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Quella libertà di stampa diversa a ogni latitudine

di Mario Calabresi - La Stampa
Una rappresentazione del rapporto fra guerra e media di Hassan Karimzadeh, vignettista di diversi giornali iraniani. Nel 1992 l'autore fu imprigionato per aver fatto una caricatura di Khomeini

Una rappresentazione del rapporto fra guerra e media di Hassan Karimzadeh, vignettista di diversi giornali iraniani. Nel 1992 l'autore fu imprigionato per aver fatto una caricatura di Khomeini

Oggi la giornata mondiale. Fare il giornalista in molti Paesi è sempre più un lavoro a rischio

Oggi, 3 maggio, è la giornata mondiale dedicata alla libertà e alla sicurezza dei giornalisti. La si celebra da dieci anni e alcuni mesi fa avevamo deciso che valeva la pena farlo con un numero speciale, dedicato a tutti quei giornalisti che ogni giorno rischiano la loro vita per raccontare e testimoniare.

Oggi per noi, che dall’8 aprile non abbiamo notizie del nostro inviato Domenico Quirico entrato in Siria per una serie di reportage nell’area di Homs, questa scelta è ancora più significativa e urgente. In ogni angolo del mondo ci sono giornalisti minacciati, picchiati, trascinati in tribunale per spingerli a smettere di «disturbare», rapiti, uccisi. Ci sono Paesi in cui il «pericolo» viene associato soltanto all’andare a raccontare le guerre all’estero e Paesi in cui ci vuole coraggio a descrivere ciò che accade sotto casa.

Ci sono Paesi in cui le due cose convivono. Se chiedi a un giornalista tedesco o inglese che cosa sia pericoloso, ti risponderà: andare in Iraq, in Pakistan o in Mali. Se rivolgi la stessa domanda a un russo o a un messicano, il primo ti risponderà che rischia la vita chi non si muove di casa ma ficca troppo il naso nelle manovre del potere e nei suoi affari, il secondo che raccontare il narcotraffico e le guerre della droga è il mestiere più pericoloso del mondo. Ci sono posti in cui, il più simbolico è la Somalia, basta avere l’idea di aprire un giornale e di provare a fare cronaca quotidiana per rischiare di non vedere il tramonto.

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