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Viaggio senza omertà nelle terre dei migranti/1 Eritrea

Il dittatore eritreo Isayas Afeworki con Silvio Berlusconi quando era capo del governo

Il dittatore eritreo Isayas Afeworki con Silvio Berlusconi quando era capo del governo

La nuova strage nelle acque di Lampedusa può essere raccontata in tanti modi. Noi lo facciamo senza retorica e andando a scoperchiare certe verità nascoste che spiegano perchè gli eritrei vogliono scappare dalla propria terra mentre gli italiani arrivano per concludere lucrosi affari...

 

Ci hanno stufato le lacrime, la retorica paternalista e Il lutto nazionale. Le indignazioni fine a se stesse. Del rischio di nuovi cadaveri sepolti in fondo al mare, a pochi metri dalle coste italiane, avevamo già parlato diversi mesi fa. Anticipando nuove tragedie. Ed urlando il collasso di Lampedusa, la porta d’accesso all’Europa. Il rischio di paralisi delle sue strutture di accoglienza. E non ci voleva chissà quale analista per farlo.

La nuova strage del canale di Sicilia può essere raccontata in tanti modi. Noi vogliamo farlo ricordando quella parte di verità nascosta che solo in pochi hanno cercato di spiegare. Andando oltre la dimensione di umana sofferenza e di vite spezzate. Pensiamo infatti che nella banalità delle domande poste da Bruno Vespa al capitano della guarda costiera  “li ha guardati tutti negli occhi gli ultimi migranti che ha salvato’?” ci sia tutto, o quasi, dell’avvilente approssimazione e superficialità del dibattito italiano. C’è la spoliticizzazione del dramma dei migranti. Il rifiuto di porsi interrogativi scomodi o formulare risposte troppo complesse rispetto alle più semplici descrizioni dei dettagli emotivi e scenografici delle tragedie, ingrediente preferito dai media spazzatura italiani: la donna incinta che piange al suo arrivo in Italia (c’è chiaramente poco da ridere); o il nobile soccorso prestato dalle autorità nazionali – italiani brava gente! – in condizioni proibitive (Il minimo che si possa fare).

Il livello politico delle discussioni da salotto è limitato alle consuete invettive leghiste contro l’immigrazione e contro la ministra Kyenge. Ma anche alle mistificazioni buoniste di grossi pezzi della sinistra. Cominciamo dunque a raccontare da oggi la realtà politica di paesi di cui ignoriamo molte cose. O tutto. Oppure fingiamo di non sapere.

Molti dei disperati arrivati ieri senza vita al largo delle nostre coste sono somali ed eritrei. Della Somalia abbiamo raccontato qualche settimana fa. Riassumendo brevemente la storia di un Paese in ginocchio o di un ex failed State che cerca di riscattarsi. Abbiamo ricordato la tragedia di un Paese senza stato per oltre ventanni e della sua difficile lotta contro il terrorismo degli Al-Shabab. Dei buoni motivi, in fondo, per cercare sicurezza altrove. Dell’Eritrea sembra si sappia poco in Italia. In realtà molto si nasconde sulla realtà di un Paese allo stremo. Di un regime che costringe ogni giorno, centinaia di eritrei ad una fuga disperata. L’Eritrea fu dove, alla fine del secolo XIX, cominciò la storia del nostro colonialismo straccione. Dalle baie di Asmara, Massaua ed Assab l’Italia liberale cominciò la ricerca di quel posto al sole nella “scramble for Africa” che culminò nel riscatto fascista della conquista dell’ Etiopia. L’impresa concepita da Mussolini per far dimenticare l’umiliante sconfitta di Adua inflitta agli italiani dalle forze etiopiche nel 1896 (La prima subita da un esercito occidentale in terra d’Africa).

Nel secondo dopoguerra l’Eritrea ottenne l’indipendenza federandosi con l’Etiopia. O meglio fu ad essa federata per il volere delle grandi potenze e con la benedizione delle Nazioni Unite (1952). L’annessione decretata dieci anni dopo dal governo di Addis Abeba diede inizio ad una guerra di liberazione che durò per oltre trentanni. Sino allo storico referendum che, nel 1993, sancì l’indipendenza dell’Eritrea, guidata allora, come ancora oggi, dall’ex guerrigliero Issayas Afewerki. Dal 1993, Afewerki è il padre padrone dell’Eritrea. Appellativi in fondo generosi. Perodicamente, da oltre dieci anni, rapporti di Amnesty International, Human Rights Watch, International Crisis Group parlano dell’Eritrea come una delle più repressive e sanguinarie dittature oggi esistenti. Peggio, molto peggio della Siria di Assad. O della Corea del Nord di Kim Jong.  

Anche per effetto delle continue tensioni con l’Etiopia – una guerra di confine scoppio tra i due Paesi nel 1998– Afewerki ha imposto un servizio militare obbligatorio permanente a tutti gli eritrei, uomini e donne, per una durata decenneale.  Paese tra i più poveri al mondo, l’Eritrea spende in armamenti oltre il 6% per cento del misero prodotto interno lordo, 4 punti in più rispetto alla media mondiale. Il governo di Asmara dispone di 200.000 soldati armati, circa 40.000 ogni milione di abitanti. In campi di prigionia e lavori forzati, “i militari” costruiscono strade, dighe, case, alberghi e strutture pubbliche. I militari eritrei arrestano per prassi i familiari dei cittadini di cui è accertata la renitenza alla leva. Chiedendone cifre astronomiche per la liberazione.

Non c’è stampa indipendente né opposizione politica in Eritrea. Giornalisti dissidenti e oppositori sono in galera, torturati o uccisi. I più fortunati sono riusciti a fuggire all’estero. Molti sono anche stati restituiti ad Afewerki dall’Italia. Grazie ai vergognosi accordi italo-libici sul respingimento dei migranti, siglati dall’ex ministro degli interni Roberto Maroni con il regime di Gheddafi (2008). In Italia, se si escludono alcune iniziative dei radicali italiani, c’è stata solo una documentatissima inchiesta de l’Espresso nel 2009 curata da Fabio Gatti. Il silenzio della politica italiana sull’Eritrea è piuttosto omertà, forse anche più grave della censura dei grandi media. È un’omertà che contagia destra e sinistra. In Eritrea, infatti, ci sono tutti. Ma non lo dicono. Ci sono le regioni di tutti i colori: Lombardia, Marche, Toscana. La chiamano cooperazione decentrata. Vantano ottime relazioni con le autorità eritree. Ma hanno pochi, pochissimi scrupoli sulla repressione e sulla condizione dei diritti umani nel Paese.

Roberto Formigoni e il suo cerchio magico di Comunione e Liberazione sono stati per anni gli sponsor della penetrazione economica lombarda in Eritrea (industria tessile ed edile). Dei veri cristiani. Ci sono imprenditori della brianza, del varesotto e del ravennate che lavorano alla progettazione di appartamenti, di hotel di lusso o nel settore alimentare. Tanti altri del casertano e del basso Lazio si appoggiano a consorzi opachi del napoletano per entrare nel mercato del turismo. E progettare magari originalissimi pacchetti vacanze. Con rigorosa inclusione di visite guidate ai più suggestivi tra gli oltre 35 centri di tortura e detenzione sparsi nel Paese.  Ma non è tutto.  

L’Eritrea è sottoposta dal 2009 ad un embargo militare, una misura imposta dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU per il sostegno dato dal regime di Asmara agli Al-Shabab in Somalia. Nelle scorse settimane, l’Italia è stata oggetto di accuse pesanti da parte degli ispettori del Palazzo di vetro. Imprenditori italiani con “buone coperture” sembrerebbero aver violato l’embargo ONU, ricorrendo all’esportazione fasulla di elicotteri, veicoli civili e macchine agricole “convertibili”, destinabili cioè ad uso militare. Il rapporto pubblicato dagli ispettori ONU in luglio aveva parlato apertamente di scarsa cooperazione mostrata dalle autorità italiane nella condivisione delle informazioni sui rapporti economici con l’Eritrea. Una vicenda che ha creato non pochi imbarazzi alla Farnesina.

In conclusione, c’è una parte d’’Italia che sa bene quello che accade nella dittatura di Afewerki. È un buon pezzo di “classe dirigente”. Gente che potrebbe spiegare agli italiani perchè dall’Eritrea, in tanti, abbiano una così gran voglia di scappare. A costo di rischiare la vita su barche di fortuna. Ma è gente che rimane in silenzio. Anche in questi momenti di dolore. E di vergogna.

 

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