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Non c’è la primavera a Piazza Taskim

Le manifestazioni di Istanbul non possono essere equiparate a quelle che hanno fatto cadere i regimi dittatoriali arabi. I nemici del governo di Erdogan sono di diversa natura e sono sia interni che esterni alla Turchia

Si è creato uno strano unanimismo attorno agli avvenimenti di Turchia. A quanto vediamo e sentiamo, saremmo di fronte a una riedizione delle “primavere arabe”, cui il governo risponde con brutalità e minacce. L’aspettativa dello spettatore medio è di una soluzione “tunisina” alla meglio, o “iraniana” alla peggio.

Si tratta di una lettura superficiale, che merita una rapida chiosa geopolitica.

Innanzitutto, il parallelo con le “rivoluzioni arabe” è fuori luogo. Là si trattava di regimi tirannici, con forti tassi di disoccupazione intellettuale, e una nuova borghesia emergente priva di rappresentanza politica: nessuna di queste condizioni è presente in Turchia, che è, piaccia o no, una delle più riuscite success story di questo XXI secolo.

Nel periodo del governo di Recep Erdoğan, la sua economia è stata la più florida di tutta l’area comprendente Europa, Mediterraneo e Medio Oriente: è cresciuta a un ritmo quattro volte quello dell’Unione europea – di cui, se ne facesse parte, sarebbe oggi la sesta potenza. Non solo: sarebbe uno dei pochi paesi in regola con i parametri di Maastricht, con un debito pubblico meno della metà di quello tedesco e un terzo di quello italiano.

Mutatis mutandis, la Turchia è la Cina del Mediterraneo. Con un vantaggio enorme rispetto alla Cina: che la sua stabilità politica è garantita dal sondaggio elettorale. Recep Erdoğan, vittorioso nel 2003 col 46,7 dei voti, è stato trionfalmente rieletto nel 2011 col 49,8%.

L’ispirazione religiosa (e non nazionalista) del suo partito gli ha permesso di incassare due altri risultati capitali: il successo elettorale nelle zone curde del paese, che ha aperto la via alla soluzione di uno dei problemi più spinosi (l’altro è Cipro) ereditati dal kemalismo; e, soprattutto, un modello vincente da offrire all’insieme del mondo musulmano, dopo decenni di umiliazioni e di sconfitte.

La diplomazia turca può permettersi oggi di giocare su quattro fronti. Il fronte islamico, di cui s’è detto. Il fronte “ottomano”, su un territorio che fu di sua competenza per secoli, compreso tra il Maghreb e il Danubio, passando per Siria e Mesopotamia. Il fronte “panturco”, cioè la stretta consanguineità con i circa novanta milioni di turcofoni (azeri, uzbeki, kazaki, uiguri, etc.) sparsi lungo il percorso compiuto dai turchi tra il VII e l’XI secolo dal lago Bajkal al Mediterraneo. Il fronte atlantico, infine, per i solidi rapporti intrecciati con gli Stati Uniti dal secondo dopoguerra in poi.

Chi sono, allora, gli avversari del “modello Erdoğan”?

Sono di due tipi – interni e esterni – anche se le loro argomentazioni si intrecciano spesso fino a confondersi. All’interno, c’è una (ex) classe dirigente kemalista, composta di militari, politici e piccola borghesia protetta, che non si rassegna a cedere il passo. Cavalcando lo spirito del tempo, oggi questi nostalgici ricordano la laicità (a loro avviso) perduta, ma non i colpi di Stato, i tribunali d’eccezione, la tortura e la guerra anticurda. Per loro, la legge che limita la vendita di alcool sarebbe una prova dell’islamizzazione del paese; ma tra il 1920 e il 1933, un grande paese decise di bandire totalmente la vendita, la produzione e il trasporto di alcool: questo ne fece un paradiso per la mafia, non per i mullah.

All’esterno, ci sono i vicini dell’area medio-orientale, preoccupati dell’ascesa di questo gigante alle porte di casa. Non solo la Siria; ma anche tutti coloro – in primis Arabia saudita e Iran – che negli ultimi decenni si sono contesi l’egemonia sul Medio Oriente in nome dell’islam. E quelli che si sono messi in corsa più di recente, come il Qatar. Una delle poste in gioco della guerra in Siria è proprio questa: che gli attori esterni siano formalmente pro o contro Assad, di fatto, tutti fanno la guerra a tutti – e il popolo siriano paga, salatissimo, il conto.

E poi ci sono gli altri: gli storici nemici russi, alcuni europei per i quali islam deve per forza far rima con ritardo e con terrore, e perfino gli americani, ancora indispettiti per l’“insubordinazione” del 2003, quando l’appena eletto governo islamista fece quel che decenni di governi nazionalisti e militari non avevano saputo fare: dire no agli Stati Uniti.

Le manifestazioni in corso sono un prodotto endogeno turco. La favola del “complotto esterno” non regge né qui né altrove, ed è sempre un indizio di nervosismo di chi la evoca. Ma i nemici esterni, e quelli interni, sono pronti a saltare sul carro e cercare di approfittarne. Omran al-Zoubi, ministro siriano, ha già dichiarato che «il popolo turco non merita una tale ferocia», unendosi al coro di chi caldeggia le dimissioni di Erdoğan. Bashar al-Assad vorrebbe esportare il conflitto, e spera, in Turchia, sulla minoranza religiosa alevita (circa dieci milioni), imparentata alla lontana con gli alauiti siriani.

È molto probabile che, guardando alla piazza Taksim, Erdoğan pensi a Damasco. In questo caso, il suo nervosismo sarebbe comprensibile.

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