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Il Déjà vu della Francia in Africa

Il Presidente francese Francoise Hollande

Il Presidente francese Francoise Hollande

Motivi e interessi dietro all'intervento francese nella Repubblica Centro africana, dopo quello in Mali (e in Libia e quasi in Siria)

 

Si sa l’Africa non fa notizia. Viene “venduta” con lo stereotipo del bambino con la pancia gonfia e le mosche intorno oppure con qualche gruppo ribelle che si scontra con un governo locale. Comunque vada, sempre come qualcosa che nell’immaginario è lontano da noi anni luce e che vive guerre e carestie come condizioni di vita permanenti. Eppure
non tutta l’Africa è così, anzi. E soprattutto non è poi così lontana da noi. Flussi migratori e materie prime ci ricordano quotidianamente che quelle che succede dalla sponda sud del Mediterraneo in poi ha una ripercussione diretta sulla nostra vita.

Vuoi il cellulare all’ultimo grido o una playstation nuova di zecca? Avrai bisogno del coltan che viene dal Congo.  Non ti spieghi perché migliaia di migranti scappano da territori sfruttati dall’Occidente? Molte risposte le avrai in territorio africano, tra multinazionali senza scrupoli e stravolgimenti climatici. Hai un interesse per diamanti, oro o magari addirittura l’uranio? Dovrai volgere il tuo sguardo verso la Repubblica Centrafricana.

Eppure di tutto questo quasi nessuno di noi ha notizia. Negli ultimi mesi un modello di relazioni internazionali si sta facendo strada in alcuni stati africani, guarda caso ex-colonie
francesi: l’intervento dei soldati di Parigi per riportare l’ordine. Il socialista Hollande ha schierato le sue truppe in Mali (gennaio) e ora in Repubblica Centrafricana e lo avrebbe volentieri fatto anche in Siria (fine agosto), come il suo ex rivale Sarkozy ha fatto due anni
fa in Libia. A Bamako, come a Bangui, gli scontri erano e sono sanguinari. Ma quello che colpisce è la velocità dell’intervento francese, come se fossimo tornati indietro di qualche decina di anni: al posto dell’intervento multilaterale, si ritorna a quello di una sola potenza in campo.

Certo, nel caso di questi giorni, i francesi hanno avuto anche la benedizione delle Nazioni Unite per una “missione temporanea” insieme ai caschi blu della forza panafricana della MISCA. E sicuramente nel Paese sta andando avanti una situazione di violenza
molto grave. Quello che viene da chiedersi, però, è se interventi strutturati in questo modo non rischino di mettere in crisi i tavoli di concertazione, delegittimando di fatto le Organizzazioni internazionali.

Già alla fine di novembre, il ministro degli esteri francese Jean-Yves Le Drian, aveva annunciato una missione di 1000 uomini, che si andava ad aggiungere al contingente di 400 francesi già presenti a difesa dell’aeroporto centrafricano, per “impedire” che la
situazione di “pre-genocidio” degenerasse in violenza su larga scala. Ecco, su questo termine la stampa internazionale si era interrogata, considerandolo un po’ troppo vago.

Torniamo così al dilemma di sempre: quando bisogna intervenire? E soprattutto chi deve farlo? Gli stati europei ex-colonizzatori, l’Unione Africana, le Nazioni Unite? In Mali, l’intervento francese ha protetto la capitale Bamako dalle mani dei gruppi qaedisti del nord. Nessuno invece si è mosso quando il 24 marzo scorso le forze ribelli della Séléka hanno assaltato il palazzo presidenziale di Bangui, conquistando il potere e cacciando il
presidente François Bozizé.

Ora che la situazione in Mali è più tranquilla, Hollande ha aperto il fronte centrafricano dove solo negli ultimi giorni sono morte quasi 500 persone, con il leader dei Séléka,
Michel Djotodia, presidente ad interim del Paese, che non riesce più a controllare tutte le fazioni ribelli.

Aspettando la visita di Hollande, che si fermerà nel paese tornando dai funerali di Nelson Mandela, due soldati francesi sono già stati uccisi e la violenza continua. La Repubblica Centrafricana è una delle nazioni più instabili della zona e la Francia è intervenuta più di una volta nell’ex-colonia dalla sua indipendenza nel 1960. La maggior parte della popolazione vive sotto la soglia di povertà, anche se il territorio controllato dal governo di Bangui è ricco di diamanti, oro e uranio.

Già, le materie prime nel sottosuolo: gioia e dolore del continente africano. Potrebbero significare ricchezza e sviluppo, mentre il più delle volte sono sinonimo di sfruttamento, violenza e morte. Anche nel 2013, anche nell’epoca del multilateralismo.

Twitter: @TDellaLonga

 

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