Cerca

Primo PianoPrimo Piano

Commenti: Vai ai commenti

Il mondo alle prese col coronavirus con Trump sulle orme del presidente Wilson

Un secolo fa anche Woodrow Wilson si ammalò gravemente di influenza durante un momento determinante per le sorti mondiali

Il Presidente americano Woodrow Wilson arringa la folla al cimitero americano di Suresnes, in Francia, nel memorial day del 3 maggio 2019. Siamo già in piena crisi di influenza spagnola... (Herbert S. Fitzgerald Collection (COLL/2292), Marine Corps Archives & Special Collections)

Come capitò già al Presidente americano durante la fine della Prima Guerra Mondiale, anche Trump per troppo tempo non ha distolto la propria attenzione dalla guerra (economica) con la Cina. Ma poi quando i presidenti si ammalano a tal punto dal non potere esercitare normalmente le proprie funzioni di potere, ecco che ripartono le "fake news" e il futuro può prendere nuovamente una tragica strada

Dopo aver più volte sminuito i rischi connessi con la pandemia (e preferito salvaguardare l’economia, piuttosto che la vita di centinaia di migliaia di cittadini americani), anche il presidente degli USA Donald Trump è stato colpito dal COVID-19. Una dimostrazione che le misure di prevenzione prese non erano corrette. Ma soprattutto una situazione che lascia perplessi sul prosieguo dell’iter per le elezioni presidenziali che dovrebbero tenersi (forse) tra poche settimane.

Quanto sta accadendo a Trump ha fatto tornare alla memoria un altro presidente USA, anche lui colpito da un virus influenzale. Nel 1918, appena usciti dalla Prima Guerra Mondiale, il presidente Woodrow Wilson si trovò ad affrontare l’epidemia di “influenza spagnola” (forse anche per questo le sue conseguenze furono così gravi: la popolazione era duramente colpita dal lungo periodo di guerra e privazioni). Come Trump, anche Wilson venne criticato per il modo di gestire la pandemia: all’inizio aveva cercato di minimizzare i rischi. Lo storico Tevi Troy definì Wilson il peggior presidente degli Stati Uniti in termini di gestione di un disastro: “La risposta federale all’epidemia di influenza nel 1918 fu negligente. Centinaia di migliaia di americani morirono senza che il presidente Wilson dicesse nulla o coinvolgesse soggetti non militari per aiutare la popolazione civile”. Shall We Wake the President: Two Centuries of Disaster Management from the Oval Office.

A leggere queste parole sembra quasi di sentir parlare Trump quando diceva che non c’era pericolo per l’America o che il COVID 19 poteva essere curato con la candeggina (argomento tanto ridicolo che lo stesso Biden non ha potuto non citarlo durante il primo, e finora unico, confronto in vista delle presidenziali).

Nel 1919, anche Wilson si ammalò di influenza (spagnola). E anche allora avvenne in un momento delicato: i sintomi si manifestarono durante la conferenza di Versailles. Ad aprile 1919, erano iniziati i lavori della Conferenza di pace di Parigi che vide i leader mondiali riuniti per decidere sul futuro del mondo. Forse anche per questo motivo, ai primi sintomi di influenza, alcuni (tra cui il medico personale di Wilson, Cary T. Grayson) pensarono che potesse trattarsi di avvelenamento.

Wilson a Versailles, durante la conferenza per i trattati di pace alla fine della Prima Guerra Mondiale

“Francamente, non credo che Wilson abbia prestato molta attenzione all’influenza”, ha dichiarato John M. Cooper, professore emerito presso l’Università del Wisconsin-Madison, tra i maggiori studiosi di Wilson. “Il presidente Woodrow Wilson era stato straordinariamente chiuso sull’epidemia sin dall’inizio”, ha scritto Sandra Opdycke in The Flu Epidemic of 1918: America’s Experience in the Global Health Crisis. E ancora. “Wilson non aveva rilasciato dichiarazioni pubbliche sull’influenza”, scrive John M. Barry in The Great Influenza, Wilson “non avrebbe spostato la sua attenzione” dalla guerra “nemmeno per un istante”.

Quanto sta avvenendo negli USA ricorda tanto quanto è avvenuto quasi un secolo fa. Anche Trump non ha mai distolto la propria attenzione dalla guerra (economica) con la Cina, “nemmeno per un istante”. Al punto da accusarla di essere responsabile della pandemia.

Trump durante un recente comizio in Nevada

In realtà, sono stati molti i presidenti americani con gravi problemi di salute. Almeno una decina.  Da Andrew Jackson (presidente dal 1829 al 1837 che soffriva di mal di testa cronici, problemi di vista, ma anche di problemi respiratori e di infezioni forse legate alle ferite da arma da fuoco subite) a Grover Cleveland (presidente dal 1893, obeso, soffriva di gotta e di infiammazione dei reni, gli venne diagnosticato un tumore alla bocca e subì un intervento per rimuovere parte della mascella e del palato). Da Roosvelt (poliomielitico e anoressico, gli venne diagnosticata una emorragia cerebrale che lo condusse alla morte) ad Eisenhower (infartuato poco prima delle elezioni del 1956, gli fu diagnosticata la malattia di Crohn e venne operato, ma si riprese; per essere poi colpito da ictus un anno dopo).

Lo stesso Wilson venne colpito da ictus e diverse volte (uno colpì la mano destra, lasciandolo incapace di scrivere per un anno, un altro lo rese cieco all’occhio sinistro e paralizzò il suo lato sinistro costringendolo su una sedia a rotelle).

Per far fronte a questi casi, negli USA, si dovrebbe fare ricorso al 25esimo emendamento che prevede il trasferimento temporaneo dei poteri al vicepresidente ogni qual volta il presidente manifesti incapacità dovuta a condizioni di salute precarie.

Forse è anche per questo motivo che molti dei presidenti americani hanno fatto di tutto (e di più) per far credere di godere di buona salute. Anche quando così non era. John F. Kennedy, spesso presentato come emblema di giovinezza e vitalità, in realtà soffriva di dolori lancinanti. Il suo stato di salute era un segreto gelosamente custodito per non danneggiare la sua carriera politica. JFK soffriva di diverse allergie, di problemi di stomaco e mal di schiena cronico (che richiese numerosi interventi chirurgici). Da bambino aveva sofferto anche di problemi gastrointestinali (morbo di Addison). 

Il 25esimo emendamento è stato utilizzato poche volte e per brevissimi periodi (e mai in prossimità di elezioni presidenziali). Nel 1985, vi fece ricorso il presidente Reagan che per sottoporsi a colonscopia cedette brevemente il potere al vicepresidente George Bush. Anche George W. Bush lo fece e ben due volte: il potere passò al vicepresidente Dick Cheney durante le colonscopie (ma che coincidenza!) nel 2002 e 2007.

Nel 1919, in una lettera consegnata a mano al capo dello staff di Wilson a Washington, il suo medico scrisse: la notte in cui Wilson si è ammalato “è stata una delle peggiori che abbia mai visto. Sono stato in grado di controllare gli spasmi della tosse, ma le sue condizioni sembravano molto gravi”. Il mattino dopo, uscì un comunicato in cui si rassicurava tutti circa le condizioni di salute del presidente americano.

Trump come appare nel video dall’ospedale trasmesso via tweet

Ora scrivere non va più di moda, eppure anche Trump (o chi per lui) si  è precipitato a “twittare” per rassicurare tutti sulle proprie condizioni di salute.

Qualora si decidesse di ricorrere al 25esimo emendamento, la corsa per le presidenziali potrebbe essere stravolta. E per diversi motivi. Il primo è che il partito del presidente appare assolutamente impreparato ad una simile eventualità. La possibilità di presentare alle elezioni presidenziali un altro candidato, invece che Donald Trump, non è mai stata presa in seria considerazione (anzi ad Aprile venne dichiarata improponibile). Inoltre, ciò presupporrebbe aver già designato un vice del vice (cosa che non è mai stata fatta). Ma non basta. Il 25esimo emendamento prevede che, in caso di indisponibilità anche del vice presidente degli USA, i poteri passerebbero nelle mani della terza carica dello stato ovvero Speaker della Camera, Nancy Pelosi, da sempre dichiaratamente contraria alle politiche di Trump (chi non ricorda il modo plateale, sotto le telecamere, in cui strappò il discorso di Trump alla Camera definendolo “a manifesto of mistruth”?). 

Un secolo fa, nel 1919, l’amministrazione Wilson fece di tutto per mantenere segreta la malattia del presidente: il medico Grayson disse ai giornalisti che Wilson aveva solo un semplice raffreddore causato dal clima piovoso di Parigi e che sarebbe bastato un po’ di riposo.

Nei giorni scorsi, anche il medico del presidente Trump ha fatto del proprio meglio per rassicurare tutti affermando che “al momento” il presidente “sta bene” e continuerà a “svolgere i suoi doveri” presidenziali dalla quarantena.

A preoccupare l’entourage di Wilson non era tanto la sua malattia (“morto un presidente se ne fa un altro”?), quanto i colloqui di pace che avrebbero potuto essere interrotti proprio a causa delle alterazioni comportamentali che il presidente USA aveva manifestato: il colonnello Starling dei Servizi Segreti notò che Wilson “mancava della sua vecchia rapidità di comprensione e si stancava facilmente”. I colloqui, però, proseguirono, nonostante la malattia di Wilson. Ma non mancarono le polemiche a causa di alcune concessioni di Wilson fino a pochi giorni prima definite irricevibili. Molti storici si chiesero fino a che punto la malattia di Wilson avesse influenzato la storia mondiale. Come sarebbero andate le cose se a partecipare ai trattati di pace di Versailles fosse stato un presidente in salute. “Nessuno può sapere cosa sarebbe successo”, ha scritto lo storico Barry, “Si può solo sapere cosa è successo”.

É presto per sapere cosa accadrà con Trump. Se farà ricorso volontariamente al 25esimo emendamento o se continuerà a dichiararsi in buona salute: “Le terapie che sto assumendo e altre che arriveranno sono miracolose” ha dichiarato il Tycoon della Casa Bianca seduto a un tavolo con alcuni documenti davanti a se e dietro la bandiera americana e il vessillo presidenziale. Poco dopo, però è arrivato un aggiornamento del medico della Casa Bianca, Sean Conley, che ha detto: “Siamo cautamente ottimisti, ma il presidente non è ancora fuori pericolo”.

Sempre che il Congresso non decida di agire diversamente: la quarta sezione del 25esimo emendamento, mai invocata, ma spesso citata proprio dagli oppositori di Trump (specie dopo certe sue affermazioni), prevede che a dichiarare che il presidente “non è in grado di svolgere le funzioni ed i doveri del suo ufficio” potrebbe essere la maggioranza dei membri del governo. In questo caso, i poteri verrebbero trasferiti “d’ufficio” al vice presidente. Il presidente li riassumerebbe solo dopo aver comunicato ai leader del Congresso che “non esiste nessuna inabilità”. Il punto è che l’incapacità cui si riferisce l’emendamento non è solo fisica ma anche mentale, quindi i membri del governo potrebbero opporsi nuovamente con una nuova dichiarazione di incapacità. In questo caso sarebbe il Congresso a votare (con una maggioranza qualificata dei due terzi di Camera e Senato).

Uno dei momenti del dibattito tra Trump e Biden

Durante il primo dibattito presidenziale proprio Trump aveva attaccato il rivale Biden tirando fuori dal taschino la mascherina e dicendo che “ogni volta che lo vedi indossa una mascherina. Anche se parla a distanza usa le mascherine più grandi che abbia mai visto”. Oggi, la sua spavalderia mette in pericolo il futuro degli USA. Con il rischio che, per non fare ricorso al 25esimo emendamento, possano essere commessi errori ancora più gravi (degli oltre duecentomila morti già causati dal virus negli USA che forse sarebbe stato possibile salvare). Errori che potrebbero avere ripercussioni geopolitiche su tutto il pianeta.

Iscriviti alla nostra newsletter / Subscribe to our newsletter