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Reportage: Taskim è anche la nostra piazza

Istanbul: la polizia schierata a Piazza Taskim

Istanbul: la polizia schierata a Piazza Taskim

Il racconto in esclusiva per la VOCE di New York dei giorni trascorsi da un giornalista italiano a Istanbul, tra i manifestanti e la minaccia della Polis, raccogliendo le testimonianze della popolazione turca e di una studentessa del progetto Erasmus

I cori e le bandiere di piazza Taksim ed il tintinnio di solidarietà nei vicoli circostanti. Capisci così che quella che era una minimal protesta per la salvaguardia di un parco stia pian piano trasformandosi in qualcosa di inaspettato, una rabbia che serpeggia, un bisogno di far sentire la propria voce a chi ha deciso le  vite di milioni di turchi invadendone anche la sfera intima, il diniego di un bacio alla propria fidanzata in un luogo aperto o di una birra in compagnia. E’ questo quanto accade in Turchia oggi, e ad Istanbul, la sua megalopoli, risulta amplificato. Arrivo insieme ad un amico nel tardo pomeriggio del 27 giugno a piazza Taksim capolinea della linea “Havatas” che effettua il servizio bus  dall’aeroporto Sabiha Gokcen (ma anche dal più grande “Ataturk”). Quella piazza l’avevo già vista ma solo attraverso le poche immagini, per lo più circolanti sui social network, arrivate a noi e che ci hanno documentato quanto avvenuto in quei fatidici giorni, a partire dal 28 maggio in occasione di una protesta contro la costruzione di un centro commerciale e di una caserma stile ottomano, al posto del “Gezi Parki”.

Vi è un’atmosfera sospesa, come se qualcosa dovesse accadere. Apparentemente sembra tutto tranquillo, alzi però gli occhi e li vedi schierati gli uomini della famigerata Polis, protagonisti delle cariche e dello sgombero degli attivisti di “Gezi Parki”, controllano l’intero perimetro della piazza, l’hanno recintata con un nastro a strisce bianche e rosse, quello tipico per segnalare il divieto di ingresso, che separano alcune zone dell’area pedonale; sempre più in fondo appaiono i carri blindati, gli stessi dai quali sparati getti d’acqua ad altissima pressione e contenente sostanze irritanti. Alzo ancora lo sguardo volgendo il capo a sinistra e con le spalle a Gezi Parki vedo due enormi bandiere avvolgere rispettivi palazzi, fra esse una grande immagine impressa su un tessuto e raffigurante Kemal Ataturk, il padre della moderna Turchia; ad un certo punto una folata di vento la riavvolge all’indietro, passeranno diversi minuti prima che due omuncoli la rimettano a posto.

Cerchi gli attivisti del “Gezi Parki”, qualcuno improvvisa dei “flash mob” a Taksim, la moltitudine è sparsa, ed è riconoscibile, nei quartieri circostanti di Beyoglu fra la torre di Galata e lungo la Istiklal Caddesi, li trovi a Cihangir oppure lungo la Siraselviler Caddesi, sono soprattutto giovani, stanno insieme, seduti anche per terra a discutere e fra le mani una birra, vogliono e sentono di essere europei come i loro coetanei di Londra, Parigi, Berlino e Madrid e perché no anche come i giovani newyorkesi, quelli di “Occupy Wall Street”. Pensiamo che le grandi proteste siano solo un ricordo di due settimane prima, ed invece riceviamo un messaggio da parte della proprietaria dell’appartamento di Beyoglu dove alloggiamo. E’ sabato 29 giugno e ci avverte di non transitare a piazza Taksim intorno alle 19 perché prevista una manifestazione “crowned”, ci invita in pratica ad evitare quel posto, noi invece ci andiamo. Troviamo la Polis schierata, armata fino ai denti, maschere antigas, scudi; negli sguardi di quegli uomini, molti sono ragazzi, si nota sicurezza ma anche molta tensione, parlano fra di loro, commentano gli “accessori” in dotazione, qualcuno abbassa la testa e “messaggia” con il telefonino. E’ ancora presto ma pian piano arrivano i manifestanti che hanno ancora una volta utilizzato i social network per darsi appuntamento.

Vi sono molti turisti assiepati nei bar il cui ingresso è rivolto verso la scalinata del “Gezi Parki”, luoghi ottimali per l’attesa, qualcuno senza il minimo “pudore” fotografa da vicino i poliziotti schierati a falange. La piazza si riempie, appaiono i primi cartelloni, di diverso colore, nero, bianco, verde, e perfino viola: “Adalet istiyoruz” (vogliamo giustizia), “Hepimiz sahidiz” (siamo tutti testimoni), “meydanlar halka acilsin” (emergenza piazze), “Gezi Parki direniscileri serbest birakilsin” (rilasciateci Gezi Parki), “Katil serbest tanik tutuklu” (killer rilasciato detenuto testimone). Li osservo, la maggior parte sono ragazzi dai 20 ai 35 anni e poi ancora adulti, uomini e donne anche sulla sessantina, hanno una luce negli occhi che probabilmente era spenti da tempo. La gente comincia ad avvicinarsi e con grande sorpresa la sento cantare, ed il tono progressivamente si alza, la nostra “Bella Ciao”, ovviamente in turco. Hanno scelto come inno per raccogliere i manifestanti la nostra canzone più significativa riguardante la lotta partigiana contro nazifascisti, è un’emozione indescrivibile quella che proviamo, è così che la protesta di piazza Taksim è diventata anche la mia: la lotta contro ogni prevaricazione del potere sulla libertà dei popoli. 

           

Una signora, molto simpatica, si avvicina, capisce che sono straniero, le dico, in inglese, che sono un giornalista italiano, allora mi chiede di scrivere, parla in turco, ma una collega, anch’essa turca traduce: “Come l’Italia ha avuto Mussolini, la Germania ha avuto Hitler, adesso la Turchia ha Erdogan”. Un’altra donna, più giovane, mi mostra una macchia sul braccio mi dice che è stato effetto delle sostanze mescolate all’acqua sparata dagli idranti della “Polis”. Cominciano a sventolare moltissime bandiere bianche con su scritto in rosso e nero “Taksim dajanismasi”, mi viene così tradotto: “Solidarietà per Taksim”; mi dicono che è un movimento sorto a seguito dei fatti della piazza. Un giovane sopra il tetto di un auto richiama i manifestanti  e scandisce con loro degli slogan continui: “We are against the fascism” ed anche “Occupy Ankara, Taksim is with you”. La folla sembra sempre più avvicinarsi ai cordoni formati dalla Polis, gridano in faccia ai poliziotti, probabilmente qualcuno ha il chiaro obiettivo di provocare loro una reazione; all’improvviso vola una bandiera turca contro un gruppo di Polis, un accenno di reazione da parte di alcuni poliziotti, un gruppo di loro rincorre in una stradina in discesa un gruppetto di manifestanti, io sono proprio lì, corro anch’io saltando dei gradoni laterali alla strada. Poi arrivato alla fine della discesa mi fermo, guardo su e mi accorgo che non vi sono altri tafferugli. D’improvviso sento un tintinnio assordante, non comprendo da dove provenga, alzo però gli occhi e vedo delle mani spuntare da numerose finestre e balconi lungo quella via, mani che in maniera sincronizzata sbattono dei mestoli o dei cucchiai sul pentole o tegami. Ritorno su in piazza, la manifestazione ormai sta finendo; credo che i Polis abbiano ricevuto, almeno quel giorno, l’ordine di controllare.

Ad inizio luglio, un tribunale ha annullato il progetto di riordino di Gezi Parki, perché la popolazione locale non era stata consultata e perchè era stata violata l'identità della piazza stessa. La decisione è stata salutata come una vittoria dagli attivisti che hanno quindi deciso di riconquistare le spazio. Ma sabato 6 luglio la polizia turca ha fatto uso di gas lacrimogeni e cannoni ad acqua contro gruppi di manifestanti ad Istanbul che stavano cercando di entrare a Gezi Parki, vietato alle manifestazioni dalle autorità. Circa 3 mila attivisti si sono diretti così verso il centro nevralgico di Istanbul, ma sono stati cacciati dall'intervento delle forze dell'ordine.

Probabilmente la reazione sproporzionata in quantità ed in qualità del Governo di Erdogan contro un iniziale piccolo gruppo di ambientalisti a difesa del Gezi Parki determinerà la nascita di una coalizione di opposizione organizzata, una novità assoluta nella Turchia degli ultimi anni. Spesso, e la storia lo insegna, quando il potere costituito utilizza eccessivamente la forza per preservarsi, varcando la sottilissima linea rossa del sopportabile, genera una forza di segno opposto che superata una determinata “massa critica” conduce allo stesso rovesciamento del potere; è una legge naturale e supportata anche dal mondo della fisica.

Nadia è una giovane siciliana di Mazara del Vallo, iscritta all’Università di Perugia è stata per nove mesi ad Istanbul nell’ambito del progetto “Erasmus”  presso la nota università “Bogazici”. Prima di tornare ha vissuto quei tumultuosi giorni che cambieranno, questo è certo, la Turchia. “Sono arrivata l’11 giugno a Gezi Parki –ha raccontato- ed ho potuto osservare da vicino come nella tendopoli vi fosse un clima molto pacifico, vi era chi studiava, chi faceva meditazione yoga o ginnastica e perfino chi si divertiva a fare bolle di sapone: un mondo a parte. Ho chiesto di entrare, non avevo con me una maschera antigas, ed un ragazzo mi ha accompagnata in un’area diciamo più tranquilla, sono rimasta lì per diverse ore. Era un giorno particolare quello, gli attivisti si aspettavano che Erdogan, come promesso, incontrasse i leader della protesta ma nel frattempo la Polis era sempre più vicina in maniera minacciosa. Nei dintorni di piazza Taksim, esplodevano delle auto, molto probabilmente sono stati i sostenitori di Erdogan volendone addossare la colpa ai manifestanti e provocare l’attacco della polizia; ricordo che gli attivisti hanno pure aiutato a spegnere le fiamme. Sono state ore convulse, ho avvertito, sentivo, che la Polis avrebbe fatto irruzione per sgomberare il parco ed al tempo stesso gli attivisti si mostravano fiduciosi della promessa di Erdogan, puntualmente poi disattesa. Sinceramente ho avuto paura, l’ho scampata per venti minuti ma ho assistito a quanto avvenuto, li hanno attaccati con il gas con sostanze irritanti e poi con molta violenza hanno portato fuori gli attivisti, l’aria era irrespirabile per il lancio di numerosi lacrimogeni, sono pure svenuta. Ricordo quei giorno e mi viene in mente la coltre di gas irritanti nell’aria; anche in altre zone come Beskitas, dove abitavo, a causa del gas nell’aria, dovevamo tenere le finestre chiuse,  era pure difficile uscire e fare la spesa. Erdogan li ha ingannati, purtroppo nessun media turco, soprattutto nei primi giorni, ha fatto vedere le immagini di quanto stava avvenendo”.

A proposito delle “anomalie” dell’informazione in Turchia, Nadia ha aggiunto: “Quando siamo stati ospiti ad Antalya di un reporter turco, ho chiesto lui perché vi fosse questo buio sulle notizie delle proteste. Mi ha risposto che il suo canale non può far vedere niente e ciò per proteggere la democrazia, il popolo non doveva sapere; quindi passavano reality show e soap opera, forse qui ho capito che in Italia la notizia la deformano, qui la oscuravano del tutto. Hanno deformato anche il concetto di democrazia; a parte Erdogan anche il tanto venerato Ataturk è stato un dittatore ed ha adottato lo strumento delle repressioni, vedi quella contro i curdi ed altre minoranze, e poi lo vedi rappresentato nelle immagini esposte dai manifestanti, credo che ci sia molta confusione e questa sia funzionale a chi governa. D’altronde cosa ti aspetti quando vieni a sapere che nel 2002 grazie ad un concorso indetto dal primo governo Erdogan molti giovani impegnati in altre professioni sono diventati giornalisti? Molti non hanno un etica professionale, il loro è un lavoro al servizio della ‘democrazia turca’. ‘Non è importante ciò che penso io’ mi ha detto lo stesso reporter che prima però faceva il veterinario. Erdogan ha venduto il paese alle multinazionali, quella di Gezi Parki è stata una lotta per il mantenimento di una delle poche aree verdi rimaste ad Istanbul ma poi estesa alla rivendicazione di libertà fondamentali. Credo che il sostegno all’islamizzazione rientri nel disegno di acquisizione di largo consenso fra le masse. Un altro esempio? La compagnia di bandiera, la Turkish Airlines ha proibito alle hostess di portare lo smalto rosso o il rossetto in quanto provocanti della morale musulmana, la compagnia smentisce ma è così ed anche questo è un segnale evidente”.

Nadia ci ha raccontato di aver conosciuto Keith la ragazza australiana la cui fotografia, che la ritrae a braccia aperte investita dai getti di“acqua drogata” della Polis, ha fatto il giro del mondo: “Anche lei si è unita alla protesta perché si è riconosciuta nelle rivendicazioni del popolo turco, una battaglia di civiltà. La protesta è stata abbracciata dalle tifoserie di due club di calcio di Istanbul fra loro nemiche, il Besiktas ed il Fenerbahce, un po’ defilati i tifosi del Galatasaray”.

Ritornando in Italia, Nadia ha potuto osservare come le proteste della Turchia abbiano avuto eco anche in altri Paesi: “A bologna in piazza Verdi ho visto un manifesto ‘Occupy Gezi’, anche in Brasile nelle proteste nel corso della Confederation Cup vi era uno striscione ‘We are Taksim’. Perché, le chiedo, non potrebbe avvenire in Italia la stessa cosa di piazza Taksim? Avremmo anche qui da noi tanti motivi. “Io credo –ha spiegato Nadia- che la mia generazione, e gran parte dei giovani che frequentano le università italiane , cresciuta negli anni ’90 sia ancora avvolta in un aura di relativo benessere, abbiamo ricevuto tutto con facilità, non abbiamo la stessa fame dei giovani turchi. Qui da noi essere alternativi al sistema significa vestirsi in un certo modo, insomma soltanto apparire, ad Istanbul, gli attivisti nei giorni dell’occupazione di Gezi Parki leggevano e discutevano le opere di Marx, Marcuse, Touraine e dei riflessi sulla loro situazione. Non potrò mai dimenticare lo stupore, negativo, a me rappresentato dai miei professori turchi all’indomani delle recenti elezioni quando Berlusconi ha preso tutti quei voti. Ma al tempo stesso non dimenticherò il mio di stupore alla richiesta da parte del mio prof. di spagnolo di fare una lezione ai miei compagni sulla figura di Peppino Impastato proprio in occasione della ricorrenza della sua morte, il 9 maggio. Altrettanta sorpresa ho provato nel vedere la grande attenzione e partecipazione dei miei compagni a quella lezione, una grande emozione al pari del canto in turco della nostra ‘Bella Ciao’ nei giorni di Taksim Square”.   

                                                                                                                                                                                                    A me invece un’immagine resterà impressa, e vorrei ricordarla quasi come buon auspicio per il futuro del popolo turco: su una via di Uskadar, la storica città di Scudari, nella parte asiatica ma sempre nel distretto di Istanbul, una donna con il velo sta per attraversare la strada poi si ferma e lascia passare una ragazza vestita da sposa ma su una bicicletta da corsa, sta andando all’altare accompagnata dai suoi amici ciclisti.        

La stragrande maggioranza dei turchi, composta da praticanti musulmani, operatori economici e abitanti dei villaggi e pure numerosi curdi, appoggia con forza Erdogan perchè garantisce loro sicurezza e stabilità. Ad opporsi è una minoranza composta da giovani ed intellettuali e piccola borghesia che, raggiunto anche un discreto benessere, rivendica nuovi diritti ed una crescita sociale. Se ci pensiamo, la stessa cosa è successa anche da noi in Italia, dopo il boom economico, dal 68' e fino al 1977, anni di lotte e scontri che hanno prodotto una legislazione nel campo del diritto del lavoro, della famiglia, ed anche nella comunicazione. Purtroppo la cultura individualista e materialista degli anni '80, accompagnata alla corruzione politica ed economica imperversante, hanno dirottato l'Italia dalla strada seguita dalle moderne democrazie occidentali. Insomma abbiamo bruciato gli ultimi 30 anni e tre generazioni!                 

 

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