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La cancelliera Angela Merkel discute con il Presidente Barack Obama, il premier David Cameron e il primo ministro Enrico Letta durante il G20 di San Pietroburgo

La cancelliera Angela Merkel discute con il Presidente Barack Obama, il premier David Cameron e il primo ministro Enrico Letta durante il G20 di San Pietroburgo

La CDU di Merkel resta alla guida di una Germania che non potrà esistere come potenza solitaria senza che certe ossessioni geopolitiche diventino incubi per il mondo intero

 

La CDU di Angela Merkel ha vinto le elezioni di domenica.

Poco importa che si tratti di domenica prossima: la sua vittoria è già di dominio pubblico, e lo schiacciante successo della CSU in Baviera la scorsa settimana è stato solo un antipasto rivelatore.  Pronostico facile, dunque. Ma non era così qualche anno, o anche solo qualche mese fa.

Quando la crisi dell’euro impazzava (soprattutto sui giornali), qualcuno disse che i tedeschi ne avevano abbastanza di pagare i cocci degli altri, e che se ne sarebbero presto andati avanti da soli, o insieme ad altri virtuosi happy few nordeuropei. Un nuovo partito vide la luce in quei giorni bui, Alternative für Deutschland (AfD), che dava voce a quell’aspettativa; la sua linea si poteva riassumere così: o un “euro tedesco”, senza PIGS (Portogallo, Italia, Grecia e Spagna), oppure il ritorno puro e semplice al buon vecchio marco, simbolo del Wirtschaftswunder, del miracolo economico e della stabilità tranquilla dei bei tempi d’una volta. Oggi (sondaggio Stern-RTL de 5 settembre), l’AfD è accreditato del 4%, appena un punto in più di un'altra secrezione della crisi: i Piraten. Il primo, all’epoca, era candidato dai media a svuotare i serbatoi elettorali della CDU; il secondo, quelli dei socialdemocratici dell’SPD. Oggi, stando ai sondaggi, né l’uno né l’altro entreranno al Bundestag.

Non è nostro compito cercar di stabilire se sia meglio, per la ripresa economica, il rigore o la finanza allegra, oppure un ibrido dei due. Né d’indagare se il merito del rinnovato buonumore dei tedeschi si debba ascrivere alle scelte di Merkel o a quelle, assai più rigorose e rigoriste, del suo socialdemocratico e assai pragmatico predecessore Gerhard Schröder.

Né scaveremo nei paradossi elettorali germanici, grazie ai quali i democristiani ampiamente vittoriosi rischiano di non poter rifare la coalizione attuale se per caso (come è possibile) i loro alleati liberali rimangano esclusi dal parlamento. Un rischio che non è detto che dispiaccia, in casa Merkel: un’eventuale nuova “grande coalizione” (CDU-CSU + SPD) riporterebbe infatti all’altare i partiti europeisti, tagliando fuori gli scettici e gli acrimoniosi isolazionisti.

La questione che ci interessa qui è, come recita il titolo di questa rubrica, di ordine geopolitico.

La Germania non può esistere come potenza solitaria. È uno dei pochi lasciti della Seconda Guerra mondiale ancora valido e, geopoliticamente parlando, valido probabilmente per i decenni a venire. Per russi, americani, inglesi e francesi innanzitutto, una grande potenza tedesca nel cuore dell’Europa, che persegua isolata il suo destino nazionale, continua ad essere una minaccia troppo grande. Sarebbe corteggiata dai (geograficamente) lontani competitori strategici di russi e americani – i cinesi, magari di nuovo i giapponesi, e forse, chissà, anche da altri: turchi, indiani, brasiliani e così via – ma questo renderebbe solo più minacciosa ancora quell’eventualità. Come disse Margaret Thatcher alla vigilia della riunificazione, nel 1990, (cito ad sensum) “gliele abbiamo suonate due volte, siamo pronti a suonargliele una terza”. Le parole furono certamente altre (pare provengano da un off indiscreto), ma lo spirito era precisamente quello.

Com’è noto, la riunificazione ci fu, la terza guerra mondiale no, e fu Margaret Thatcher a perdere il posto, non Helmut Khol. Ma ci fu, la riunificazione, a un prezzo molto chiaro: che il ritorno in forza della Germania come potenza mondiale fosse diluito in un processo più ampio – quello europeo – , di cui essa fosse al tempo stesso avanguardia e principale beneficiario, ma sotto stretto controllo – e con una partecipazione agli utili – dei più prossimi alleati. In poche parole: una delle condizioni di quell’accordo fu proprio che i tedeschi continuassero a pagare i cocci degli altri in Europa. Al di fuori di questo compromesso, la Germania diventa il Quarto Reich, e si trova isolata e accerchiata nel cuore dell’Europa. E le minacce di Thatcher tornano d’attualità.

Nel 2015 – dopodomani – saranno settant’anni dal crollo dell’impero hitleriano. Per molti, è un tempo sufficiente per dimenticare la Schuldenfrage, la colpa che i tedeschi portano storicamente per aver provocato la guerra e per gli indicibili massacri nei territori occupati.

Ma le colpe, si sa, vanno sempre e solo agli sconfitti. Nessuno ha mai chiesto agli americani di scontare la colpa di Hiroshima o agli inglesi di scontare la colpa di Dresda e Amburgo (per non parlare dei russi). In questione, dunque, è la colpa geopolitica della Germania di aver voluto, tra il 1933 e il 1945, marciare da sola. Una colpa che sconta (anche) finanziando le spese scriteriate dei PIGS e il dirigismo compulsivo dei francesi.

Il più grande successo politico di Merkel è stato vincere l’isolazionismo in casa propria. Ma non è stata la sua visita a Dachau a ricordare ai tedeschi la loro precaria condizione geopolitica. Anzi, è stato il ritrovato sorriso della sua economia che ha fatto passare le ossessioni geopolitiche in secondo piano.

Ma se l’economia tedesca smette di sorridere, è il mondo intero che ridiventa triste.

 

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