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Bonino e il caso Kazakhstan: non ne sapevo nulla, abbiamo fatto una figuraccia, ma adesso…

di La VOCE di NY - Notizie Radicali
Il ministro degli Esteri Emma Bonino

Il ministro degli Esteri Emma Bonino

Quelle che seguono sono tre recenti interviste rilasciate dal ministro degli Esteri Emma Bonino rispettivamente a Francesco Bei, per La Repubblica: Gerardo Pelosi per Il Sole 24 Ore, Maria Latella per il Messaggero e il Gazzettino. Si parla ovviamente del caso di Alma Shalabayeva, ma non solo; e si chiarisce come sono andate le cose, e per responsabilità di chi. Le interviste sono state messe insieme da Notizie Radicali

 

“Abbiamo fatto una figuraccia, ma dimettermi non servirebbe”
A cura di Francesco Bei (da La Repubblica)

“Sono ben consapevole della gravità di questa vicenda e della pessima figura fatta dall’Italia. E non a caso dalla notte del 31 maggio, da quando ne sono venuta a conoscenza, quasi non mi sono occupata d’altro. Tutto quello che posso fare io lo farò. Qualcuno dovrà pagare, dovrà dire davanti all’opinione pubblica: si sono stato io”.

Se c’è qualcuno a cui la "rendition" della signora Alma Shalabayeva brucia sulla pelle è Emma Bonino. Considerata in patria e all’estero una paladina dei diritti civili, si può immaginare cosa abbia pensato in questo periodo nel far parte di un governo a cui è stato caricato sulle spalle un caso infamante come questo. A via di Torre Argentina, sede del partito radicale, i dissidenti kazaki come Ablyazov sono di casa, partecipano alle riunioni. Anche per questo, per la sua storia personale e politica, è proprio sul ministro degli Esteri che oggi la luce dei riflettori  si fa più intensa.

Cosa non ha fatto e cosa avrebbe potuto fare? E soprattutto cosa farà ora? Sospetta complicità politiche, favori fatti «all’amico» di Berlusconi, Nursultan Nazarbayev? Anzitutto Bonino non ha pensato di dimettersi per quello che è successo. Ti dimetti o minacci di dimetterti se serve a evitare che accada qualcosa.
«Ma il 31 maggio, quando ho saputo di questa storia, quella poveretta era già in Kazakhstan, non sarebbe servito a nulla un gesto politico di quel tipo. Ho cercato invece di essere utile a lei. Abbiamo incontrato due volte il team di avvocati, abbiamo verificato con il nostro console ad Almaty che stesse bene, che potesse uscire di casa, l’abbiamo invitata al consolato per farle firmare il ricorso contro l’estradizione ed esercitare così il diritto alla difesa internazionale. Mi sono subito fatta mandare il dossier, ho convocato il capo della Polizia alla Farnesina».

È tanto, è poco?
«È quello che al momento si poteva fare».

Insomma, come nel caso dei marò in India, il governo italiano sembra preferire la strada del dialogo e della moral suasion piuttosto che le maniere forti. Anche perché «giuridicamente – ammette sconsolata abbiamo le mani legate. E comunque, nonostante tutto, stiamo cercando di vedere se c’è qualche spiraglio anche minimo, qualcosa a cui appigliarsi». Se «giuridicamente» nulla si può fare contro la giustizia di uno stato sovrano, politicamente si può fare molto con un regime che ha stretti rapporti di amicizia e di affari con l’Italia. «Ma di queste cose certo non vengo a parlare con i giornalisti».

Riavvolgiamo il nastro. Mentre Shalabayeva viene prelevata con la forza, mandata al Cie come una clandestina e rispedita in patria con modalità da film di 007, in quei tre giorni terribili, il governo italiano e la Bonino in particolare cosa sanno e cosa fanno? Formalmente nulla.
«Io di questo pasticcio non so davvero niente, so invece quello che è successo dopo il 31 maggio, quando vengo informata di quello che è successo e avverto il presidente del Consiglio e i ministri».

Letta, Bonino e Alfano si trovano insieme sul palco della festa della Repubblica, il 2 giugno. Il ministro degli Esteri si avvicina al premier e ad Alfano, li prende in disparte e spiega chi sia Shalabayeva, cosa le è accaduto, e quanto grande sarà lo scandalo che sta per abbattersi sull’Italia. «Dovete capire cosa è successo, informatevi», insiste. Entrambi le sembrano cadere dalle nuvole.
«Molte cose non hanno funzionato è ovvio – riflette ora il ministro degli Esteri – e non sto assolvendo nessuno. Resto però convinta che, a livello politico, i ministri non fossero informati, il che è ancora peggio per certi aspetti. Non c’è traccia di un coinvolgimento del livello "politico" in questa storia. Evidentemente la pressione da parte del Kazakhstan è stata fortissima, ma si è scaricata ai livelli più bassi».

Come sia stato possibile che questa informazione non sia arrivata a livello più alto è proprio l’oggetto dell’indagine affidata al capo della Polizia per scoprire i responsabili. Bonino azzarda un’ipotesi: «Può darsi che abbiano approfittato del vuoto di potere al vertice degli apparati prima del 31 maggio». Il 31 maggio il consiglio dei ministri nomina il nuovo capo della Polizia, che tuttavia prenderà possesso dell’ufficio soltanto il giorno successivo. Quando ormai la signora Ablyazov è atterrata nel suo paese.

Chi ha voluto portare a termine la "rendition" aveva fretta di farlo prima che arrivasse Pansa al Viminale?  E quale è stato il ruolo del ministro dell’Interno? Bonino lo descrive «furibondo» per la vicenda, in questo modo avallando l’ipotesi che Alfano ne fosse all’oscuro. Ma chiaramente anche lei è consapevole della voce che gira nelle redazioni di tutto il mondo e a cui il “Financial Times” ha dato corpo pubblicando una fotografia di Berlusconi e Nazarbayev amichevolmente vicini. La voce, per dirla brutalmente, di un favore chiesto dal Cavaliere ad Alfano per compiacere il potente dittatore della steppa asiatica, seduto su miliardi di dollari di gas e petrolio. E tuttavia il ministro degli Esteri non dà credito a un’ipotesi del genere: «Per quanto riguarda il livello di governo, i ministri, una cosa così non sta in piedi. Berlusconi e l’amicizia con Nazarbayev? Se è per questo sono uscite di recente anche foto di Nazarbayev con Cameron e con Barroso… il Kazakistan è un paese che suscita un certo appetito da parte di tutti. Se invece qualcuno, a livelli più bassi, ha voluto fare favori questo lo scoprirà l’inchiesta interna».

Infine e soprattutto. Ma come è stato possibile che il governo sia stato cieco e sordo?

«Io non ne sapevo niente, Alfano nemmeno. Del resto anche quattro magistrati, mica uno, hanno convalidato quegli atti di espulsione!».

Bonino: la diplomazia della crescita è la priorità
a cura di Gerardo Pelosi (da Il Sole 24 Ore)

«Non è solo una questione economica, è prima di tutto culturale; a internazionalizzarsi non devono essere solo le nostre aziende ma il sistema paese; devono essere coinvolte le università, i centri di ricerca. Tra qualche giorno incontrerò gli addetti scientifici delle ambasciate all’estero con il ministro Carrozza per chiedere il loro aiuto. Ripartiamo da lì guardando all’Expo di Milano».

La responsabile degli Esteri, Emma Bonino, sembra crederci davvero a questa sfida per far crescere la nostra economia all’estero e la nostra società in Italia. La sua determinazione nel guidare una nuova «diplomazia della crescita» che abbia in Milano 2015 il suo punto di forza, può valere già come piccola garanzia per il successo dell’impresa, anche se non sarà affatto facile incidere su un sistema intriso di burocrazia.

La Bonino è reduce da un faticoso viaggio in Kuwait e Oman. Appare provata ma ci scherza su. Forse è solo il fatto che non è più così abituata a viaggiare come una "trottola". Forse sono le ultime arrabbiature per il pasticcio kazako («Non dovevo essere certo informata ma magari a qualcuno poteva accendersi una campanello d’allarme visto che parliamo di Kazakhstan»). Il suo ultimo incarico di Governo risale al 2008, nel Governo Prodi come responsabile degli Affari europei e del Commercio internazionale (il vecchio Commercio estero).

Le chiedo: dopo cinque anni come ha trovato il sistema di sostegno e promozione all’internazionalizzazione delle imprese?
La responsabile della Farnesina allarga le braccia (lo farà spesso a molte altre domande): «Prima c’era l’Ice, poi lo hanno tolto, poi commissariato e poi rimesso, la solita storia italiana».

E allora quale sicurezza possono avere le imprese che d’ora in avanti sarà diverso? Perché dovrebbero credere che la cabina di regia da lei presieduta, come quella che si è riunita mercoledì scorso, possa partorire dei progetti  innovativi?
«È vero, abbiamo sprecato troppo tempo a impacchettare e spacchettare ministeri, a chiudere e riaprire agenzie mentre nel frattempo il mondo correva veloce e noi non eravamo  attrezzati a capirlo e a sfruttarne le opportunità che offriva. Ora possiamo solo partire dagli strumenti che abbiamo dandoci delle priorità, chiarendo i rispettivi compiti e prendendoci ognuno le proprie responsabilità».

Un compito semplice a dirsi ma basteranno le limitate risorse attuali? Non serviranno alcune decine di milioni di euro aggiuntivi per sostenere la presenza in quei mercati di "ultima frontiera" dove il sostegno pubblico può fare la differenza?
«All’ultima riunione della cabina di regia era presente anche il ministro Saccomanni; posso solo dire che di fronte a questa necessità non ha affatto chiuso la porta».

Esportare è diventata una necessità di sopravvivenza per le aziende italiane ma l’export oggi vale il 30% del nostro Pil mentre in altri Paesi europei è vicino al 100 per cento. Quale direttive ha dato nella cabina di regia ai ministri economici compreso quello dell’Agricoltura Di Girolamo presente per la prima volta?
«Più che direttive ho fatto con loro alcune riflessioni. Ho sintetizzato cinque punti che mi sembrano possano poi tradursi in comportamenti  operativi di tutto il governo e degli enti locali che saranno coinvolti nei road show in giro per l’Italia per presentare le opportunità all’estero: prima di tutto dobbiamo cercare di sostenere quella parte di made Italy poco conosciuta ma pur sempre aziende di qualità; secondo: non basta sostenere l’industria che si internazionalizza ma anche commercio, artigianato, mondo cooperativo e agricoltura; terzo: oltre ai grandi brand dobbiamo sostenere le piccole imprese ma rafforzando all’estero reti e filiere produttive collegate perché i piccoli da soli non ce la fanno; quarto: maggiore attenzione alle startup innovative e digitalizzate e alle imprese al femminile; quinto: internazionalizzare il sistema Italia, non solo le imprese, con un’operazione culturale prima che economica».

Fin qui la strategia per portare le aziende all’estero. E per attrarre gli investimenti esteri basterà una nuova "policy" come quella che il Governo metterà a punto entro la fine dell’anno con il progetto «Destinazione Italia»?
«Finora abbiamo usato la complessità del problema come alibi per fare poco o niente oscillando tra un atteggiamento di chiusura verso l’investitore straniero e la sindrome dell’outlet, ossia non lasciamoci fuggire l’ultima occasione con una vendita al ribasso. Il problema è che è mancata una policy».

Con «Destinazione Italia» cosa cambierà?
«Per la prima volta è un’iniziativa di policy su attrazione di investimenti esteri con cui individuare delle priorità in un confronto pubblico con imprese e investitori stranieri che possa produrre un indirizzo del governo sul tema entro la fine dell’anno; per ora».

Basteranno alcune linee di indirizzo a cambiare la situazione?
«Si tratta di cose concrete, ossia individuare che tipo di investimenti vogliamo attrarre prioritariamente e da quali Paesi esteri. In Italia vogliamo migliorare il contesto con un pacchetto normativo facendo una ricognizione sui principali ostacoli legati all’attrazione degli investimenti e formulando possibili incentivi. Tutto ciò naturalmente, comporta una grande azione di comunicazione a livello interno e internazionale in vista dell’appuntamento del 2015».

Ultima domanda. Come concilia ministro Bonino, la sua lunga  militanza radicale con l’espulsione lampo dei familiari di Mukhtar Ablyazov, principale dissidente kazako di Nursultan Nazarbaiev decisa dal suo Governo?
«Non ne sapevo niente; non che dovessi essere informata da un punto di vista formale, ma magari a qualcuno la parola  Kazakhstan poteva far suonare un campanello di allarme…».

Ci sono notizie sul fatto che i familiari stanno bene anche se trattenuti nella loro abitazione?
Il ministro annuisce.

Ci saranno ripercussioni economiche per questa vicenda?
«Spesso il commercio aiuta il dialogo anche sui  diritti umani altrimenti dovremmo commerciare solo con la Svezia; sono processi lunghi e da radicale, li conosco bene visto che ci abbiamo messo 14 anni per far passare la moratoria delle pena di morte…».

«Il 2 giugno dissi ad Angelino: segui personalmente il caso»
a cura di Maria Latella (da Il Messaggero e Il Gazzettino)

Dopo un grande dolore, dopo una sconfitta bruciante, c’è chi si chiude in casa, chi parte per un lungo viaggio e dopo scrive un best seller come «Ama, mangia, prega». E chi se ne va al Cairo, impara l’arabo e aggiunge tasselli importanti al percorso che l’ha portata qui, tra marmi freddi e spazi luminosi. Alla Farnesina insomma. Seconda donna a ricoprire la carica (la prima fu Susanna Agnelli) e primo ministro degli Esteri italiani capace di interloquire in lingua araba.
Il dolore da cui parte questo colloquio risale al 2001, alla  sconfitta elettorale di quell’anno. «Ero capolista con Luca Coscioni. Fu una sconfitta bruciante. Uno si mette là, piange un po’…».

Davvero ha pianto?
«Uhh».

Era parlamentare europeo, decise di prendere un periodo sabbatico.
«Ne parlai con Marco (Pannella ndr), mi sostenne nel progetto. E ad agosto 2001 mi trasferii al Cairo».

Ma è di un’altra parte di mondo che Emma Bonino si sta occupando in queste ore. La città si chiama Astana, capitale del Kazakhstan ed è il luogo dove si trova Alma Shalabayeva, moglie del dissidente kazako Muchtar Ablyazov, prelevata con la figlia Alua da agenti della squadra mobile di Roma nella villa di Casalpalocco.  La vicenda è esplosa a livello internazionale.

Come la stessa Bonino ha osservato giorni fa, l’Italia rischia «una figura miserabile». Il governo Letta ha revocato l’espulsione, stabilendo che la Shalabayeva può tornare, ma il caso è tutt’altro che chiuso. Il ministro sotto accusa è quello degli Interni, Alfano. Come Emma Bonino, non ne sapeva niente. Ma per lui sarà più difficile spiegare come sia stato possibile tenere all’oscuro il ministro dell’Interno. Possibile? La domanda alla quale si dovrà rispondere è perché mai il capo della squadra mobile abbia deciso di non avvertire nessuno.

Emma Bonino avrebbe conosciuto i fatti per telefono e grazie a una mail inviatale da un’organizzazione impegnata nella difesa dei diritti umani.

«Fatta verifica con i servizi, risultava che la Farnesina era stata contattata dall’ufficio immigrazione di Roma per verificare se Alma Ayan godesse o no della immunità diplomatica».

Verifica negativa. Consapevole della pericolosità dell’affaire, il ministro degli Esteri mette sull’avviso Angelino Alfano. Incontrandolo il 2 giugno alla festa della Repubblica lo avverte, come si fa tra colleghi:  «Segui personalmente la vicenda, Angelino». Lei stessa ora ribadisce che la Farnesina «ha fatto tutto quel che poteva fare. La signora Shalabayeva è stata ricevuta al consolato di Almati e continuiamo a seguire la cosa con vari incontri con gli avvocati della signora». Quattro magistrati quattro a Roma hanno convalidato le procedure. Emma Bonino conosce troppo bene gli effetti di un caso internazionale per non immaginare che qualcuno pagherà. Che qualche testa cadrà. L’impressione è che toccherà alla polizia chiarirsi e chiarire all’esterno.

Fino a pochi giorni prima, l’emergenza era la situazione egiziana. In tutta quella parte del mondo è in corso una guerra tra sciiti e varie anime dei sunniti.

«Quel che si è visto in Siria, sta succedendo ora in Egitto. Lo scontro è interno al mondo arabo e non è scoppiato per ragioni religiose».

Rivali per impadronirsi di risorse preziose, dal gas al petrolio, sciiti e sunniti si fanno la guerra, oggi come trent’anni fa, con tutto il seguito di fazioni e sottogruppi. L’Europa dovrebbe schierarsi da una parte o dall’altra? E dopo?

«La cosa da fare è evitare che l’Egitto precipiti in una guerra civile. Provando a convincere il nuovo governo a includere anche esponenti dei í Fratelli mussulmani, risolvendo in modo adeguato e rapido il caso Morsi, e mettendo fine ad arresti arbitrari per cominciare So che sia sul fronte dell’economia che su quello istituzionale il precedente governo non era stato particolarmente positivo, ma l’Egitto è sull’orlo del baratro».

Lei è il ministro europeo che conosce meglio quel mondo. Al Cairo c’è rimasta per cinque anni. Il portiere del palazzo dove viveva non riusciva a inquadrarla. Una volta veniva a prenderla un’auto blu, un’altra arrivavano ragazzi in motorino. Indagava: «Lei lavora all’Onu? No. Suo marito quando arriva? «Guardi, da 40 anni sono senza marito. Dubito di trovarlo adesso». Andarsene al Cairo a 50 anni passati per studiare l’arabo e lenire una feroce delusione, rientra nell’imprevedibilità del personaggio. «Sono curiosa, una secchiona per passione. Conoscere una lingua è conoscere una cultura. L’arabo lo scrivi da destra a sinistra, richiede tutta una speciale applicazione. Io facevo arabo classico, quello di “Al Jazeera” per capirci».

Andare a scuola le piace ancora. E ha saputo usare al meglio quelle che definisce «le due grandi scuole che mi consentono di fare oggi il lavoro di ministro degli Esteri». La prima è durata e dura da 38 anni: quasi 40 anni di allenamento con i radicali. «Promuovere democrazia e diritti umani significa anche essere professionali. Capire quando devi fermarti, studiare i dossier seriamente».

Nella costruzione di un ministro degli Esteri è stato ovviamente utile l’esperienza del partito radicale transnazionale. «Un partito piccolo, povero, senza struttura. È grazie a questi limiti che ho imparato a usare Internet già a fine anni Ottanta. Avevamo aderenti da Mosca a Cuba e mica potevo passare ore al telefono, con quel che costava. Ricordo ancora le prima mail. Era il 30 dicembre 1991 io stavo da sola a Belgrado, e Pannella con Cicciomessere, Strik Lievers ed altri era ad Osiek, per solidarietà con i croati contro i serbi. Ci scrivevamo attraverso certi computer pesanti dieci chili».

Secchiona ed educata al senso del dovere. Ma anche al senso della famiglia. Lei ne ha due. La famiglia radicale e quella biologica, rimasta a Brà. «I legami con mia sorella, con mio fratello, con i miei nipoti, sono fortissimi. Insieme all’affetto per Marco. Sono stati i grande asset della mia vita». Adesso è chiamata a una prova in un ministero chiave, importante anche per le imprese italiane. Questo governo ha gente che può aiutare l’Italia a rimettersi in marcia? Colpetto di tosse. «Questo governo nasce per agire su due fronti: economia e riforme istituzionali. Sta cercando di fare il suo mestiere al riparo di coltelli volanti». Da radicale presumo che la Bonino sia contenta del fatto che Berlusconi sostenga i referendum. A lui naturalmente interessano quelli sulla giustizia.

Il ministro degli Esteri si accende di vis politica e spiega che «i referendum radicali non hanno alcuna incidenza sulle vicende giudiziarie di Berlusconi. Spero che li sostenga perché convengono al Paese. Dal punto di vista dei suoi problemi non gli saranno utili ma visto che già una volta li ha fatti fallire, c’è da augurarsi che non ripeta l’errore».

Sarà la situazione difficile, ma a guardarlo da fuori, a scrutare il linguaggio del corpo, il governo Letta non sembra un governo di amiconi. Lei con chi ha legato?
«Soprattutto con Enrico Letta e con Annamaria Cancellieri».

Come mai?
Altra stretta nelle spalle. «Che ne so. Succede… Anna Maria si occupa di giustizia in modo coraggioso e per me, da radicale, questo è importante. Poi, si sa, le simpatie sono di pelle. Chi sono io e come mi colloco i miei colleghi di governo lo sanno. Di me si sa tutto, forse soltanto il numero di scarpe è ignoto».

Per chi pratica il giornalismo di dettaglio, il numero è "39". Un’altra cosa nota è la sua ambizione. Giuliano Ferrara non gliela perdona. «Se la Bonino va al Colle mi seppellisco» aveva scritto due mesi fa. Il ministro degli Esteri si accende una sigaretta. E senza muovere un solo muscolo, senza evocare il nome del più noto dei suoi antipatizzanti ufficiali, concede gelida il suo De profundis: «L’ambizione applicata a un uomo è una virtù, e a una donna no? C’è rimasto in giro qualche stereotipo, mi pare». Ferrara stereotipo? La cosa non gli piacerà.

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