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Pagare con la vita, per dire la verità

Richard Engel e Kathleen Carroll durante il Consiglio di sicurezza UN Photo/JC McIlwaine

Richard Engel e Kathleen Carroll durante il Consiglio di sicurezza UN Photo/JC McIlwaine

Al Consiglio di sicurezza dell'ONU si è discusso mercoledì della necessità di creare nuove forme di protezione per i giornalisti in "prima linea" nei territori a rischio

Quando si pensa alle guerre spesso si dimentica che oltre ai civili e operatori umanitari, c'è un'altra categoria di persone che rischia la vita facendo il proprio mestiere, i reporter. L'attenzione sul difficile lavoro che corrispondenti e giornalisti locali fanno in territori critici quando messi in prima linea, è stata già enfatizzata dagli ultimi eclatanti casi di rapimento in Siria e dalla uccisione, avvenuta solo due giorni fa, di un fotoreporter Ahmed Assem el-Senousy, in Egitto. La faccenda non può più essere ignorata, e gli USA, che detengono per il mese di luglio la presidenza rotatoria del Consiglio di Sicurezza dell'ONU, proprio dopo l'ultimo appello effettuato dall'UNESCO il cui Direttore Generale Irina Bokova ha fortemente denunciato l'uccisione del fotoreporter egiziano, hanno aperto mercoledì un dibattito sulle violenze subite dai giornalisti e sulla protezione dei civili e di questa categoria di professionisti nei territori di guerra. L'ultima volta che il CS ha affrontato l'argomento è stato nel 2006, quando venne approvata la risoluzione 1738. L'iniziativa fu proposta all'epoca da Francia e Grecia, per ricordare alla comunità internazionale e soprattutto ai paesi in guerra, i loro obblighi legali sulla protezione dei giornalisti. 

La risoluzione condanna e spinge affinchè si ponga fine agli attacchi intenzionali contro i giornalisti, professionisti dell'informazione e personale associato, ricordando anche che i reporter devono essere considerati esattamente come i civili e che per questo motivo devono essere rispettati e protetti come loro. La risoluzione ha anche enfatizzato gli obblighi degli stati nel dover prevenire violenze ed abusi sui giornalisti, punendo duramente i responsabili di tali atti.
"La violenza globale contro i giornalisti ha registrato un peggioramento e c'è stato un aumento particolare degli omicidi e arresti sviluppatisi dalle situazioni di conflitto" ha dichiarato poco prima del meeting, l'ambasciatrice USA Rosemary DiCarlo. I dati sono comunque molto preoccupanti. Un comunicato emesso dalla Missione USA alle Nazioni Unite ha provato che soltanto nel 2012 sono rimasti uccisi circa 121 giornalisti, più di 200 sono stati arrestati e messi in carcere e molti altri sono stati presi di mira perchè scomodi al "sistema". Il dibattito che si è protratto per quasi l'intera giornata di mercoledì si è focalizzato soprattutto su un punto: i giornalisti hanno un ruolo critico nel riportare la verità durante i conflitti, per cui nel rispettare la libertà di espressione e di opinione che è un diritto di tutti, bisogna fare il possibile per proteggere questi professionisti. Tra i rappresentanti del CS intervenuti durante il dibattito, sono stati cruciali i discorsi effettuati dai giornalisti che hanno vissuto sulla propria pelle le atrocità dei conflitti. 
Il primo ad usare parole forti, è stato il giornalista somalo Mustafa Haji Abdinur di Radio Simba e corrispondente per l'agenzia France Presse. Abdinur per dare un esempio della complessità del fare il suo mestiere in Somalia, ha esordito dicendo come viene soprannominato dalla gente del posto, ovvero "dead man walking"- uomo morto che cammina. Il racconto di Abdinur ha fatto certamente capire meglio, quanto sia complicato vivere andando ogni giorno a lavoro, con la paura di essere uccisi solo perchè si dice la verità. Abdinur ha raccontato cosa vuol dire fare il reporter in una realtà come la guerra civile somala, durante la quale i giornalisti sono la prima categoria a dover essere eliminata. "Se non piace una storia vieni messo in prigione" racconta Abdinur, "Mi sono salvato perchè non mi hanno ancora trovato". 
Quel che è certo, è che tutti i reporter inviati in territori di guerra, mostrano al mondo un grande coraggio ed una grande determinazione. "La comunità internazionale può aiutare a risolvere il problema" ha detto Abdinur durante il suo intervento aggiungendo, che un grave problema in Somalia è che quasi tutti i responsabili degli attacchi ed abusi ai reporter rimangono impuniti perchè il sistema giuridico non prevede pene per loro. "Mostrare la mia faccia qui a voi tutti ed al mondo mi mette ancora più a rischio" ha poi concluso. 
A seguire c'è stato l'intervento di Richard Engel della NBC. Quando era inviato in Siria, Engel ha raccontato di essere stato rapito insieme ad altri reporter e di essere soltanto in seguito, riuscito a scappare. Engel ha messo in evidenza quanto sia difficile identificare i giornalisti oggi, nel senso che ormai il più delle volte si tratta di "attivisti con una cinepresa" ha detto durante il suo intervento. "Siamo una categoria speciale di persone, possiamo far arrabbiare la gente dicendo la verità. Dicendo ai governi cose che non vogliono sentire" ha detto Engel, ponendo poi un quesito al CS dell'ONU,  e cioè chi sono i giornalisti oggi?  Chi ha bisogno di essere protetto? 
Engel ha raccontato di aver visto almeno 200 persone filmare gli scontri, mentre si trovava in piazza Taksim in Turchia poche settimane fa e che si trattava per lo più di blogger, freelance e attivisti. Come si fa dunque a definire la categoria e quindi a creare protezione? 
Anche il giornalista iracheno Ghaith Abdul-Ahad del Guardian ha ricordato di come i giornalisti siano soprattutto dei lavoratori, al pari delle infermiere e dei medici. Abdul-Ahad ha sottolineato che la cosa più grave è che i responsabili degli attacchi ai giornalisti, si considerano spesso immuni alla giustizia, perchè non vengono quasi mai puniti. "Bisogna sforzarsi nel riconoscere i giornalisti come una forza umanitaria" ha dichiarato il giornalista iracheno, esortando la comunità internazionale nel fare quindi, ulteriori passi avanti nello studiare nuovi meccanismi di protezione.  
“Quando i giornalisti vengono uccisi, l'informazione che riguarda le minacce alla pace ed alla sicurezza internazionali è spesso sepolta" ha dichiarato invece il Deputy Secretary-General Jan Eliasson al consiglio. Eliasson ha anche aggiunto che ogni volta che un reporter è intimidito o minacciato "c'è una voce in meno che può parlare per conto delle vittime di conflitti, crimini e abusi dei diritti umani…un osservatore in meno che può sforzarsi nel sostenere i diritti e assicurare la dignità umana" ha affermato Eliasson.
Kathleen Carroll,  executive editor della Associated Press e vice capo del Committee to Protect Journalists (CPJ), nel suo intervento ha sottolineato come i giornalisti rappresentino soprattutto i cittadini: "Un attacco ad un reporter è una delega per un attacco alle persone, un attacco al loro diritto all'informazione sulle loro comunità ed istituzioni".
I giornalisti costituiscono gli occhi e le orecchie del mondo nei territori a rischio ed espongono loro stessi al pericolo di violenze ed abusi, quotidianamente. Visto che costituiscono l'unica fonte di denuncia per le violazioni dei diritti umani effettuate da governi e ribelli, sono anche quindi, una categoria da preservare in modo prezioso. 

 

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