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Le parole sono importanti, soprattutto sull’India

La novità di Emma Bonino alla Farnesina

A volte bastano poche parole per indicare un mutamento di linea, una sensibilità diversa, fatta di rispetto e comprensione de “l’altro”.

“Vorrei ricordare che l’India è una grande democrazia, uno Stato di diritto”. È stato questo l’esordio di Emma Bonino, ministro degli esteri del neonato governo Letta, che a poche ore dal suo giuramento, trovava già, sulla scrivania il delicato caso dei due marò italiani, Salvatore Girone e Massimiliano Latorre reclusi nelle carceri indiane con l’accusa di aver provocato la morte di due pescatori, Jelestine Valentine e Ajesh Binki.

Confrontiamo ora le parole della Bonino con quelle pronunciate, a vario titolo, da due persone coinvolte nella gestione un pò spericolata del caso maro. A poche ore dall’annuncio dato dall’allora governo Monti sulla decisione di non far rientrare in India Salvatore e Massimiliano, Andrea Margelletti, consigliere strategico del Ministero della Difesa, analista spesso presente nei salotti televisivi ed impegnato intesamente nella vertenza marò, postava sulla sua pagina facebook – in data 11 marzo – un sobrio invito agli organi inquirenti e alla Magistratura indiana: “Andate a cagare”.

È chiaro a tutti che l’ineffiecienza del nostro sistema giudiziario (processi pendenti, ritardi delle sentenze, migliaiai detenuti in attesa di giudizio, sovraffollamento delle carceri, etc.) dovrebbe indurci ad esprimere valutazioni un po’ più articolate sul grado di affidabilità e legalità di altri sistemi.

Qualche settimana dopo, l’ex ministro degli esteri Giulio Terzi nel riferire sulla vicenda marò e presentando la sua visione dei fatti faceva un semplice riferimento ai “poveri e indigenti pescatori indiani” rimasti uccisi. Il “tecnico” Terzi, veterano delle nostre feluche, non ebbe neppure la decenza di ricordare nomi e cognomi delle vittime, offendendo così la dignità delle loro famiglie e quella di un Paese intero.

Ecco, aldilà di quello che la storia, l’esperienza e la bravura di Emma Bonino saprà dare alla nostra diplomazia, le sue parole sul riconoscimento dell’India come una grande democrazia ed un grande Paese dove giudici e magistrati applicano le leggi in un quadro di certezza del diritto danno una certa idea di come una media potenza del mondo occidentale avrebbe dovuto forse affrontare una vertenza come quella dei marò. Confrontandosi cioè, con maggiore prudenza e senso di realtà, con un Paese comunque democratico che ha molto più peso della nostra povera Italia sulla scena internazionale e che, a prescindere dalle circostanze da chiarire legate alla morte dei pescatori, si è sentito profondamente oltraggiato dal mancato rispetto di un accordo scritto sul rientro a Nuova Dehli di Girone e Latorre (Pacta sunt servanda). Pur nel suo complesso sistema di caste, l’India è una democrazia emergente che, in base alla sua forza economica, demografica e politica, aspira a vedersi riconosciuto un seggio permamente nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Assieme al Brasile, alla Cina, alla Russia fa parte del gruppo di potenze che vuole ridisegnare il sistema di governance mondiale. Una potenza che scalpita dunque. E che chiede riconoscimento del suo status. Avere parlato all’India come ha fatto Emma Bonino è già un ottimo punto di partenza per ricondurre la crisi tra Roma e Nuova Dehli su un binario diplomatico credibile ed efficace. Con poche e precise parole, un politico (!), il nuovo ministro degli esteri (sarebbe stata un’ottima presidente della Repubblica) sembra aver già fatto dimenticare le pressapochezze, le superficialità e la smania di protagonismo dei tecnici che l’anno preceduta.

P.S Chi scrive è convinto che Emma Bonino non saprà solo parlare, meglio di altri, alla leader indiana Sonia Gandhi, di origine piemontese come il nuovo ministro degli esteri. Se il governo Letta durerà, a dispetto della fragilità dell’intesa PD-PDL e delle imminenti scadenze giudiziarie di Silvio Berlusconi, la Bonino avrà tempo per mettere la promozione delle libertà politiche e dei diritti umani al centro della nostra politica estera; allungare una mano in segno d’aiuto alle donne oppresse in Africa e nel mondo arabo. Spingere l’Europa a farsi politica e federale, legittimandone su basi democratiche il suo rilancio. E chissà, ci aspettiamo anche che mentre la stampa e il mondo occidentale già si preparano a costruire la giustificazione di un possibile intervento militare in Siria – dove l’uso di armi chimiche appare ormai certo – il nostro ministro degli esteri comincerà a battersi per l’unica soluzione pacifica ai massacri oggi in corso, ovvero l’esilio del Presidente Assad.

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