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I “buoni” e i “cattivi” non esistono

Egiziani sostenitori del defenestrato presidente Morsi, si disperano per la morte di 51 manifestanti uccisi dai militari l'8 luglio (Foto Reuters, Khaled Abdullah)

Egiziani sostenitori del defenestrato presidente Morsi, si disperano per la morte di 51 manifestanti uccisi dai militari l'8 luglio (Foto Reuters, Khaled Abdullah)

Il caos politico in Egitto e quello internazionale non sono l'effetto del confronto ideologico ma della competizione tra le nazioni e della crescente impotenza degli Stati Uniti che non sanno più chi siano i loro amici e i loro nemici

«Interest never lies», diceva John Churchill, primo duca di Marlborough (1650-1722), antenato di un altro famoso politico realista.

È lì che bisogna guardare, agli interessi, per cercare di capire la politica internazionale. Ma oggi, anche alla classica domanda su cui si apre ogni indagine – cui prodest? a chi giova? – è difficile trovare una risposta. Gli Stati Uniti mostrano ogni giorno di più di lasciarsi sfuggire il controllo della scena internazionale: si sono addirittura lasciati bacchettare sulle dita quando il mondo ha scoperto, ohibò, che le spie spiano, e si sono messi sulla difensiva proprio alla vigilia dell’apertura dei negoziati con l’Europa sui trattati di libero scambio (gli unici che in questa partita possano permettersi di fare i candidi sono i piccoli caudillos latino-americani che non hanno i mezzi per spiare nessuno).

Le “rivoluzioni arabe” sono l’effetto collaterale della crescente impotenza americana. Una volta Washington riusciva a prendere per la collottola Sadat e Begin, oppure Arafat e Rabin, e portarli al tavolo delle trattative. Oppure a sloggiare tutti i Mossadegh, i Ngô Đình Diệm, gli Allende, etc. che si mettevano di traverso sulla loro strada. Oggi non sanno neppure chi siano i loro amici e i loro nemici, in Medio Oriente, e nel resto del mondo.

In Egitto, però, la ricerca del cui prodest è relativamente facile. Dopo un braccio di ferro cominciato con la caduta di Mubarak, i militari hanno ripreso il potere. E lo esercitano come sanno fare loro: sparando sui manifestanti e proibendo le manifestazioni. La guerra civile prima non c’era, e adesso è sempre più probabile che ci sia. Ed è sempre più probabile che, in questa brutta sceneggiatura, coloro che hanno scatenato la guerra civile – i militari – interpreteranno il ruolo dei “buoni” contro i “cattivi” Fratelli musulmani, colpevoli di aver vinto le elezioni un anno fa.

Il modo più sicuro per non capire niente di quel che succede nel mondo è farsi trascinare nel ballo delle ideologie. La democrazia e l’islam non c’entrano un bel niente. I cuori di coloro che fanno le guerre per esportare la democrazia (mettiamo, in Irak o in Mali) battono all’unisono con quelli di chi la democrazia la abbatte a colpi di intervento militare (mettiamo, in Algeria e in Egitto) e che vorrebbero abbatterla in Turchia. I cuori di coloro che esportano l’islam politico (mettiamo, l’Arabia Saudita) battono all’unisono di quelli che abbattono il potere dell’islam politico (mettiamo, di nuovo, in Egitto). I cuori di coloro che aborrono gli ayatollah battono all’unisono con quelli che eleggono un ayatollah presidente (mettiamo, in Iran), e esecrano senza riserve colui che, in un modo un po’ cialtrone, è vero, agli ayatollah si opponeva, mettiamo si chiami Ahmadinejād.

In politica, i “buoni” e i “cattivi” non esistono. Non esistevano nemmeno nel Far West, figuriamoci. Ma ormai abbiamo assunto una mentalità cinematografica, o, nel caso specifico degli italiani, calcistica: abbiamo sempre bisogno di fare il tifo per l’uno o per l’altro. In politica, diceva il duca di Marlborough, e tanti altri dopo di lui, non ci sono amici, ci sono solo interessi. L’Arabia Saudita gongola perché un governo amico del Qatar (in Egitto) è stato rovesciato, e un altro (l’opposizione siriana) non ha mai visto la luce. La Francia gongola perché fra qualche giorno si metterà in scena lo spettacolo delle elezioni democratiche in un Mali pacificato, dove i militari pacificatori hanno compiuto più massacri dei presunti jihadisti del nord del paese. Sempre in Mali, l’Algeria, che ufficialmente combatte in casa propria la guerriglia islamista, pare abbia dato una mano alla creazione di una rete “jihadista” guidata da spie, guerriglieri e trafficanti miracolati, in una guerra civile tra popolazioni arabe e berbere del nord (che Algeri considera “sue”) e popolazioni nere (e dominanti) del sud. In Pakistan, tanti anni fa, fu la “laica” e quasi santa Benazir Bhutto che diede il via libera ai taliban in Afghanistan, col plauso, nemmeno tanto tacito, degli Stati Uniti.

«Interest never lies», è vero. Ma gli interessi confliggono tra loro. E nel “nuovo disordine internazionale”, gli interessi si spostano rapidamente. Ma tenerli d’occhio senza farsi trascinare nel ballo delle ideologie, è il solo modo per (cercare di) non finire schiacciati dagli interessi degli altri. Come è successo ai manifestanti egiziani dell’ex piazza Tahrir.

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