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Profughi siriani in cerca di rifugio nei campi palestinesi

In quartieri di Beirut già affollati, dove migliaia di persone vivono da più di sessant'anni, arriva oggi chi fugge dalla Siria. A Shatila i 10.000 residenti sono diventati 19.000. Si dorme in dieci in una stanza e le risorse scarseggiano

In ogni crisi umanitaria esistono gli ultimi degli ultimi, gli invisibili, i più vulnerabili. Quei coni d'ombra dove persone che hanno bisogno di tutto cercano di sopravvivere tenacemente, in ogni modo. La crisi siriana, ovviamente, non fa eccezione. Anche se il disastro umanitario è così grande da rendere difficile anche il paragone tra le varie situazioni.

Scendendo dalla macchina all'entrata del campo palestinese di Shatila a Beirut ci si rende conto che qui la situazione è molto dura. Incamminandosi per il mercato, la prima impressione è la radicale differenza in confronto alle altre zone della capitale libanese. Quelli che sono chiamati “campi palestinesi” sono in realtà veri e propri quartieri dove migliaia di persone vivono da più di sessant'anni. Da queste parti ci sono seconde e terze generazioni di palestinesi che sognano la propria terra, ma che ne hanno solamente sentito parlare dai propri padri e nonni. La popolazione di Shatila è raddoppiata con la crisi siriana: da 10.000 residenti, il conflitto armato ha portato qui altrettanti profughi, facendo arrivare il numero di abitanti a 19.000. Qui si sono rifugiati i palestinesi del campo di Yarmouk in Siria: tra parenti e amici hanno trovato un posto dove stare, una stanza dove magari vivere anche in dieci. Ma nei campi palestinesi hanno trovato spazio anche i siriani che, senza soldi, hanno cercato una casa o una stanza a buon mercato in questa zona. L'atmosfera non è delle migliori: nei campi le risorse scarseggiano già nella normalità e l'impatto della crisi ha peggiorato ancora di più la situazione.

Anche qui i rifugiati siriani raccontano l'orrore della guerra, le immagini di morte, i suoni che i bambini non possono dimenticare. Intere famiglie che hanno lasciato le loro case per paura dei combattimenti e dei bombardamenti incessanti. “Per il primo anno e mezzo abbiamo subito la guerra, ma poi era troppo: non potevamo più andare al lavoro o uscire da casa. Non avevamo più nulla: cibo, acqua, pane” ci spiega un palestinese siriano di Yarmouk. “I bambini erano molto deboli, lì ora si muore di fame”gli fa eco la moglie che qui a Beirut cerca di arrangiarsi con qualche lavoro malpagato e soprattutto illegale, visto che i rifugiati ufficialmente non hanno il permesso di lavorare. In nove vivono in una stanza: sette bambini e i genitori. La cucina è un fornelletto in un angolo. Il bagno è separato dal resto dello spazio da una tenda. “Se non avessimo famigliari e amici, non sapremmo come fare: senza il loro aiuto non andremmo avanti”sottolineano marito e moglie, mentre ci raccontano che il figlio più grande, 12 anni, vende caramelle ai semafori per racimolare qualche soldo.

A Shatila, come negli altri campi profughi palestinesi, opera la delegazione libanese della Mezzaluna Rossa Palestinese. Gestiscono alcuni ospedali, ma anche progetti per avvicinare la comunità al primo soccorso e al volontariato: un modo per rendere partecipi gli stessi palestinesi e ora i siriani delle attività per la salute. “I bisogni sono enormi, è difficilissimo fare fronte a tutto”, racconta una delle operatrici che ci accompagna nel campo. Anche qui il problema sociale tra gli abitanti e i nuovi arrivati si sta facendo pian piano spazio. E proprio le attività per l’inclusione sociale sono un’altra delle nuove priorità. Dopo Shatila, andiamo in un altro campo, molto più piccolo, quello di Mar Elias. Qui la situazione sembra più gestibile, anche se le richieste sono molto simili. La Mezzaluna Rossa Palestinese ha un centro, dove si insegna il primo soccorso, dove c’è una biblioteca per i più piccoli e dove ci sono lezioni settimanali sull’alfabeto e la lettura: “un modo per supplire la mancanza dell’insegnamento per i bambini rifugiati” ci spiegano. Ma questo centro è soprattutto un punto di riferimento per un gruppo di donne palestinesi e siriane che lavorano insieme per aiutare la propria comunità. “Prima ero timida, non uscivo da casa. Ora sento che sto facendo qualcosa di importante per gli altri. Il volontariato è diventato un momento fondamentale della mia giornata”, racconta una volontaria palestinese-siriana. Tra l’immenso bisogno di tutto, medicine, cibo, acqua, un riparo sicuro, c’è ancora chi cerca di dare una risposta concreta e vera. Fortunatamente. @TDellaLonga

 

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