Quando, in pieno giugno di cinquant’anni fa, il presidente degli Stati Uniti visita la Germania federale, la Guerra fredda è in una delle fasi più rischiose. Dopo il fiasco alla baia dei Porci, il confronto sovieto-americano per Cuba era andato, ad ottobre, a un passo dallo scontro nucleare. I servizi sovietici hanno saputo anche che la Casa Bianca, decisa ad ostacolare l’avanzata del comunismo in Vietnam, inizia a dislocare i primi GI nelle risaie e nella giungla del paese asiatico.

Se, l’allora “mondo libero”, nel continente americano la ferita è Cuba e in Asia la Corea (e presto il Vietnam), in Europa è Berlino. L’ex capitale del Reich si è trasformata in un vero e proprio confine psichico tra due concezioni di civiltà, dopo che nell’agosto 1961  è stata sfregiata dal Mauer ora  pattugliato dai micidiali Vopos. La sapiente retorica di John Kennedy parte da questa consapevolezza quando il 26 giugno parla dal balcone della Rudolph Wilde Platz alla folla adorante, mettendo in onda una delle pagine più intense della sua breve presidenza.

 

Non è tanto il martellante ripetersi del lead: “Ich bin ein Berliner”. Quel refrain sarebbe risuonato sulla bocca di molti leader nei decenni successivi. Basti ricordare in quanti urlarono dopo l’attacco alle twin towers, “Siamo tutti newyorkesi”. La retorica di Kennedy non è solo istintiva (la cronaca dice che, scantonando dal testo ufficiale, pronunciasse parole che si era fatto tradurre dall’interprete mentre saliva le scale del municipio e che aveva rimasticato cercandone la migliore pronuncia nella saletta accanto al balcone). E’ colta: l’“orazione” per la libertà contro il comunismo si ancora alla classicità, a quel pensiero romano (a sua volta greco-romano) che aveva generato un impero repubblicano dove il potere di controllo e indirizzo restava nelle mani del Senato custode della legge, consapevole delle lezioni di Bruto e Catone.

 

Il giovane presidente sa di avere di fronte la storia, e la prende di petto, superando l’utilitarismo propagandistico per far risuonare un inno alla libertà umana, nel segno dell’universalismo che la potenza del XX secolo ha appreso dall’antica Roma: “Duemila anni fa il più grande orgoglio era dire civis Romanus sum (sono cittadino romano). Oggi… il più grande orgoglio è dire  Ich bin ein Berliner. La libertà è indivisibile e quando un solo uomo è reso schiavo, nessuno è libero. Ogni uomo libero, ovunque viva, è cittadino di Berlino. E dunque, come uomo libero, sono orgoglioso di dire Ich bin ein Berliner”. Il discorso è efficace perché echeggia i padri fondatori della democrazia statunitense, e i simboli tutti romani (l’aquila, il Capitolium e l’architettura di Washington, il Publius Valerius dei Federalist Papers), che ne hanno imbevuto il genio politico.

 

Kennedy è assassinato a Dallas cinque mesi dopo il discorso di Berlino. Il muro viene abbattuto nel novembre 1989 da figli  e nipoti dei berlinesi che avevano osannato il presidente americano nel giugno 1963. Mezzo secolo dopo la Germania è riunificata ed ha come capitale Berlino non più divisa, l’Unione sovietica si è dissolta, c’è un’altra America. Del cambiamento ha tenuto conto Obama mercoledì alla porta di Brandeburgo, rivolgendosi dal palco, diversamente da Kennedy, verso la zona orientale della città. I russi hanno perso un’occasione: alla nuova dottrina americana sulle armi nucleari hanno replicato di non ammettere squilibri nel consolidato sistema di deterrenza. Vecchiume da guerra fredda cari tovarisch. Era invece il caso di sottoscrivere la dichiarazione del presidente statunitense che, con un occhio al Kennedy di cinquant’anni fa, ha anche detto: “Dobbiamo fare in modo di far sparire altri muri che ci sono nel mondo”.

 

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