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La grande corsa all’Africa

Mandela e Obama

Mandela e Obama

Obama, il grande indecisionista, arriva in Sud Africa proprio mentre si spegne la stella Mandela. Una visita che mette in risalto quanto gli Stati Uniti siano in ritardo rispetto alla Cina (e persino al Brasile) nell’aver compreso che il futuro della crescita mondiale si gioca nel Continente nero

Una stella si spegne. Un’altra fatica ad accendersi. Il destino ha (quasi) messo faccia a faccia due icone del nostro tempo: Nelson Rolihlahla Mandela e Barack Hussein Obama. Una coincidenza che invita ad alcune riflessioni – sulle icone, sulla politica estera americana, e, naturalmente, sull’Africa.

Se, come disse Brecht, è «sventurata la terra che ha bisogno di eroi», abbiamo la riprova che viviamo ancora su una terra sventurata. Certo, si dirà, ci sono sventure peggiori: ma è proprio l’impotenza di fronte a quelle sventure che ci rende così sensibili al fascino di un eroe, reale o, più spesso, immaginario.

Sventurata anche la terra che prega e sta col fiato sospeso per Mandela, e non, invece, per Obama. Mandela ha fatto del Sudafrica la prima potenza del continente, e per questo appartiene ormai alla storia: come le stelle che si spengono, la sua luce continuerà a giungerci per molto tempo ancora. Obama, invece, nessuno, ancora, ha capito cosa voglia fare.

Avremo molte occasioni di ritornare sulle scelte mancate del presidente più indecisionista della storia recente americana. L’attualità vuole che ci occupiamo ora dell’Africa. E del ruolo degli Stati Uniti in Africa.

Con questo suo secondo viaggio, Obama ha toccato in tutto cinque paesi dell’Africa sub-sahariana. Tutti i confronti sono contro di lui: Lula era andato in venticinque paesi e raddoppiato il numero delle ambasciate brasiliane sul continente; Hu Jintao vi si è recato ancora più spesso (diciassette paesi solo tra luglio 2006 e febbraio 2007), e Xi Jinping ne ha già visitati tre dall’inizio del suo mandato (metà marzo). Anche George W. Bush aveva mostrato più interesse, visitando dieci paesi in otto anni.

La strategia dell’attenzione americana per l’Africa fu inaugurata da Bill Clinton con un lungo viaggio tra il 23 marzo e il 2 aprile 1998. Né Bush sr. né Reagan avevano messo piede sul continente nero, a un’epoca in cui le relazioni internazionali erano regolate dal principio del quieta non movere, caro soprattutto alla prima, e allora indiscussa, potenza mondiale.

Uno degli effetti principali della fine di Yalta è stato di liberare forze e tendenze che il binomio russo-americano avevano tenuto prigioniere per decenni: questo valse in primo luogo per l’Europa, l’America latina, il Medio Oriente, ma anche per l’Africa. Il “nuovo disordine internazionale”, che dura a tutt’oggi, è essenzialmente caratterizzato da un principio molto semplice: ogni paese è libero di cercarsi da sé i propri amici, i propri clienti e i propri fornitori. Un principio contraddetto dalle resistenze di chi vorrebbe conservare le proprie rendite di posizione. In fondo, la lotta politica internazionale odierna consiste in una serie di gradazioni comprese tra questi due poli. Gli Stati Uniti, nel 1998, si proposero come amici, clienti e fornitori.

Questo aprì un nuovo scramble for Africa che è ancora in corso. Nel frattempo, la Cina è diventata il primo partner economico del continente; ma gli altri non stanno a guardare. Per il Brasile, «l’Atlantico del Sud è un po’ il nostro lago», come disse il ministro degli Esteri di Lula; e il ministro dell’Industria di Roussef: «Ci sarà una lotta per lo spazio economico in Africa, e il Brasile vi si deve attestare»: partendo dalle teste di ponte lusofone (Angola, Mozambico, Capo Verde), ma non solo. Anche l’India ha le sue teste di ponte: da Mauritius, al Madagascar, e allo stesso Sudafrica, dove vivono, da secoli, milioni di indiani. Senza dimenticare l’atteggiamento tra paternalistico e padronale dell’Africa bianca verso l’Africa nera: l’Egitto verso il Sudan, la Libia verso il Ciad, il Marocco verso la Mauritania e il Sahara occidentale, e – agli onori della cronaca recente – l’Algeria verso il Mali.

Chi è fermo al vecchio stereotipo dell’imperialismo occidentale non ha nessuna chance di capire cosa succeda oggi in Africa. Certo, l’imperialismo occidentale è sempre lì: la Francia in particolare mostra di non aver alcuna intenzione di farsi portar via l’ultimo scampolo di capitale geopolitico che le sia rimasto. Ma il numero dei protagonisti di questo nuovo scramble è in continuo aumento. Agli attori esterni si devono aggiungere quelli interni; e, fra questi, proprio il Sudafrica.

La “nazione arcobaleno” si è ritagliata una sfera d’influenza imperialista che va dal “vicino estero” – Namibia, Botswana, Zimbabwe, Zambia, Mozambico, Malawi – alle regioni più remote, fino a inviare soldati nella lontanissima Repubblica centrafricana. Una Nigeria rappacificata potrebbe avere un’influenza regionale che oggi ancora le sfugge, malgrado il suo primato demografico ed energetico sul continente. E l’Etiopia – uno dei più dinamici clienti della Cina, la capitale dell’Unione africana, e soprattutto il solo Stato dell’Africa ad avere un’identità nazionale – ha un grande avvenire davanti a sé.

Secondo la Banca mondiale, «l’Africa potrebbe essere alla vigilia del suo decollo economico, come la Cina trent’anni fa e l’India vent’anni fa». Tutti si stanno attestando. Mancano all’appello la prima potenza mondiale, e il solo capo di Stato non africano di origini africane.

 

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