diffuse: quasi 1 persona su 3 qui a Marin County partirà, la parte dei circa 700.000 che i suoi modelli suggeriscono potrebbero abbandonare la più ampia zona della Bay Area solamente a causa dell’innalzamento del livello del mare.

Dal Maine alla Carolina del Nord al Texas, l’innalzamento del livello del mare non sta solo rosicchiando via le coste, ma sta anche sollevando i livello dei fiumi e sommergendo le infrastrutture sotterranee delle comunità costiere, rendendo una vita stabile lì quasi impossibile. I punti più alti della costa saranno tagliati fuori dalle strade, dai servizi e dalle vie di fuga e, anche nell’entroterra, l’acqua salata si infiltrerà nelle riserve sotterranee di acqua potabile. Otto delle 20 aree metropolitane più grandi della nazione – tra cui Miami, New York e Boston – saranno profondamente modificate, colpendo così indirettamente circa 50 milioni di persone. Immagina grandi muri di cemento che separano i condomini di Fort Lauderdale, Florida, da un lungomare senza spiaggia o dozzine di nuovi ponti che collegano le isole di Filadelfia. Non tutte le città possono spendere 100 miliardi di dollari per una diga, come molto probabilmente farà New York. Le isole di barriera? Zone rurali lungo la costa che non hanno a disposizione un’entrata elevata? Probabilmente, a lungo termine, non saranno salvabili.

Considerano tutte le varie sfaccettature, Hauer prevede che 13 milioni di americani saranno costretti ad allontanarsi dalle coste sommerse. Aggiungete a ciò le persone che devono affrontare incendi e altri rischi, e il numero di americani che potrebbero trasferirsi – sebbene difficile da prevedere con precisione – potrebbe facilmente essere di decine di milioni in più. Ma comunque anche semplicemente 13 milioni di migranti climatici si classificherebbero come la più grande migrazione nella storia del Nord America. La Grande Migrazione – di 6 milioni di neri americani dal Sud dal 1916 al 1970 – ha trasformato quasi tutto ciò che sappiamo dell’America, dal destino del suo movimento operaio, alla forma delle sue città, al suono della sua musica. Come sarebbe se il doppio di quelle persone si trasferissero? Cosa potrebbe cambiare?

Gli americani sono stati condizionati a non rispondere alle minacce climatiche geografiche come fanno le persone nel resto del mondo. È naturale che i guatemaltechi rurali o gli agricoltori di sussistenza in Kenya, che devono affrontare la siccità o il caldo torrido, cerchino un posto più stabile e resiliente. Anche un sottile cambiamento ambientale – un pozzo secco, diciamo – può significare vita o morte, e senza soldi a disposizione per affrontare il problema, la migrazione è spesso semplicemente una questione di sopravvivenza.

Una giovane ragazza del Kenya cammina nei campi coltivati vicino la sua dimora

In confronto, gli americani sono più ricchi, spesso molto più ricchi e più riparati dagli shock del cambiamento climatico. Sono lontani dal cibo e dalle fonti d’acqua da cui dipendono e fanno parte di una cultura che vede ogni problema risolvibile con il denaro. Quindi, anche se il flusso medio del fiume Colorado – l’approvvigionamento idrico per 40 milioni di americani occidentali e la spina dorsale dell’allevamento di ortaggi e bestiame della nazione – è diminuito per la maggior parte degli ultimi 33 anni, la popolazione del Nevada è raddoppiata. Allo stesso tempo, più di 1,5 milioni di persone si sono trasferite nell’area metropolitana di Phoenix, nonostante la sua dipendenza dallo stesso fiume (e il fatto che le temperature ora raggiungano regolarmente i 115 gradi). Da quando l’uragano Andrew ha devastato la Florida nel 1992 – e anche se quello stato è diventato un esempio globale della minaccia dell’innalzamento del livello del mare – più di 5 milioni di persone si sono trasferite sulle coste della Florida, determinando un boom storico nel settore edile e immobiliare.

Modelli simili sono evidenti in tutto il paese. I dati dei censi ci mostrano come si muovono gli americani: verso il caldo, verso le coste, verso la siccità, indipendentemente dalle evidenti prove di crescenti tempeste, inondazioni e altri disastri.

La sensazione che il denaro e la tecnologia possano vincere la natura ha incoraggiato gli americani. Laddove il denaro e la tecnologia falliscono, tuttavia, spetta inevitabilmente alle politiche del governo – e ai sussidi governativi – rimediare. Grazie ai canali sovvenzionati a livello federale, ad esempio, l’acqua in una parte del deserto sud-occidentale costa meno di quanto costa a Filadelfia. Il National Flood Insurance Program federale ha pagato per ricostruire le case che sono state allagate sei volte nello stesso punto. E gli aiuti federali all’agricoltura trattengono i sussidi agli agricoltori che passano a colture resistenti alla siccità, mentre pagano i coltivatori per ripiantare gli stessi raccolti che hanno fallito. Agricoltori, produttori di semi, sviluppatori immobiliari e alcuni proprietari di case ne traggono vantaggio, almeno momentaneamente, ma il divario tra ciò che il clima può distruggere e ciò che il denaro può sostituire sta crescendo.

Forse nessuna forza di mercato si è dimostrata più influente – e più fuorviante – del sistema nazionale di assicurazione della proprietà. Da stato a stato, politiche prontamente disponibili e convenienti hanno reso interessante l’acquisto o la sostituzione di case anche dove sono ad alto rischio di disastri, oscurando sistematicamente la realtà della minaccia climatica e inducendo molti americani a pensare che le loro decisioni siano più sicure di quanto lo siano veramente. Parte del problema è che la maggior parte delle polizze guarda solo a 12 mesi nel futuro, ignorando le tendenze a lungo termine anche se la disponibilità di assicurazioni influenza lo sviluppo e guida il processo decisionale a lungo termine delle persone.

Anche laddove gli assicuratori hanno tentato di ritirare le polizze o aumentare i tassi per ridurre le responsabilità legate al clima, le autorità di regolamentazione statali li hanno costretti a fornire comunque una copertura economica, semplicemente sovvenzionando il costo della sottoscrizione di una politica così rischiosa o, in alcuni casi, offrendola loro stessi. I regolamenti – denominati “Fair Access to Insurance Requirements” (Accesso equo ai requisiti assicurativi) – sono giustificati sia dagli sviluppatori che dai politici locali come scialuppe di salvataggio economiche “di ultima istanza” nelle regioni in cui il cambiamento climatico minaccia di interrompere la crescita economica. Sebbene proteggano alcune comunità trincerate e vulnerabili, le leggi soddisfano anche la domanda dei proprietari di case più ricchi che vogliono ancora essere in grado di acquistare assicurazioni.

Almeno 30 stati, tra cui Louisiana, Massachusetts, Carolina del Nord e Texas, hanno sviluppato i cosiddetti piani FAIR, e oggi fungono da sostegno del mercato nei luoghi che affrontano i più alti rischi di disastri causati dal clima, comprese inondazioni costiere, uragani e incendi boschivi.

In un’epoca di cambiamenti climatici, tuttavia, tali politiche equivalgono a una sorta di gioco di carte, inteso a continuare a mantenere la crescita anche quando vi sono altri segni evidenti e ricerche scientifiche che suggeriscono che dovrebbe fermarsi.

È quello che è successo in Florida. L’uragano Andrew ha trasformato in discarica parti delle città e ha comportato un rimborso per gli assicuratori di quasi 16 miliardi di dollari. Molte compagnie di assicurazione, riconoscendo la probabilità che accadesse di nuovo, hanno rifiutato di rinnovare le polizze e hanno lasciato lo Stato. Così il legislatore della Florida ha creato una società statale per assicurare la proprietà stessa, prevenendo sia un esodo che un collasso economico, essenzialmente fingendo che le vulnerabilità climatiche non esistessero.

Una spiaggia di Miami, che rischia di ritrovarsi presto sommersa a causa dell’aumento del livello del mare

Di conseguenza, i contribuenti della Florida alla fine del 2012 si erano assunti passività per un valore di circa 511 miliardi di dollari – più di sette volte il budget totale dello stato – mentre il valore della proprietà costiera ha superato i 2,8 trilioni di dollari. Un altro uragano diretto ha rischiato di mandare in bancarotta lo stato. La Florida, preoccupata di essersi presa troppi rischi, da allora ha ridimensionato il suo piano di autoassicurazione. Ma lo sviluppo che ne è derivato è ancora in atto.

In un pomeriggio afoso lo scorso Ottobre, mentre il cielo sopra di me era pieno di fumo causato da incendi, ho chiamato Jesse Keenan, uno specialista in pianificazione urbana e cambiamenti climatici alla Graduate School of Design di Harvard, che fornisce consulenza alla Commodity Futures Trading Commission federale sui rischi di mercato dai cambiamenti climatici. Keenan, che ora è professore associato di proprietà immobiliare presso la Scuola di architettura della Tulane University, era stato nelle news l’anno scorso per aver proiettato dove le persone potrebbero trasferirsi – suggerendo che Duluth, Minnesota, per esempio, dovrebbe prepararsi per un imminente boom immobiliare, a causa dei migranti climatici che si sposteranno verso nord. Ma come altri scienziati con cui avevo parlato, Keenan era stato riluttante a trarre conclusioni sui quali fossero i luoghi che questi migranti avrebbero lasciato.

Lo scorso autunno, tuttavia, quando il precedente round di incendi ha devastato la California, il suo telefono ha iniziato a squillare, con investitori di private equity e banchieri che richiedevo la sua opinione sul futuro dello stato. Il loro interesse ha suggerito un crescente nervosismo degli investitori per il rapido aumento del rischio ambientale nei mercati immobiliari più caldi del paese. È un primo segnale, mi ha detto, che lo slancio sta per cambiare direzione. “E una volta che questo si capovolge”, ha aggiunto, “è probabile che si capovolga molto rapidamente.”

In effetti, la correzione – un ritrovato rispetto per il potere distruttivo della natura, accoppiato con un improvviso disconoscimento dell’appetito degli americani per uno sviluppo immobiliare spericolato – era iniziata due anni prima, quando una spaventosa ondata di disastri offrì un’anteprima sconvolgente di come la crisi climatica stava cambiando le regole.

Il 9 ottobre 2017, un incendio divampò nel quartiere suburbano dei “colletti blu” di Coffey Park a Santa Rosa, in California, praticamente nel mio giardino di casa. Mi sono svegliato apprendendo che più di 1.800 edifici erano ridotti in cenere, a meno di 35 miglia da dove dormivo. Lunghe ceneri si erano accumulate sui miei davanzali come fossero state neve che cade dal cielo.

Il Tubbs Fire, come venne chiamato, non avrebbe dovuto essere possibile. Coffey Park è circondato non dalla vegetazione ma da cemento, centri commerciali e autostrade. Quindi, secondo Kevin Van Leer, allora un modellatore del rischio della società globale di responsabilità assicurativa Risk Management Solutions, gli assicuratori lo avevano valutato come “praticamente a rischio zero”. (Ora fa un lavoro simile per Cape Analytics.) Ma Van Leer, che aveva passato sette anni a raccogliere i detriti lasciati dai disastri per capire come gli assicuratori potevano anticipare – e prezzare – il rischio che si ripetessero, aveva iniziato a vedere altri incendi “impossibili”. Dopo che un tornado di incendi del 2016 ha devastato il Canada settentrionale e una tempesta di fuoco ha consumato Gatlinburg, nel Tennessee, ha detto, “i campanelli d’allarme hanno iniziato a suonare” per il settore assicurativo.

Ciò che Van Leer ha visto quando ha attraversato Coffey Park una settimana dopo il Tubbs Fire ha cambiato per sempre il modo in cui modellava e proiettava il rischio di incendio. In genere, il fuoco si diffonde lungo il terreno, bruciando forse il 50% delle strutture. A Santa Rosa, più del 90% era stato livellato. “La distruzione era completa”, mi ha detto. Van Leer ha stabilito che il fuoco era esploso attraverso la volta della foresta, generando venti a 70 miglia all’ora che hanno calciato una tempesta di braci nelle modeste case di Coffey Park, che bruciavano a un acro al secondo mentre le case si infuocavano da sole a causa del calore che radiava dai dintorni. Era il genere di cose che non sarebbero mai state possibili se i venti autunnali della California non fossero diventati più feroci e secchi ogni anno, entrando in collisione con il calore crescente e determinato dal clima e lo sviluppo in continua espansione. “È difficile prevedere qualcosa che non hai mai visto prima”, ha detto.

Per me, il risveglio all’imminente rischio climatico è arrivato con i blackout di corrente continua in California lo scorso autunno – uno sforzo per evitare preventivamente il rischio che un filo sotto tensione si infiammi e scateni un incendio – che mi ha mostrato che tutta la mia prospettiva teorica sul rischio climatico e le mie scelte di vita erano in rotta di collisione. Dopo il primo [blackout], tutto il cibo nel nostro frigorifero è andato perso. Quando l’elettricità è stata interrotta altre sei volte in tre settimane, abbiamo smesso di cercare di tenere il frigorifero rifornito. Tutt’intorno a noi, piccoli fuochi ardevano. Il fumo denso produceva attacchi di tosse. Allora, come adesso, ho caricato un’ascia e un go-bag nella mia macchina, pronto per l’evacuazione. Come ha detto l’ex governatore Jerry Brown, questa realtà stava cominciando a sembrare il “nuovo anormale”.

Non sorprende, quindi, che gli assicuratori immobiliari della California – dopo aver visto dissolversi i profitti di 26 anni in 24 mesi – abbiano iniziato a ritirare le polizze, o che il commissario per le assicurazioni della California, cercando di rallentare lo scivolamento, abbia posto una moratoria sulle cancellazioni assicurative in parto dello stato nel 2020. A febbraio, il legislatore ha introdotto un disegno di legge che obbliga la California, secondo le parole di un gruppo di difesa dei consumatori, a “seguire l’esempio della Florida”, imponendo che l’assicurazione rimanga disponibile, in questo caso con l’obbligo che i proprietari di casa prima rendano le loro proprietà più resistenti contro il fuoco. Allo stesso tempo, la partecipazione al piano FAIR della California per gli incendi catastrofici è cresciuta di almeno il 180% dal 2015, e a Santa Rosa, le case sono state ricostruite nelle stesse zone vulnerabili agli incendi che si sono rivelati così mortali nel 2017. Dato che un un nuovo studio prevede un aumento del 20% dei giorni di condizioni meteorologiche estreme entro il 2035, tali pratiche suggeriscono una forma speciale di negligenza climatica.

È solo questione di tempo prima che i proprietari di immobili inizino a riconoscere l’insostenibilità di questo approccio. Lo shock del mercato, quando spinto dal tipo di risveglio culturale al rischio osservato da Keenan, può colpire un quartiere come una malattia infettiva, con la paura che diffonde dubbi – e svalutazione – di porta in porta. È successo così nella crisi dei pignoramenti.

Keenan chiama “bluelining” la pratica di tracciare confini arbitrari di prestito intorno ad aree di rischio ambientale percepito, e in effetti molti dei quartieri in cui le banche stanno bluelining sono gli stessi che sono stati colpiti dalla pratica razzista del redlining nei giorni passati. Quest’estate, gli analisti dei dati climatici della First Street Foundation hanno pubblicato mappe che mostrano che il 70% in più di edifici negli Stati Uniti erano vulnerabili al rischio di alluvioni di quanto si pensasse in precedenza; la maggior parte del rischio sottovalutato era nei quartieri a basso reddito.

Il Golden Gate Bridge di San Francisco, fotografato il 12 Settembre 2020, circondato da fiamme e fumo a causa degli incendi

Questi quartieri vedono poco in termini di investimenti per la prevenzione delle inondazioni. Il quartiere nella Bay Area, d’altro canto, ha beneficiato di consistenti investimenti negli sforzi per difenderlo dalle devastazioni del cambiamento climatico. Il fatto che queste domande sulla vivibilità erano arrivate fino a me, qui, confermavano la convinzione di Keenan che il fenomeno del bluelining alla fine influenzerà anche la grande maggioranza degli americani della classe media che detengono azioni, con ampie implicazioni per l’economia generale, a partire dal più grande stato della nazione.

Di nascosto, una nuova classe di debiti pericolosi – i mutui ipotecari in difficoltà climatiche – potrebbe già minacciare il sistema finanziario. I dati sui prestiti analizzati da Keenan e dal suo coautore, Jacob Bradt, per uno studio pubblicato sulla rivista Climatic Change a Giugno, mostrano che le piccole banche concedono liberamente prestiti su case a rischio ambientale, ma poi li passano rapidamente ai finanziatori federali. Allo stesso tempo, non hanno per nulla smesso di prestare denaro per le proprietà di fascia alta che valgono troppo perché il governo lo accetti, suggerendo che le banche stanno consapevolmente trasferendo le passività climatiche ai contribuenti come attività bloccate.

Una volta che i valori degli immobili iniziano a precipitare in giù, è facile per gli economisti vedere come intere comunità sfuggono al controllo. La base imponibile diminuisce e il sistema scolastico e i servizi civici vacillano, creando un ciclo di feedback negativo che spinge più persone ad andarsene. L’aumento dei costi assicurativi e la percezione del rischio costringono le agenzie di rating del credito a declassare le città, rendendo più difficile per loro emettere obbligazioni e tappare le fughe di notizie finanziarie. Le banche locali, nel frattempo, continuano a cartolarizzare i loro debiti ipotecari, eliminando le proprie passività

Keenan, tuttavia, aveva una considerazione più importante: tutti i disincentivi strutturali che avevano costruito la risposta irrazionale degli americani al rischio climatico stavano ora raggiungendo il loro ovvio punto finale. Un collasso economico indotto da una pandemia non farà che aumentare le vulnerabilità e accelerare la transizione, riducendo a nulla il sottile margine di protezione finanziaria che ha mantenuto le persone al loro posto. Fino ad ora, i meccanismi di mercato avevano sostanzialmente socializzato le conseguenze di uno sviluppo ad alto rischio. Ma quando i costi aumentano – e gli assicuratori si licenziano, i banchieri disinvestono, e le sovvenzioni agricole si rivelano troppo dispendiose, e così via – l’intero peso della responsabilità ricadrà sulle singole persone.

Ed è allora che potrebbe iniziare la vera migrazione.

Mentre parlavo con Keenan l’anno scorso, ho guardato fuori dalla finestra della mia cucina sui pendii di un parco, di colore marrone a causa dei mesi di caldo secco estivo. Questo era precisamente il terreno che la mia azienda, Pacific Gas & Electric, aveva tre volte identificato come una polveriera così in pericolo da dover interrompere l’elettricità per evitare incendi. Era proprio al tipo di interfaccia tra terre selvagge e città che tutti gli studi che ho letto attribuivano l’aumento dell’esposizione dei californiani ai rischi climatici. Ne ho parlato al telefono e poi ho chiesto a Keenan: “Dovrei vendere la mia casa e prendere …”

Mi interruppe: “Sì”.

Gli americani hanno già affrontato disastri climatici in passato. Il Dust Bowl è iniziato dopo che il governo federale ha ampliato l’Homestead Act per offrire più terra ai coloni disposti a lavorare il suolo marginale delle Grandi Pianure. Milioni di persone hanno accettato l’invito, sostituendo la robusta erba della prateria con raccolti assetati come mais, grano e cotone. Poi, del tutto prevedibile, è arrivata la siccità. Dal 1929 al 1934, i raccolti in Texas, Oklahoma, Kansas e Missouri sono crollati del 60%, lasciando gli agricoltori indigenti ed esponendo il terriccio ormai arido a venti secchi e temperature elevate. Le conseguenti tempeste di sabbia, alcune delle quali più alte dei grattacieli, hanno seppellito intere case e si sono propagate fino a Washington. Il disastro ha provocato l’esodo di circa 2,5 milioni di persone, principalmente verso l’Occidente, dove i nuovi arrivati ​​- “Okies” non solo dall’Oklahoma ma anche dal Texas, dall’Arkansas e dal Missouri – hanno sconvolto le comunità e hanno gareggiato per i posti di lavoro. Il Colorado ha cercato di sigillare il suo confine dai rifugiati climatici; in California, furono incanalati in squallide baraccopoli. Solo dopo che i migranti si sono stabiliti e hanno avuto anni per recuperare una vita dignitosa, alcune città si sono riprese e diventate più forti.

I luoghi lasciati dai migranti non si sono mai ripresi completamente. Ottant’anni dopo, le città di Dust Bowl hanno ancora una crescita economica più lenta e un reddito pro capite inferiore rispetto al resto del paese. I sopravvissuti al Dust Bowl e i loro figli hanno meno probabilità di andare al college e più probabilità di vivere in povertà. Il cambiamento climatico li ha resi poveri e da allora li ha tenuti poveri.

Resti di un auto sommersa dalla polvere e dalla sabbia mostrano la realtà del Dust Bowl, che colpì l’America negli anni trenta

Molto probabilmente un “Dust Bowl” si verificherà di nuovo. Gli stati delle Grandi Pianure oggi forniscono quasi la metà del grano, del sorgo e del bestiame della nazione e gran parte del suo mais; gli agricoltori e gli allevatori esportano quel cibo in Africa, Sud America e Asia. I raccolti, tuttavia, diminuiranno drasticamente con ogni grado di riscaldamento. Entro il 2050, i ricercatori dell’Università di Chicago e del Goddard Institute for Space Studies della NASA hanno scoperto che i raccolti dell’era della Dust Bowl saranno la norma, anche se la domanda di scarsità d’acqua salirà fino al 20%. Un’altra siccità estrema porterebbe a perdite quasi totali di raccolto peggiori rispetto al Dust Bowl, mettendo in ginocchio l’economia più ampia. A quel punto, scrivono gli autori, “l’abbandono è un’opzione”.

Le proiezioni sono intrinsecamente imprecise, ma i cambiamenti graduali ai terreni coltivati ​​americani – più la costante bruciatura, incendi e inondazioni – suggeriscono che stiamo già assistendo a una riproduzione più lenta ma molto più ampia del Dust Bowl che distruggerà più dei semplici raccolti. Nel 2017, Solomon Hsiang, un economista climatico presso l’Università della California, Berkeley, ha condotto un’analisi dell’impatto economico dei cambiamenti causati dal clima, come l’aumento della mortalità e l’aumento dei costi energetici, scoprendo che le contee più povere degli Stati Uniti, principalmente in tutto il Sud e Sudovest – in alcuni casi estremi subiranno danni pari a più di un terzo del loro prodotto interno lordo. Il National Climate Assessment 2018 avverte anche che l’economia statunitense potrebbe contrarsi del 10%.

Questo tipo di perdita in genere spinge le persone verso le città, e i ricercatori si aspettano che questa tendenza continui dopo la fine della pandemia di COVID-19. Nel 1950, meno del 65% degli americani viveva in città. Entro il 2050, solo il 10% vivrà al di fuori di loro, in parte a causa del cambiamento climatico. Entro il 2100, secondo le stime di Hauer, Atlanta, Orlando, Houston e Austin potrebbero ricevere ciascuna più di 250.000 nuovi residenti solo a causa dell’innalzamento del livello del mare, il che significa che potrebbero essere quelle città – non i luoghi che si svuotano – a finire a dover sostenere il peso del rimpasto dell’America. La Banca Mondiale avverte che la rapida urbanizzazione climatica porta a un aumento della disoccupazione, alla concorrenza per i servizi e all’aggravarsi della povertà.

Quindi cosa succederà ad Atlanta, un’area metropolitana di 5,8 milioni di persone che potrebbe perdere il suo approvvigionamento idrico a causa della siccità e che i nostri dati mostrano anche che dovrà affrontare un aumento degli incendi causati dal calore? Hauer stima che centinaia di migliaia di rifugiati climatici si trasferiranno in città entro il 2100, aumentando la sua popolazione e stressando le sue infrastrutture. Atlanta – dove lo scorso anno la scarsa qualità dei trasporti e dei sistemi idrici ha contribuito al grado di infrastruttura C + dello stato – soffre già di una maggiore disparità di reddito rispetto a qualsiasi altra grande città americana, rendendola una polveriera virtuale per i conflitti sociali. Una famiglia su 10 guadagna meno di 10.000 dollari all’anno e gli anelli di povertà estrema stanno crescendo nelle sue periferie anche se il centro della città diventa più ricco.

Atlanta ha iniziato a rafforzare le sue difese contro il cambiamento climatico, ma in alcuni casi questo ha solo esacerbato le divisioni. Quando la città ha convertito una vecchia cava di roccia Westside in un serbatoio, parte di una zona verde più ampia per espandere un parco, pulire l’aria e proteggere dalla siccità, il progetto ha anche alimentato una rapida crescita della gentrificazione, spingendo ulteriormente le comunità nere più povere verso i sobborghi impoveriti. Il fatto che Atlanta non abbia “completamente affrontato” tali sfide ora, ha affermato Na’Taki Osborne Jelks, presidente della West Atlanta Watershed Alliance, significa che con più persone e temperature più elevate, “la città potrebbe essere spinta a ciò che è gestibile”.

Così potrebbero Filadelfia, Chicago, Washington, Boston e altre città con sistemi a lungo trascurati improvvisamente essere spinti ad espandersi in condizioni sempre più avverse.

Una volta che si accetta che il cambiamento climatico sta rapidamente rendendo gran parte degli Stati Uniti quasi inabitabili, il futuro si presenta così: con il tempo, la metà inferiore del paese diventa inospitale, pericolosa e calda. Qualcosa come un decimo delle persone che vivono nel sud e nel sud-ovest – dalla Carolina del Sud all’Alabama, dal Texas alla California meridionale – decide di trasferirsi a nord alla ricerca di un’economia migliore e di un ambiente più temperato. Quelli che restano sono sproporzionatamente poveri e anziani.

In questi luoghi, il solo calore causerà fino a 80 decessi aggiuntivi ogni 100.000 persone – la crisi degli opioidi della nazione, al confronto, produce 15 decessi aggiuntivi ogni 100.000. Le persone più colpite, nel frattempo, pagheranno il 20% in più per l’energia e i loro raccolti produrranno la metà del cibo o in alcuni casi praticamente niente. Quell’onere collettivo trascinerà verso il basso i redditi regionali di circa il 10%, pari a uno dei più grandi trasferimenti di ricchezza nella storia americana, poiché le persone che vivono più a nord trarranno beneficio da questo cambiamento e vedranno aumentare le loro fortune.

I milioni di persone che si trasferiranno a nord si dirigeranno principalmente verso le città del nord-est e del nord-ovest, che vedranno la loro popolazione crescere di circa il 10%, secondo una predizione. Luoghi un tempo freddi come il Minnesota, il Michigan e il Vermont diventeranno più temperati, verdeggianti e invitanti. Vaste regioni prospereranno; proprio come la ricerca di Hsiang prevede che le contee meridionali potrebbero vedere prosciugarsi un decimo della loro economia, egli prevede che altri, per quanto riguarda il Nord Dakota e il Minnesota, godranno di una corrispondente espansione. Città come Detroit; Rochester, New York; Buffalo e Milwaukee vedranno una rinascita, con la loro capacità in eccesso di infrastrutture, approvvigionamento idrico e autostrade messo di nuovo messe a frutto. Un giorno, è possibile che una linea ferroviaria ad alta velocità possa attraversare i Dakota, attraverso il paese del vino emergente dell’Idaho e il nuovo granaio del paese lungo il confine canadese, fino alla megalopoli di Seattle, che a quel punto si sarà quasi fusa con Vancouver al suo nord.

Seduti nel mio giardino un pomeriggio di quest’estate, mia moglie ed io abbiamo parlato delle implicazioni di questo incombente futuro americano. I fatti erano chiari e sempre più inquietanti. Eppure c’erano così tanti beni immateriali – l’amore per la natura, il ritmo frenetico della vita, l’alto costo del trasloco – che cospiravano per impedirci di partire. Nessuno vuole migrare lontano da casa, anche quando un pericolo inesorabile si avvicina sempre di più. Lo fanno quando non c’è più altra scelta.

Traduzione di Eleonora Maccarone

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