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Gli obiettivi del Millennio, gli errori del Nord e gli sforzi dell’Africa

Riflessioni da Addis Abeba

Sradicamento della povertà. Educazione primaria universale. Uguaglianza di genere. Riduzione della mortalità infantile. Lotta all’HIV e alla malaria. Difesa dell’ambiente. Crescita degli aiuti pubblici allo svilluppo (ODA, Official Develoment Aid)  da parte dei paesi industrializzati. Tutto il mondo, all’inizio del nuovo millennio, si era innamorato di questi obiettivi. I Millennium Development Goals. Del loro seducente acronimo, MDGs. Ci vollero poi altri 7 anni per ultimare un numero complessivo di oltre 80 indicatori. Dando così un quadro definitivo agli obiettivi chiamati ad ispirare le politiche economiche e sociali di Paesi in via di sviluppo (PvS) e di altre nazioni emergenti.

Nella frenesia tipica del nord industrializzato, c’è chi vorrebbe già archiviarli questi obiettivi. Eppure tanto del discorso sugli MDGs ruota attorno all’Africa. Continente a cui fu “concesso” meno di un decennio per realizzare quello che molti Paesi occidentali riuscirono ad ottenere, nel secolo scorso, in un lasso di tempo assai più ampio.

È ormai assodato che gli obiettivi del millennio furono definiti senza le necessarie consultazioni con i Paesi e i popoli che erano chiamati a realizzarli. Si trattava di un messaggio neo-millenaristico che molto aveva a che fare con la cultura occidentale. Un bel modo per mettersi la coscienza a posto. L’ingrediente buonista per far dimenticare come il sotto-sviluppo fosse stato, nella storia degli ultimi secoli, la condizione quasi necessaria degli imperi e della ricchezza occidentale. Nella loro radicale solennità – “sradicamento della povertà”, “educazione universale” –  gli obiettivi del millennio dimenticavano le condizioni di partenza troppo precarie e proibitive di tante realtà del mondo. Tali diversità hanno reso e rendono ancora oggi un po’ vana la valutazione delle performance dei PvS. Chi sono i più bravi? Quelli che hanno raggiunto il target, perchè dal target non erano poi così lontani? Oppure quelli che si sono fatti un mazzo così per raggiungerlo o quantomeno avvicinarsi? E magari, per farlo, hanno seguito il cieco imperativo della crescita.  Una crescita del prodotto interno lordo. Una crescita senza lavoro. E che, lo dicono in tanti economisti africani, ha prodotto e riprodotto ineguaglianze di ogni tipo. Di spazio, tra campagna e città. Verticali, accentuando il divario tra ricche oligarchie e masse impoverite. Orizzontali, tra gruppi etnici dominanti ed altri “marginali”. 

Chiedetelo all’Etiopia o al Ruanda, paesi tra i più celebrati per le loro performance, ma alle prese con problemi sociali e politici gravissimi. Dove giornalisti e attivisti delle opposizioni finiscono spesso in carcere. Esempio, a loro modo, di un modello di sviluppo – quello in parte suggerito dagli MDGs – che ha negato l’importanza ai diritti umani e alle libertà politiche come condizioni dello sviluppo.

Eppure si deve ammettere che l’Africa e la comunità dei PvS hanno tratto benefici dagli MDGs. Le donne, per esempio, hanno accresciuto la loro presenza negli esecutivi nazionali e nelle istituzioni parlamentari. In questo ambito diversi Paesi africani possono dare soprendenti lezioni a molti Paesi occidentali. Sono migliorati i tassi d’istruzione dei giovani tra 15 e 24 anni e la parità uomo-donna nel campo dell’educazione. Ma non mancano le ombre. La gioventù africana, oltre un terzo della popolazione del continente, rimane emarginata. Disoccupata e sotto-occupata. La povertà non sarà dimezzata, come auspicato, alla scadenza del 2015. La fame neanche e la sicurezza alimentare rimarrà ancora un doloroso problema. I progressi nel campo dell’istruzione sono evidenti, con dati impressionanti sull’aumento delle iscrizioni alle scuole primarie, a soli dieci punti dall’obiettivo del 100%. Eppure il tasso di dispersione scolastica rimane preoccupante, con uno su tre nuovi iscritti che lasciano la scuola dopo l’iscrizione. Successi importanti l’Africa li ha raggiunti soprattuto nella lotta all’AIDS. Medicine, farmaci retrovirali e l’educazione sessuale hanno ridotto dal 6 al 4.9% il tasso di nuovi contagi. Sono anche diminuite le morti per malaria e tubercolosi.

Ma la contraddizione c’è. All’inizio del nuovo secolo gli obiettivi crearono un’esuberanza inedita per il rilancio degli aiuti. Lotta all’HIV e i temi legati alla salute di donne e bambini trovarono l’attenzione del capitalismo umanitario. Associazioni filantropiche come la Clinton Foundation e la Bill&Melissa Gates Foundation, assieme a piani come lo United States President’s Emergency Plan for AIDS Relief, cominciarono a mobilitare ingenti risorse. Ma che ancora oggi sollevano dubbi sulla capacità di tanti Paesi africani di mantenere e migliorare i risultati raggiunti. Con quali soldi, se quei soldi finiscono? In altre parole, gli MDGs sono un po’ colpevoli di aver perpetuato mentalità e politiche di dipendenza dai donatori. Dipendenza economica e psicologica.

Oggi, la crisi dell’eurozona e dei debiti sovrani contrae sempre più gli aiuti pubblici allo sviluppo, crollati del 4% nell’ultimo anno. Salvando la parte buona degli MDGs, è necessario pensare ad un nuovo paradigma. Un paradigma che consenta all’Africa di puntare su un’altra economia. Che sappia anzitutto ripristinare il nesso tra crescita, lavoro e lotta alla povertà. Ma che permetta SOPRATTUTTO ai popoli africani di vedere le loro economie finalmente trasformate. Con nuove tecnolgie e nuove conoscenze. Capaci di aggiungere valore a quelle materie prime ad oggi solo esportate. Così come viene paradossalmente esportato il lavoro necessario a farlo. Quel lavoro che in patria permetterebbe ai giovani africani di farsi una vita. Che non sia più quella ai margini di strade dissestate.

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