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“The Mission”: il fine giustifica i mezzi?

Una immagine di un campo profughi in Sudan

Una immagine di un campo profughi in Sudan

Associazioni e rete contro "lo show" della Rai che si svolgerà nei campi profughi dell'ONU in Africa. I protagonisti respingono le accuse: il copione non è quello di un normale "reality"

 

In un luogo estremo del pianeta, piazzati davanti alle telecamere e microfonati ventiquattro ore no-stop, otto vip o pseudo tali, vivono una realtà ingannevole in attesa di nomination ed eliminazioni. The Mission, potrebbe essere il solito reality show, ma date le circostanze, sta diventando un caso televisivo prima ancora di essere trasmesso. Il docu-reality di Rai1 infatti, ha scatenato un vespaio di polemiche e critiche ed il condizionale è d’obbligo, sulla sua messa in onda, dopo che due deputati del Pd hanno chiesto al presidente della commissione di Vigilanza, Roberto Fico, di visionare la registrazione della puntata numero zero.

 

Estetica del trash a parte perché tanta indignazione? Previsto per il prossimo autunno, The Mission é ambientato in alcuni campi profughi africani (primo appuntamento in Sudan) e dovrebbe “aiutare” gli operatori dell’UNHCR e dell’organizzazione non governativa Intersos (impegnata in 30 paesi nel mondo) a far conoscere al grande pubblico televisivo il problema dei rifugiati. Ma che c’entra una catastrofe umanitaria di tale portata con lo show-biz? O forse sì?  Chi ha visitato i campi profughi o ha visto reportage e documentari sul tema, sa ad esempio, che non c’è il bagno dove poter fare docce erotiche per alzare gli indici d’ascolto. Lì, la latrina è in comune. Non sono previsti divani su cui bivaccare spettegolando in prime time, né si possono indossare bikini scosciati perché manca l’isola deserta. Lì, si vive sotto le tende o sotto tetti di lamiera a morire dal caldo in estate e a patire il gelo d’inverno. No Frigo, No Internet, No Instagram, No Tweet. Il quotidiano è un’angoscia, il più delle volte un inferno. Ogni giorno muoiono in media cinque bambini. Le piogge trasformano i campi in luoghi di tormento; ammassati e stremati dai viaggi intrapresi migliaia di persone vivono con l’incubo di morire. Le mosche accompagnano le donne in fila per la porzione di riso e farina ed il fango è l’unico elemento fluido di design, per vip creativi.

Nonostante l’intento nobilissimo, cooperazione non fa rima con pietismo, c’è da chiedersi dunque, quale sia il messaggio che verrà fatto passare e perché la Tv pubblica realizzi a fini di spettacolo un progetto basato sullo sfruttamento della sofferenza cui sono sottoposti i profughi. Il quesito è sempre lo stesso: il fine giustifica i mezzi? Quanto spenderà la Rai per questo reality, sul campo e in studio? Quanto prevede di incassare con la vendita degli spazi pubblicitari durante le due puntate? A chi andranno quei soldi? L’utilizzo inappropriato di storie ed immagini di persone in condizione di estrema vulnerabilità è un rischio molto alto che va calcolato, così come è d’obbligo ricordare la Carta di Roma del 2008, un protocollo deontologico concernente l'utilizzo dell'immagine e dell'identità di rifugiati, richiedenti asilo, migranti e vittime di tratta, redatto dall'Ordine dei Giornalisti e dalla Federazione Nazionale della Stampa Italiana in collaborazione proprio con l'UNHCR.

Le Ong che nell'indifferenza internazionale lavorano nelle zone di guerra, protestano ad alta voce e definiscono “inaccettabile e lesiva della dignità di chi deve fuggire dal proprio paese a causa di guerre o persecuzioni”, una simile scelta editoriale della Tv di Stato. Di tutt’altro avviso sono invece i promotori, convinti che il programma sia un modo “per dare riconoscimento ai profughi e sensibilizzare l’opinione pubblica sulle crisi umanitarie. Solo in rare eccezioni – spiega – Marco Rotelli, Segretario generale di Intersos – si accende la luce mediatica sulla sofferenza di milioni di persone, altrimenti dimenticate. Proprio per questa ragione abbiamo accettato di partecipare al programma. La causa ci è sembrata più importante dei rischi di una simile operazione”. A rincarare la dose ci pensa Emanuele Filiberto di Savoia, “principe” televisivo coinvolto nel programma: “La strumentalizzazione è di chi parla senza conoscere il progetto che farà vedere da un’angolazione diversa, il grande lavoro svolto dalle organizzazioni umanitarie. Tra l’altro non c’è nessun premio in palio né un cachet, io non ho preso un euro”.

Soldi a parte, la querelle sembra essere senza fine. Padre Giovanni La Manna, presidente del Centro Astalli, il Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati, ha affidato all’Adnkronos la sua posizione: “Tutto ciò che finisce in televisione diventa esibizione. Il pericolo è di provocare l’emozione dello spettatore per il solo tempo della visione, poi si manda un sms di solidarietà per far tacere la coscienza, si cambia canale e si passa ad altro”. A padre La Manna, The Mission ricorda un programma di qualche anno fa, ambientato a Parigi, che offriva la possibilità di vivere per qualche giorno l’esperienza di un clochard. “Peccato – conclude – che alla fine il protagonista di turno tornava nel suo bell’albergo a 5 stelle”.  Anche la rete si è mobilitata con due petizioni online per bloccare lo show. La prima, lanciata sulla piattaforma Change.org, chiede alla Rai di “fermare questo scempio che specula sul dolore della gente e spettacolarizza i drammi umani di chi vede ogni giorno negati i propri diritti!”. L’altra petizione si trova sul sito Activism.org per chiedere “l’interruzione delle riprese, la sua cancellazione da parte della Rai e un passo indietro da parte dell’Unhcr e di Intersos, che si sono prestate a questa iniziativa, rinnegando i valori di umanità ed etica professionale che dovrebbero caratterizzarle"  Sicuramente Papa Francesco non si riferiva ad un reality show quando nel suo primo viaggio a Lampedusa auspicava che si ponesse attenzione al dramma dei migranti. Quello che stupisce è proprio la scelta dell’entertainment per affrontare un argomento tanto delicato e doloroso. Se la Rai avesse voluto raccontare e valorizzare il lavoro svolto dalla cooperazione internazionale nei territori di guerra o nei campi profughi, lo avrebbe potuto fare in altri modi. Il reale cambiamento comunicativo è quello di riuscire a parlare dei rifugiati non attraverso un uso spettacolaristico delle loro storie, ma riuscendo a cambiare la cultura dei media in Italia.

“The Mission” non sarà impossible ma forse è inopportuna.

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