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Il vinile, Pudong, e la rabbia occidentale

Shanghai: 1990-2010

Shanghai: 1990-2010

La "Manhattan cinese" ci mostra il nostro declino e l'inesorabile "shift of power," con gli Stati Uniti che non hanno più la forza di fare “anything, anywhere, anytime

 

Il mondo sta cambiando talmente in fretta che neanche la nostalgia sarà più la stessa. Si può (ancora) provare nostalgia per il vinile. Forse ancora per le videocassette o i CD o i floppy disk, che hanno accompagnato la transizione dell’adolescenza di almeno una generazione. Ma l’mp3 sarà esistito abbastanza a lungo? E la 4G?

Questa rubrica intende occuparsi di geopolitica, non di tecnologia. E il paragone tra le spettacolari accelerazioni nei due campi regge solo fino a un certo punto. Ma le trasformazioni in corso nelle relazioni internazionali sono meno spettacolari soltanto perché meno appariscenti e meno conosciute. Di certo, sono più profonde e lasceranno segni più duraturi.

Se le si guarda dappresso, però, talune possono anche mostrarsi altrettanto spettacolari. Prendiamo Pudong, un’area grande una volta e mezzo i cinque boroughs di New York, prospicente la città “vecchia” di Shanghai. Nel 1990, era ancora una distesa brulla, punteggiata da capanne di risicultori e carcasse arrugginite di cantieri navali ormai fuori mercato. Oggi conta quasi sei milioni di abitanti, vi batte il cuore finanziario e commerciale della Cina, con più di settemila società ospitate nei grattacieli della “Manhattan cinese” (la Shanghai Tower, una volta completata nel 2014, sarà la seconda più alta torre del mondo, circa 80 metri più dell’One WTC). Per andare al suo aeroporto inaugurato nel 2002, potete scegliere tra la linea 2 della metropolitana (1995) e il Transrapid (2004), primo treno a levitazione magnetica commerciale del mondo, che in sette minuti vi porterà dal centro finanziario al vostro terminal.

L’esempio vuol essere significativo: infatti, uno studente di Shanghai che venga a studiare in un’università, mettiamo, di New York o di Parigi, una volta messo il naso fuori dall’aeroporto e arrivato alla stazione di Howard Beach o a quella dell’RER, non potrà non avvertire la sensazione, almeno di primo acchito, di essere sbarcato in pieno terzo mondo.

Sappiamo che non è così. Ma l’impatto psicologico è importante, e ha inevitabili ripercussioni politiche. Chi è cresciuto nel mondo “avanzato”, avverte oggi il declino in modo semplice e diretto: vivendo mediamente peggio della generazione precedente. Chi vive nel mondo “emergente” – il cosiddetto “terzo mondo” di un tempo – sta incomparabilmente meglio della generazione precedente, e nutre grandi ambizioni per il futuro.

Questo scambio di ruoli è il riflesso dello slittamento nei rapporti di forza tra le varie parti del mondo, che gli specialisti chiamano shift of power, e che è la chiave di lettura delle relazioni internazionali oggi.

Le ripercussioni dello shift of power si avvertono sia a livello macropolitico che a livello micropolitico. Il primo (macro) è evidente: gli Stati Uniti non hanno più la forza di fare anything, anywhere, anytime, come solo dieci o vent’anni fa; e una folla di attori vecchi e nuovi (cinesi, certo, ma anche giapponesi, indiani, coreani, indonesiani, brasiliani, e anche europei) si accalca per approfittarne. Tutti dovranno fare i conti con questa nuova realtà, nessuno escluso. Se perfino la Corea del Nord entra in oscillazione, questo vuol dire che nessuna scappatoia isolazionista o protezionista è più praticabile. La nostalgia, appunto, non è più quella di un tempo.

A livello micropolitico, le conseguenze toccano la vita di ciascuno di noi. Quella dello studente cinese cresciuto al ritmo delle nuove megalopoli del suo paese, come quelle dei cittadini del mondo una volta “avanzato”, destinati a ricordarsi dell’opulenza che fu come del loro primo vinile. Fino a un paio di decenni fa, il mondo “avanzato” viveva ancora, in larga misura, sulle spalle degli altri. Oggi, gli altri, vogliono la loro parte; e anche se la ricchezza globale è enormemente cresciuta rispetto a un paio di decenni fa, è inevitabile che, dalla divisione, la quota spettante agli ex “avanzati” sia minore di quella di un tempo.

Qualche mese fa, il Wall Street Journal ipotizzava che la crescita media annua degli Stati Uniti per il prossimo decennio potrebbe essere più vicina al 2% che al 3% medio del periodo precedente la crisi. Anche se la trasposizione non è così meccanica, si può dire, alla grossa, che a una riduzione di un terzo del ritmo di sviluppo corrisponde una riduzione di un terzo del livello medio di vita. Tra parentesi, lo stesso articolo avanzava l’ipotesi di una crescita europea, nei prossimi anni, compresa tra l’1 e l’1,5%. E questo, mentre nel resto del mondo – il famoso “terzo” mondo della geopolitica di vinile – i livelli di vita crescono quasi ovunque.

In un celebre articolo del 1990, Bernard Lewis spiegava le “radici della rabbia musulmana” tra l’altro con “il sentimento di umiliazione, la crescente consapevolezza, tra gli eredi di una civiltà antica, orgogliosa e a lungo dominante di essere stati superati, schiacciati e travolti da coloro che essi guardavano come loro inferiori”. Il rischio geopolitico maggiore, oggi, prima ancora del nucleare iraniano o della (percepita) aggressività cinese, è che ci scoppi tra le mani la “rabbia occidentale”.

 

 

 

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