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Dell’obbligo di saper decidere

Sull’indecisionismo di Barack Obama e François Hollande: al vertice di Stati Uniti e Francia c’è stato un errore di casting?

 

Una mia cara amica, che ha letto la mia ultima rubrica dedicata ai due presidenti più indecisionisti della storia recente – Barack Obama e François Hollande – mi ha scritto per domandarmi: Ma quali decisioni dovrebbero prendere?

Spero che il Direttore non me ne voglia se abuso della sua ospitalità per rendere pubblica la mia risposta.

La prima domanda che l’analista (geo)politico si deve porre non è “quali decisioni prendere”, ma “in vista di quali obiettivi”. In altri termini, prima di tutto occorre focalizzarsi sugli obiettivi che una determinata parte politica vuole, o deve, o dovrebbe raggiungere.

Gli scopi di una grande (gli Stati Uniti) e di una media (la Francia) potenza si misurano oggi in termini strategici, perché viviamo in una situazione di estrema fluidità. Mi spiego: durante la cosiddetta “guerra fredda”, il quadro generale era dato, e i sistemi di alleanze relativamente stabili. In linea di massima e con le dovute eccezioni, le decisioni erano tattiche e non strategiche: la Francia era strategicamente nell’alleanza occidentale ma, tatticamente, poteva decidere di uscire dal comando unificato della NATO, riconoscere la Cina, o spedire delle navi cariche di biglietti verdi negli Stati Uniti per farsi dare in cambio dei lingotti d’oro, giusto per mettere la Federal Reserve alla berlina. Erano, insomma, delle scappatelle dal tetto coniugale (nel caso di de Gaulle, vere e proprie fughe con tanto di fanfara, ma il tetto coniugale restava quello).

Oggi è diverso: è il quadro strategico ad essere fluido. Certo, la Francia e gli Stati Uniti sono “alleati”; ma lo sono più per inerzia che per scelta. In occasione dell’ultima grande decisione di politica estera degli Stati Uniti – la guerra del 2003 – Washington e Parigi sono stati tutt’altro che alleati.

Nessuno sa quale sarà nel dettaglio il quadro strategico del prossimo avvenire. Ma la responsabilità di un dirigente politico dovrebbe essere di analizzare le grandi tendenze, individuare delle priorità, elaborare delle ipotesi sulla base di quelle priorità, fare delle scelte sulla base di quelle ipotesi, e prendere delle decisioni pratiche sulla base di quelle scelte. L’incapacità di prendere delle decisioni dipende quindi dal fatto che la catena analisi-priorità-ipotesi-scelte-decisioni è interrotta da qualche parte; oppure, che i dirigenti politici non sanno/non vogliono prendere decisioni. Oppure – ed è il nostro caso – un mix delle due cose.

Nell’attuale tendenza al mondo multipolare, le priorità degli Stati Uniti e della Francia sono abbastanza chiare. I primi devono cercare di preservare il loro status di primi inter pares in un mondo in cui i pares sono sempre più numerosi e arrembanti. Tutti i passi verso la “multipolarizzazione” vanno necessariamente a detrimento innanzitutto degli Stati Uniti. Se non vogliono trovarsi di fronte ad un “rischio URSS”, devono imparare a gestire – all’interno e all’estero – la loro perdita di peso relativa. Concretamente: devono abituarsi al fatto che persino i suoi alleati-clienti-fornitori (penso all’Egitto, all’Arabia Saudita, a Israele, al Pakistan e addirittura all’Afghanistan) rispondano picche, li ignorino, o li prendano anche a sberle, ogni tanto. Può far male, certo, ma è noto che più in alto si è, e più ci si fa male cadendo.

Per la Francia, le cose sono anche più semplici, perché non esistono alternative all’integrazione continentale. Ma anche in questo caso, Parigi ha tre possibilità: resistere ai vincoli europei fino a raggiungere il punto di rottura, e rischiare di precipitare in un isolamento nord-coreano; limitarsi a subire il corso degli eventi; prendere delle iniziative dinamiche e cercare di riavviare quell’asse franco-tedesco che oggi è sempre più tedesco e sempre meno franco.

Sia l’America che la Francia hanno bisogno di modestia, lungimiranza e capacità decisionale. Le “difficoltà oggettive” sono particolarmente ardue, certo. Ma, a queste, si è aggiunta la “difficoltà soggettiva”: né Obama né Hollande hanno mostrato, finora, modestia, lungimiranza e capacità decisionale.

Si potrebbe dire che, al vertice dei due paesi, c’è stato un errore di casting. Di sicuro, Hollande non era tagliato per il ruolo di decision maker: è un eccellente polemista, raffinato, spiritoso e dalla battuta pronta; ma non è mai stato un capo; un’assemblea di condominio gestita da Hollande finirebbe di sicuro in rissa collettiva. Obama, se avesse seguito la sua vocazione, sarebbe stato un eccellente predicatore, capace di mobilitare le folle, i loro sogni e le loro lacrime; messo di fronte al dovere di prendere decisioni, sarà invece ricordato come il presidente che ha sprecato otto anni in uno dei frangenti più critici della storia americana.

Per finire, direi alla mia amica che, soprattutto per gli Stati Uniti, in questa fase, prendere una decisione, anche sbagliata, è meglio che non prendere nessuna decisione. So di ferire i suoi sentimenti, ma sono convinto che, per questa ragione, la storia sarà più clemente con George W. Bush che con Barack H. Obama.

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