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La terza via del Tibet passa dal Trentino

A Trento, la rappresentanza del governo tibetano in esilio

A Trento, la rappresentanza del governo tibetano in esilio

Il governo tibetano in esilio in visita in Italia guarda all'autonomia delle province di Trento e Bolzano come a un possibile modello per risolvere i problemi con la Cina. Kalon Pema Chinnjor, ministro della Religione e Cultura: "Non chiediamo la separazione, ma un compromesso basato sul power sharing"

 

Il governo tibetano in esilio, eletto dalla comunità della diaspora, ovvero da coloro che vivono al di fuori del Tibet "storico", occupato dalla Cina nel 1950, è stato in questi giorni in Italia, concentrandosi soprattutto in Trentino Alto Adige, terra che da anni ormai ha sviluppato con il popolo tibetano e le sue istituzioni un solido rapporto di amicizia. Rapporto cementato da ben tre visite del Dalai Lama, la prima nel 2001, l'ultima questa primavera, e due del primo ministro Lobsang Shangay che, dal 2011, ha sostituito il Dalai Lama nella gestione del potere temporale (il Dalai Lama, come noto, ha rinunciato a ricoprire qualsivoglia carica politica, conservando invece tutta la sua autorità spirituale e morale, consolidata anche dal premio Nobel per la pace ricevuto nel 1989).

A cementare questo rapporto fra due terre di montagna, la prima nel cuore delle Alpi, la seconda nell'Asia centrale, l'Autonomia speciale di cui godono le province di Trento e Bolzano dal Secondo dopoguerra, a cui i tibetani guardano come a una possibile soluzione dei problemi apertisi con l'occupazione del Paese delle nevi da parte delle truppe di Mao e approfonditisi con la durissima repressione dei moti indipendentisti del 1959 (quando l'allora 24enne Dalai Lama, al secolo Tenzin Gyatso, lasciò la sua terra con migliaia di esuli, riparando in India) e resi oggi ancora più difficili dal processo di sinizzazione forzata del Tibet (si calcola che ormai nel Tibet storico vivano circa 7 milioni di cinesi Han, più del totale della popolazione tibetana).

A Trento, Kalon Pema Chinnjor, ministro della Religione e Cultura, parlando a nome anche degli altri ministri presenti – Kalon Dolma Gyari, ministra degli Interni, Kalon Tsering Dhondup, ministro delle finanze, Kalon Tsering Wangchuk, ministro della Salute – lo ha detto chiaramente: "Noi non chiediamo la separazione dalla Cina, ma un compromesso basato sull'autonomia, sul power sharing. Non vogliamo attentare all'integrità territoriale del Paese. Il nostro approccio è quello della via di mezzo (espressione che rimanda anche ad uno degli insegnamenti del Buddha Sakyamuni e alla dottrina buddhista in genere ndr). Vogliamo essere come il Trentino Alto Adige. Quello che dobbiamo fare è cercare di superare la mancanza di fiducia del governo comunista verso il popolo tibetano e viceversa, quella del popolo tibetano verso il governo cinese, e creare una terza via, che conduca ad una società più armoniosa. Sappiamo che anche in Cina molte persone, fra cui intellettuali, artisti e studiosi, hanno compreso le ragioni del popolo tibetano e non guardano con odio al nostro popolo né al Dalai Lama. Ma nostre delegazioni hanno già avuto una decina di colloqui con esponenti del governo cinese, e non c'è stato nessun passo in avanti".

Sorprende la mitezza con cui i rappresentanti della comunità tibetana in esilio, e lo stesso Dalai Lama, da anni conducono la loro battaglia per vedersi riconosciuto un diritto fondamentale, quello a valorizzare la propria lingua e i tratti fondamentali della propria cultura, a preservare l'ambiente naturale del Tibet dallo sfruttamento indiscriminato, a dotarsi di istituzioni autonome. Pochi altri popoli oppressi hanno dato prova, nella storia, di tanta pazienza e disponibilità al dialogo. Tuttavia, in Tibet la situazione rimane esplosiva, come provano le autoimmolazioni con il fuoco a cui numerosi tibetani, religiosi e laici, si sono sottoposti negli ultimi anni, nella tragica emulazione dell'estremo gesto di protesta dei monaci buddisti all'epoca della guerra in Vietnam.

"Già 123 tibetani hanno scelto di darsi la morte con il fuoco – ha detto ancora il ministro – un gesto che noi non incoraggiamo, né sul piano politico né su quello religioso, ma che rimane estremamente doloroso e che testimonia dell'esasperazione che provano oggi i tibetani. Ciò è tragico. Abbiamo dato prova di saperci rinnovare. Ci siamo aperti al mondo, abbiamo democratizzato le nostre istituzioni rappresentative, attraverso il voto di tutti i tibetani che vivono in esilio, molti ancora nei campi profughi sparsi in tutta l'India, oltre che a Dharamsala, dove ha sede il nostro governo. Siamo uno dei pochi esempi di governo, non solo di parlamento, i cui membri sono eletti direttamente. Ma in Cina si può ancora essere arrestati per il semplice fatto di possedere una foto del Dalai Lama".

La strada, insomma, rimane lunga. Probabilmente il Governo cinese oggi attende soltanto che il Dalai Lama muoia, per poterlo sostituire con un'altra autorità più "gradita" (anche in passato il Tibet era retto di fatto da una diarchia, formata dal Dalai Lama e da un'altra figura, quella del Panchen Lama. L'attuale Panchen Lama riconosciuto dal Partito Comunista non è quello indicato dal Governo tibetano in esilio e vive "in cattività" in Cina).

Ma è facile intuire che lo scontro, ormai, non riguarda solo la sovranità esercitata su un territorio che pure rimane strategico, collocato com'è fra Cina e India. Riguarda due diverse concezioni del mondo e dello sviluppo. Una basata su valori anche spirituali (sulla "qualità della vita", diremmo noi più laicamente), l'altra protesa verso lo sviluppo economico, l'una interessata a conciliare uomo e ambiente e l'altra orientata a strappare all'ambiente ciò che le è indispensabile per alimentare la crescita, ad un tempo demografica, economica, dei consumi. Con risultati, peraltro, molto felici, e capaci di condizionare ormai le economie del resto del pianeta.

Vale la pena di osservare, in margine agli incontri avuti dalla delegazione tibetana a Trento e Bolzano, il dato singolare per il quale in Italia le (poche) cose che funzionano vengano costantemente messe in discussione, mentre al di fuori dei confini del Bel Paese vengano prese ad esempio. Parliamo qui di autonomia, tema spinoso, considerato che l'italiano medio sa essere al tempo stesso irriducibilmente campanilista – per non dire di peggio, se consideriamo certe prese di posizione espresse in questi anni dalla Lega Nord nei confronti del Meridione – e fieramente nazionalista, soprattutto quando c'è di mezzo il calcio. Autonomia che significa, in estrema sintesi, stare dentro a uno Stato ma con ampi poteri di autogoverno, in capo alle comunità locali. Mentre popoli come quelli tibetano guardano ad esempi come quello del Trentino e dell'Alto Adige /Sudtirol come ad una possibile risposta, negoziale e non-violenta, alle loro rivendicazioni, c'è chi in Italia continua a metterli sotto processo con argomenti francamente risibili, che dimostrano una conoscenza della storia delle nostre regioni di confine (e delle popolazioni che le abitano) pressoché nulla.

A questo link la conferenza tenuta a Trento dal Dalai Lama lo scorso 11 aprile 2013.

 

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