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L’Iran, gli Stati Uniti, Israele e il ritorno al futuro

Il Segreatario di Stato USA John Kerry con il Ministro degli Esteri iraniano Mohammad Javad Zarif

Il Segreatario di Stato USA John Kerry con il Ministro degli Esteri iraniano Mohammad Javad Zarif

A Ginevra c'è molto più in ballo che un accordo sul nucleare

 

La grande mobilitazione delle diplomazie convenute questo week-end a Ginevra è proporzionale alle aspettative d’un accordo sul nucleare iraniano. In realtà, in ballo c’è molto di più. Cerchiamo di capire, cominciando dagli Stati Uniti.

Si sente spesso dire che, grazie a Obama, gli USA non vogliono più essere i gendarmi del mondo. La realtà è che non possono più essere i gendarmi del mondo. La sconfitta in Irak, la beffa in Egitto, il pasticciaccio in Siria e l’impasse israelo-palestinese hanno spinto Washington ai margini del Medio Oriente; ma la possibilità di esserne a termine esclusi è un lusso che la prima potenza mondiale non può permettersi.

Un’altra cosa che si sente dire spesso è che l’America non vede l’ora di abbandonare quel groviglio di faide senza fine che è il Medio Oriente; e ora che le rocce di scisto hanno parlato, quel giorno è ormai vicino.

Questa ipotesi è inesatta per almeno tre motivi (in ordine di importanza crescente):

Israele. Se gli Stati Uniti abbandonano il Medio Oriente, Israele perde il suo protettore più importante, anzi il solo. L’indebolimento americano è da tempo nei calcoli dei leader dello stato ebraico, costretti a prender le misure per sopravvivere da soli. Per riuscirvi, la sola ricetta è mediorientalizzarsi, cioè cominciare a pensare e ad agire come un qualunque Stato del Medio Oriente, e non più come un’isola felice di pura occidentalità circondata da una massa di levantini infidi e biliosi. Gran parte dei tonitruanti appelli di Netanyahu va letta in questa chiave.

Secondo: l’isolazionismo, per quanto in apparenza seducente, oggi non è un’opzione per nessuno, tanto meno per gli Stati Uniti.

Terza ragione, la più importante: l’interesse dell’America per il Medio Oriente è solo in parte un interesse energetico. È, soprattutto, un interesse strategico. Gli USA, in Irak, non sono andati per portarsi via l’oro nero, come hanno ripetuto a sazietà tanti faciloni: e infatti, la metà degli oltre due milioni di barili di petrolio prodotti ogni giorno in Irak se ne parte oggi alla volta della Cina. Quello che ai faciloni sconcertati sembra essere un mistero è invece la soluzione del mistero: gli USA sono andati in Irak perché la Cina ha sempre più bisogno di petrolio e, secondo l’EIA, il 51% delle sue importazioni arriva dal Medio Oriente. Il Giappone, che è pur sempre la terza potenza mondiale, acquista in Medio Oriente quasi il 90% del proprio fabbisogno di petrolio.

Controllare i traffici dal Golfo significa dunque tenere per il filo la spada di Damocle sospesa sopra la testa della produzione industriale cinese e giapponese (e coreana, indonesiana, indiana, etc.): è la migliore arma a disposizione degli americani per negoziare il proprio declino da posizioni di forza. Il petrolio c’entra, eccome: ma non quello che secondo i faciloni dovrebbe andare negli Stati Uniti; quello che va in Asia orientale.

Nel 1979, gli americani hanno perso il loro alleato più importante nella regione: l’Iran. Fino ad allora, lo avevano vezzeggiato al punto di chiudere entrambi gli occhi sul suo programma nucleare. Se lo Scià «è ancora vivo a metà degli anni Ottanta – avvertiva la CIA nell’agosto del 1974 – e se altri paesi (i.e. l’India) hanno sviluppato il loro armamento [nucleare], non ci sono dubbi che l’Iran farà lo stesso». Perciò, quando l’amministrazione Ford (in particolare il suo ministro della Difesa, un certo Donald Rumsfeld) aveva autorizzato Teheran nel 1976 a dotarsi delle strutture necessarie a padroneggiare il ciclo completo dell’atomo, sapeva cosa stava facendo.

Nel 1979, gli Stati Uniti tentarono di farsi amici gli ayatollah. Ma Khomeini si era messo in testa di diventare il capo dei musulmani del mondo intero; e per questo doveva sacrificare pubblicamente i due amici più sicuri dell’Iran: gli Stati Uniti e Israele. Si sa che in gran parte quel sacrificio fu solo di facciata: a Reagan, l’Iran diede gli ostaggi dell’ambasciata e di che finanziare la guerriglia in Nicaragua; e Israele sostenne direttamente (col bombardamento del reattore di Osirak, presso Baghdad) e indirettamente (con consiglieri e pezzi di ricambio) l’Iran nella lunga guerra contro l’Irak.

Oggi che il sogno di Khomeini è sepolto da un pezzo, e a Teheran sono rimasti solo crediti non saldati, pesanti sanzioni e imbarazzanti bedfellows, la lunga sceneggiata dell’inimicizia ha da finire.

Questo è il vero scopo della lunga trattativa che ha preceduto la telefonata di Obama e Rohani. Questa è la ragione per cui tutti si sono accalcati a Ginevra. Si può scommettere che sauditi, francesi, russi e cinesi (e plausibilmente anche giapponesi e indiani) siano più nervosi degli israeliani. Ma il terreno scelto per questa colossale rappacificazione – il nucleare – non consente a nessuno di giocare al tanto peggio tanto meglio.

Ma le insidie maggiori vengono proprio da Teheran e da Washington. Nell’una e nell’altra capitale, tra le fila dei falchi allignano quelli che sull’inimicizia tra Stati Uniti e Iran hanno costruito le proprie fortune. Rimandare l’accordo, come temono Rohani e Obama, può permettere loro di riorganizzarsi. Molto probabilmente, lo pensa anche Fabius.

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