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Quel che possiamo imparare dall’Africa

La presidente della Commissione dell'Unione Africana, la sud africana Nkosazana Dlamini-Zuma

La presidente della Commissione dell'Unione Africana, la sud africana Nkosazana Dlamini-Zuma

Nei giorni del cinquantanario dell’Unione Africana: se qualche lezione ci arriva dal Sud...

 

Le istituzioni politiche africane possono sembrarci davvero lontane. Eppure sono in grado di darci, tra paradosso e realtà, qualche chiave di lettura suggestiva e alternativa della crisi italiana. Di offrire una giusta dimensione ed un senso più appropriato a concetti e formule che usiamo e manipoliamo con troppa facilità. Un primo esempio: In Italia si parla e si discute del governo delle larghe intese. In Kenya e Zimbabwe lo hanno chiamato power sharing agreement. Inteso sostanzialmente come accordo di condivisione del potere politico ed economico. Una misura d’emergenza nazionale e straordinaria alfine di interrompere ondate massicce di violenza etnica e politica.

Da noi, l’emergenza è diventata invece normalità. Normale è l’intesa politica tra partiti antagonisti. E normale ci appare l’austerità di politiche economiche imposte da Bruxelles. Miopi e sorde alla disperazione sociale che cresce in Europa. In Italia, lo scorso aprile, il presidente Giorgio Napolitano, nominò unaCommissione di saggi. Per facilitare la formazione di un nuovo esecutivo e l’avvio di riforme politiche e costituzionali. Nel sud del mondo, sono invece le organizzazioni regionali e continentali come l’Unione Africana ad aver creato commissioni di saggi, panel of the wise o committee of elders. Anziani rottamati direbbe Matteo Renzi. Ma in linea con la storia di autorità tradizionali, saggi, quasi sempre uomini, rispettati come giudici e garanti nella soluzione di liti e controversie dell’Africa rurale. Eppure, mentre l’Unione Africana ha nominato “saggi” donne di importanti Paesi – Elisabette Poignon del Benin o Mary Chinery-Hesse del Ghana –  è stato il nostro presidente Napolitano a non includere neppure una donna in quella strampalata commissione. Come  se di donne sagge e capaci l’ Italia ne fosse sprovvista. Ma andiamo avanti.

Lo sapevate che in Nigeria, il sistema dei goodfathers è diventato una tradizione politica scandita da riti, procedure e simboli che molto ricordano la Chicago degli anni 20 e 30? In Nigeria, i goodfathers, grazie al boom delle risorse petrolifere e dei media, sono diventati un influente gruppo di uomini d’affari o notabili, molto borderline, addirittura criminali o tendenzialmente crimongeni. Hanno il potere di determinare chi partecipa alle elezioni. O chi viene eletto. Guru dietro le quinte. Ricorda qualcosa? Proseguiamo ancora. L’esecutivo guidato da Enrico Letta è stato spesso indicato, in questi giorni, come governo di conciliazione nazionale. Conciliare cosa? In paesi come la Liberia e Guinea si tratta di ri-conciliare, semmai. Cittadini che hanno subito torti ed addirittura violenze, spesso atroci. Materiali e negli affetti. Con coloro che quelle violenze le hanno perpetrate. In Italia “ci si concilia” semmai. Si smorzano le rispettive posizioni politiche. In un sistema che trasforma l’arte del compromesso in una pratica consolidata di accordo al ribasso. Reconciliation, dicevamo.

Qualcosa a nostro avviso di illuminante potrebbe esserci suggerito dall’esperienza sudafricana. Parte della riconcilazione e del superamento dell’apertheid fu l’healing. Che su wikipedia ci viene descritto come “il recupero o la ripresa fisica ed emotiva delle funzioni vitali”. In altre parole, una società e un sistema politico che tornano a funzionare guarendo le proprie ferite. Incoraggiando e accettando confessioni sincere e dolorose di mali compiuti. Perdonandoli. Certo, le repressioni e le violenze che hanno sconvolto l’Africa han poco a che vedere con i nostri problemi di oggi. Ma quanto sarebbe bello, diciamocelo francamente, vedere Silvio Berlusconi, davanti ad una commissione di riconciliazione, ammettere quel che deve. Probabilmente molto, moltissimo. Poi, una bella amnistia. In cambio dell’esilio volontario o dell’abbandono della vita politica. Ve lo immaginate? Un paese intero sarebbe davvero capace di ripartire.

A conclusione della nostra rassegna, quello che proprio ci ispira dell’Africa recente è un concetto recentemente molto usato “laggiù”. E di cui potremmo far tesoro per le discussioni di queste settimane. La chiamano inclusiveness. Inclusività, intesa come antidoto alla creazione di malesseri altrimenti destinati a scoppiare. Inclusività come apertura a tutte le voci tra loro diverse. Come attenzione alle voci di “minoranze disobbedienti” e inascoltate. Di protesta o d’emarginazione. Un metodo di governo per evitare la dittature delle maggioranze, siano esse relative o assolute. Bene, in proposito, Camera a Sud si sente di dover raffreddare due entusiasmi. Il primo è quello di chi, dopo 20 anni, pensa all’ineliggibilità di Berlusconi. E dunque a negare di fatto, ad oltre 8 milioni di persone, la rappresentanza politica. Una massa di cittadini ostinatamente convinti della grandezza del loro leader. Il secondo, quello di chi pensa ad una legge sulla democrazia nei partiti pensata per penalizzare il movimento cinquestelle. Per archiviare i goodfathers italiani, Camera a Sud preferirebbe piuttosto leggi capaci di neutralizzare l’ossessione tutta italiana di partiti personalistici, gestiti e diretti da miliardari. Basterebbero piccoli accorgimenti per evitare pagliacciate come  le primarie indette e disdette del PdL. O per impedire che qualcuno ci spacci dei sondaggi adolescenziali da social network – le parlamentarie prima, le quirinarie poi – come dei grandi esercizi di democrazia. 

 

 

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