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Le mie considerazioni all’intervento di Mario Vaudano su mio padre, Giulio Andreotti

Stefano Andreotti, figlio dell'ex capo del governo italiano e ora curatore, con la sorella Serena, de "I Diari Segreti", replica all'articolo dell'ex magistrato

di Stefano Andreotti

Giulio Andreotti con Tina Anselmi (da "Giulio Andreotti. Le foto di una vita" ll Fatto Quotidiano/Flickr)

"Stiamo riordinando le migliaia di carte e documenti lasciati da nostro padre... con l’intento di far conoscere attraverso documenti chi realmente sia stato nostro padre e come abbia realmente operato magari smentendo tanti luoghi comuni che come osserviamo da qualcuno vengono ancora riproposti"

Egregio Direttore de La Voce di New York,

In riferimento all’articolo “Quando chiedemmo lo stato di accusa per Giulio Andreotti e i comunisti lo salvarono” del dott. Vaudano, invio alcune considerazioni.

A parte l’attribuzione di conoscenza stretta o di amicizia con personaggi come Gelli, Calvi e Sindona (mio padre non ha mai negato di averli conosciuti, ma certo non in modo definibile stretto o addirittura di amicizia, negli anni nei quali gli stessi ricoprivano posizioni di assoluto prestigio nella società, ma ha potuto sempre dimostrare l’assoluta inesistenza di rapporti una volta che per alcuni di loro emersero responsabilità penali, come accertato da varie Commissioni e procedimenti giudiziari che lo hanno riguardato) viene ancora una volta data una lettura quanto meno parziale delle sentenze del processo per mafia di Palermo quando si sostiene che la “Cassazione afferma che ne fu complice almeno fino al 1980”.

Va innanzitutto sottolineato come in tutti e tre i gradi di giudizio per quanto accaduto dopo il 1980 si arrivò ad una sentenza di assoluzione che riconosceva, contrariamente all’inciso ‘almeno’ sopra riportato, una attività di particolare accanimento e contributo di lotta alla mafia, per i fatti precedenti i giudici di primo grado conclusero con un pronunciamento di assoluzione contrariamente a quelli di appello che giudicarono i fatti commessi, ancorché coperti di prescrizione. La sentenza di Cassazione testualmente riporta che “i giudici dei due gradi di merito sono pervenuti a soluzioni diverse”, ma che non rientra tra i compiti della Cassazione “operare una scelta tra le stesse”, e che la ricostruzione e la valutazione dei singoli episodi nella sentenza della Corte di Appello “è stata effettuata in base ad apprezzamenti ed interpretazioni che possono anche non essere condivise”, agli apprezzamenti e alle interpretazioni della Corte d’Appello “sono contrapponibili altre dotate di uguale forza logica”.

Con mia sorella Serena stiamo riordinando le migliaia di carte e documenti lasciati da nostro padre, “I Diari Segreti” ora pubblicati sono ad esempio il suo diario degli anni 1980, con l’intento di far conoscere attraverso documenti chi realmente sia stato nostro padre e come abbia realmente operato magari smentendo tanti luoghi comuni che come osserviamo da qualcuno vengono ancora riproposti.

Il Presidente del Consiglio italiano Giulio Andreotti con il Presidente degli Stati Uniti Ronald Reagan (da https://giulioandreotti.org/)

In questa ottica qui di seguito riportiamo i verbali della audizione davanti alla commissione Anselmi del 11 novembre 1982 nel corso della quale vengono trattati sia la nomina del generale Giudice che il Mi.Fo.Biali con una ricostruzione dei fatti certamente non collimante in diversi punti con quella del dott. Vaudano.

Sulla nomina del generale Giudice a comandante della Guardia di Finanza.

La nomina del generale Giudice è avvenuta attraverso una procedura assolutamente ordinaria ed è molto spiacevole che il magistrato di Torino, nonostante abbia, perché da me fornita, la copia della rosa presentata dal Capo di Stato Maggiore della Difesa, abbia poi scritto: ‘ in difformità del parere dei militari’.

Quando si tratta di nominare il comandante della Guardia di Finanza, secondo la prassi il Capo di Stato Maggiore della Difesa interpella il Capo di Stato Maggiore dell’Esercito chiedendo alcuni nomi, normalmente tre, ma ho visto che a volte sono stati anche quattro, di generali di Corpo d’armata ritenuti adatti per questo compito. Non per scaricare responsabilità su altri, ma perché si tratta di una constatazione assolutamente obiettiva, aggiungo che, mentre per quanto riguarda il Comandante dei Carabinieri, che è un po’ a mezzadria, diciamo così, con il Ministero della Difesa, il ministro della Difesa porta un’attenzione più accentuata, per quello che riguarda il comandante della Guardia di Finanza la valutazione è fatta dal Ministero delle Finanze.

L’ammiraglio Henke mi ha dato, la dette anche al giudice di Torino e al presidente della Camera e se ne desiderate una fotocopia posso inviarla, una terna nella quale erano indicati tre generali, non so se per un caso, in ordine alfabetico. Si notava, però, in questa terna, che il primo, il generale Bonzani, sarebbe rimasto in servizio soltanto due anni, il che per un comandante della Finanza, salvo alcune eccezioni in momenti particolari, si ritiene non molto utile; infatti un generale di Corpo d’armata sa tutto della scuola di guerra ma non sempre sa distinguere all’inizio una imposta da una tassa, e, quindi, deve poter restare un po’ di tempo. Se andiamo a vedere il numero di anni per il quale i nominati , nel dopoguerra, sono rimasti a capo della Guardia di Finanza, si tratta di una ricerca che ho fatto per mia curiosità, si vede che spesso si è trattato di cinque o sei anni; in questo modo, infatti, si ritiene che prendano una esperienza che all’inizio certamente non hanno, non perché il comandante della Guardia di Finanza debba fare i concordati o interessarsi delle verifiche ma perché capisca le cose di cui si deve occupare il Corpo a lui affidato.

Io trasmisi, dopo averne informato il ministro Tanassi, questa terna scritta dall’ammiraglio Henke appunto al ministro delle Finanze; il ministro delle Finanze fece la proposta per il generale Giudice al Consiglio dei Ministri e questa proposta passò senza alcuna obiezione, nel senso che si riteneva avesse tutti i titoli. Del resto anche successivamente, quando è intervenuta una polemica, il generale Viglione, che era il Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, e l’ammiraglio Henke hanno riconosciuto che tutti e tre i generali nella terna avevano i titoli adeguati. Devo ripetere che sono stato meravigliato dal fatto che questo giudice di Torino, forse perché essendo il processo molto importante ha molto da fare e non può leggere tutte le carte, abbia detto ‘contro l’opinione’ dei militari. Non era affatto contro la loro opinione, visto che c’era una proposta scritta dei militari di una terna, oltre tutto in ordine alfabetico, tant’è vero che scherzosamente, ed è il modo migliore, io dissi: ‘Chiamandomi con la lettera A dovrei essere contento perché ogni volta che c’è una classifica potrei trovarmi in un posto di privilegio!’. Certamente bisogna guardare le cose in sé, ma questa valutazione del generale Giudice vi è stata, ed è confermato da tutti gli atti, una valutazione positiva.

D’altra parte, in quel momento, non vi era nessuna controindicazione. Che poi dopo, a torto o ragione, vi siano state delle controindicazioni, non è che il ministro ha la sfera della zingara per vedere quello che accadrà in seguito. Ora, io posso dire che nessuno mi ha fatto delle pressioni per il generale Giudice ed anche qui incorre in un equivoco il giudice di Torino. Non voglio polemizzare con il giudice di Torino, anche se ne avrei mille motivi, ma dico che non è vero che avrei suggerito con preferenza il nome del generale Tomaino; io non ho detto mai questo, ho detto che l’unico dei tre che conoscevo era Tomaino, ma a maggior ragione, conoscendone solo uno su tre, mi guardano bene dall’esprimere un giudizio comparativo che non ero in grado, e non avrei avuto alcun modo, di dare. Ora, questa nomina è stata fatta del tutto, dal punto di vista della procedura, con la prassi ordinaria.

Mi si chiede se vi sono state delle pressioni, direi, a monte. Beh, io questo non lo so, però, ritengo che persone che davano una loro valutazione motivata l’abbiano data con una certa obiettività. Non ho nessuna ragione per ritenere che il generale Viglione e l’ammiraglio Henke avessero compreso nella rosa il generale Giudice o uno degli altri tre per pressioni altrui o non convinti che avesse i titoli per fare questo; a me non risulta assolutamente niente al riguardo.

Su Mi.Fo.Bilai

Premetto che non conosco il signor Foligni ….. Quando stavo per andare via dal Ministero della Difesa nel 1974, perché c’era molta gente interessata perché io cambiassi aria, ebbi un giorno nel Mattinale, che il Servizio invia al ministro con la rassegna della stampa estera per quello che riguarda problemi militari o qualche problema politico interessante le cose militari, e appunti informativi, credo alcuni di quelli che vengono dai vari informatori del Servizio, un appunto in cui era detto che un signore, dopo ho ricollegato: Foligni, cercava di creare un movimento politico, anzi un partito, ed avendo molti rapporti con alcune ambasciate, non ricordo se era o no indicata l’ambasciata di Libia, cercava di prendere contatti con persone all’interno delle Forze armate. Allora, quando venne l’ammiraglio Casardi, due o tre volte la settimana veniva a parlarmi come capo del Servizio, tirai fuori questo appunto e dissi che mi pareva giusto che fosse approfondita la vicenda .E l’ammiraglio Casardi dispose, per quel che io poi ho saputo, che i Servizi prendessero le dovute informazioni.

Posso dire, poi ritorno nel merito, che, morto assassinato il Pecorelli, dopo un certo numero di mesi, quando venne fuori che nel suo archivio vi era questo voluminoso incarto di cui ora stiamo parlando, domandai all’ammiraglio Casardi come mai degli elementi che pure dovevano poi essere riscontrati non erano stati portati a conoscenza del ministro o almeno dei superiori militari.

L’ammiraglio mi spiegò il motivo (che egli stesso mi precisò avrebbe riferito al magistrato, ma essendo l’ammiraglio Casardi deceduto… le citazioni dei morti sono sempre discutibili). In particolare per quanto riguardava il caso più spiacevole nei confronti del comandante della Guardia di Finanza (Raffaele Giudice ndr), io domandai come mai non avessero detto niente a nessuno di questa persona, che era stata da loro seguita con tanta cura, scendendo addirittura agli affini e congiunti. L’ammiraglio Casardi mi diede una spiegazione, la prima, che non mi convinse nemmeno un poco. Infatti glielo dissi subito: cioè che l’esportazione di valuta, prima del 1976, era un illecito amministrativo e non un reato, e io dissi che questo poteva valere per il direttore generale delle biblioteche ma non per il comandante della Guardia di Finanza. 

E poi mi disse, e questa cosa l’ha ripetuta al magistrato, perciò la riferisco, che essi erano molto impressionati dal fatto che, in quel periodo, non so se un questore o un commissario capo era stato incriminato per aver fatto delle intercettazioni telefoniche abusive, e quindi avevano questa preoccupazione. Io dissi, per esattezza, all’ammiraglio Casardi che nemmeno questa spiegazione mi convinceva, poiché poteva valere, nel caso, per una denuncia penale, ma non per dirlo a qualcuno. Io adesso non voglio entrare nel merito dei fatti, se siano veri o non veri. Anzi mi auguro, come tutti i cittadini, che il generale Giudice possa dimostrare che non sono veri, sarei lietissimo se così fosse. Però quando nel 1976, assunta la Presidenza del Consiglio, adottando il provvedimento che rendeva reato l’esportazione di valuta dissi alla televisione che avevo  dato  incarico al comandante della Guardia di Finanza di essere particolarmente severo, Casardi o qualcun altro avrebbero potuto, se non prima, almeno allora, dirmi che forse era meglio dare l’incarico a qualche altro per evitare confusioni

E questo è tutto un aspetto che, certamente, almeno a me rimane abbastanza incomprensibile perché avevo fatto un’indagine…. sulla quale (anche in questo caso mi riferisco a cose dettemi dall’ammiraglio Casardi, che io so avere poi egli detto ai magistrati) Casardi stesso ha dato due interpretazioni completamente diverse. Una prima, abbastanza amena, consistente nel fatto di dire ‘Approfondite’ forse per il timore che la DC aveva di questo movimento che stava creandosi (e infatti un giudice piuttosto minuzioso ha cercato anche di vedere se vi fossero interessi privati in atti d’ufficio, cosa che, sotto questo aspetto, mi sembra ricada più che nel campo penale nell’area del ridicolo). Ma ciò che mi sembrava doversi approfondire era proprio il perché avevano dovuto fare un’indagine così approfondita, e l’ammiraglio Casardi mi disse di aver detto pure questo, invece poi, a distanza mi pare di quattro o cinque giorni, disse che il fatto aveva come punto di partenza un interesse pubblico, a mio avviso, giusto interesse pubblico. Pertanto cadeva il fatto di parlare di estraneità ai compiti di istituto e di interesse solo della Democrazia Cristiana (non capisco poi perché solo della Dc, comunque, pare che sia di moda dire che è sempre la Democrazia Cristiana ad avere interesse).

Ma allora, e ritorno al momento iniziale, l’ammiraglio Casardi a proposito di questo appunto disse che non ricordava – ‘Non posso escluderlo’ disse quando il giudice Vaudano lo sentì in mia presenza; disse: ‘ Non posso escluderlo, ma non mi ricordo che ci fosse stato un appunto dei Servizi – e può darsi che non lo ricordasse, perché gli appunti dei Servizi sono molti… Per esempio, ricordo che i Curdi, secondo loro, erano sempre in rivolta; poi si diceva due volte al mese che ancora questa rivolta dei Curdi non era venuta ma fosse imminente; quindi le raccolte informative sono sempre un po’ discutibili, date anche le fonti, e devono essere criticamente analizzate. Ma credo che se io, dinanzi all’affermazione che vi era un personaggio, chiunque fosse, che si muoveva su ambasciate e su elementi delle forze armate per creare un partito politico, avessi detto al servizio informativo di non fare indagini, allora veramente avrei avuto una responsabilità che forse gli altri mi avrebbero fatto constatare, ma che io avrei sentita anche come una mia responsabilità di coscienza. Perciò, tutta l’indagine nacque da una doverosa esigenza di approfondimento. Io andai via poche settimane dopo, ed anche qui vi furono successivamente delle confusioni in alcune dichiarazioni di stampa rese da alcuni responsabili dei Servizi, dichiarazioni cui io replicai immediatamente. Tuttavia, l’unica informazione che io ebbi fu verso l’aprile: il generale Maletti venne a trovarmi quando ero ministro del Bilancio e per i problemi del Mezzogiorno e mi disse: ‘Lei si ricorda che fu attivata un’indagine nei confronti di un certo partito popolare, o qualcosa di simile? Guardi che una cosa del tutto irrilevante’. Io risposi che ne ero convinto da prima. Nè in quell’occasione, né prima, né lui, né Casardi , né altri, parlarono mai del generale Giudice. Questo è un punto fermo che deve essere detto con molta precisione…. So che invece l’ammiraglio Casardi riteneva che già nell’appunto iniziale si parlasse del generale Giudice: si tratta di un’assoluta balla o inesattezza. Certo, capisco che i Servizi erano preoccupati della facile critica per non aver dato seguito a tutta una serie di dati che avevano raccolto, ma questi sono affari loro, certamente non sono affari miei. L’unica notizia che io seppi fu quella di Maletti; e poi ho risaputo invece di tali indagini quando, ripeto, venne fuori, attraverso le carte dell’archivio Pecorelli, l’esistenza di questo documento Mi.Fo.Biali.

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