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Obama e il rebus Africa

Barack Obama in una immagine di un suo recente viaggio in Africa (Foto Reuter)

Barack Obama in una immagine di un suo recente viaggio in Africa (Foto Reuter)

Quel che colpisce è la sempre più manifesta e preoccupante incapacità americana di influenzare gli eventi africani. L'USA-Africa leaders Summitt questa estate a Washington occasione per il rilancio

 

Poche righe, cinque, emesse dall’ufficio stampa della Casa Bianca per annunciare, qualche giorno fa’, lo svolgimento, a Washington, dal 5 al 6 agosto prossimo, del primo USA-Africa leaders Summit.  Nelle intenzioni dell’Amministrazione Obama, il vertice inedito darà seguito “ai progressi registrati dall’ultimo viaggio del presidente americano in Africa, si concentrerà su commercio e investimenti e fornirà l’occasione per ribadire l’impegno di Washington alla promozione della sicurezza e dello sviluppo democratico del continente”. Parole che suonano come un re-engagement. Del viaggio di Obama del giugno 2013 avevamo già raccontato qualcosa sottolineando come le visite in Senegal, Tanzania e Sud Africa non potessero mascherare il sospetto di una crisi inarrestabile delle politiche americane verso il continente africano. Un trend che, tutto sommato, l’afro-americano Obama non è riuscito ad invertire.

Il re-engagement americano dell’era Obama era cominciato un anno fa con lo spettacolare annuncio relativo all’Africa Power, un piano stelle e striscie da 7 miliardi di dollari in 5 anni per raddoppiare la rete elettrica dell’Africa sub-sahariana. Un tentativo generoso di recuperare il terreno perduto rispetto alle potenze emergenti, Cina e India, ormai i principali partner economici del continente. Che dal continente africano ricevono preziose materie prime per finanziare le rispettive crescite economiche, costruendo in cambio infrastrutture, dighe, autostrade (Altro che neo-colonialismo, la parola un po' avventata, usata dall’ex segretario di Stato Hillary Clinton per denigrare l’eticità delle politiche di Pechino e Nuova Dehli).

L’altra amara verità per Washington è che gli ultimi anni in Africa sono stati segnati da un profilo un po' troppo militarista: i raid aerei contro gli Al-Shabab in Somalia, l’addestramento degli eserciti africani per la lotta all’estremismo islamico nella regione del Sahel e, infine, il sostegno alla campagna militare NATO contro Gheddafi. L’esito di queste operazioni non ha dato per ora il successo sperato. E non sembra suggerire un cambio di rotta.

La stabilizzazione in Somalia prosegue molto lentamente: le consuete divisioni politiche e il malgoverno imperante nella nuova amministrazione somala rischiano di favorire nuovamente i miliziani islamisti. In Somalia, Washington si prepara ad una segreta escalation: dopo l’uso dei droni, il dispiegamento di consiglieri militari a Mogadiscio è lo step necessario alla definizione di un piano storico. Ad oltre due decenni dal fallimento di Black Hawk Down (1993), il probabile ritorno in Somalia. Un progetto che torna, diverse volte abortito nel corso della guerra fredda: la creazione di una base strategica sul Mar Rosso e il Golfo di Aden. È ciò a cui Washington sembra lavorare ora dietro le quinte.

Oltre la Somalia, quel che colpisce di questi ultimi mesi è la sempre più manifesta e preoccupante incapacità americana di influenzare gli eventi africani. Mentre altre truppe USA saranno probabilmente dispiegate in Nigeria e nel Sahel per sostenere altre iniziative anti-terroriste in Africa occidentale, c’è anzitutto il caso della Libia. Per il quale, non sono in pochi, tra gli analisti, a parlare di rischio “somalizzazione”. Sinonimo di conflitto e instabilità permanente.  Lo spettro di uno Stato fallito al due passi dall’Italia e dall’Europa.

C’è poi la crisi del Sud Sudan, nuova entità fortissimamente voluta da un moto di pensiero internazionale. Ma soprattuto dagli Stati Uniti e dal suo “stars sytem diplomatico”. Il Paese rimane sull’orlo del colasso e della guerra civile. La tregua siglata in questi giorni ad Addis Ababa tra le forze governative di Slava Kiir e quelle dell’opposizione fa ben sperare. Ma appare già di una fragilità preccupante. “Shaky” l’ha definita chi ha partecipato ai negoziati e segue gli sviluppi sul terreno. Sul Sud-Sudan gli Stati Uniti hanno investito un capitale finanziario, politico e diplomatico notevole. Ma emergono oggi, come una minaccia, quelle perplessità avanzate da molti sulla strategia accelerata che ha condotto alla creazione di un nuovo stato senza capacità amministrative adeguate. E sulle ceneri di un conflitto ventennale. 

Il format del Summit convocato per la prossima estate sembra quasi svelarla l’impotenza americana. Così la consapovelzza dei limiti della storica potenza mondiale. Un vertice con i leaders del continente: alcuni si, altri no. Seguendo un criterio chiaro, lo stato delle relazioni con Washington. Ma anche poco realista e viziato da coerenze imbarazzanti in termini di standards democratici. Perchè c’è una lista di invitati e di esclusi, buoni e cattivi. Per carità, giusta l’esclusione dei Paesi che sono ai margini dell’Unione Africana, Madagascar e Guinea-Bissau, espulsi perchè guidate da autorità golpiste. Giusta anche l’esclusione delle autorità egiziane (ma forse qualcuno dal Cairo si poteva pure invitare). Comprensibile e motivata quella dell’ottuagenario Mugabe, il leader che da anni frena lo sviluppo democratico in Zimbabwe. Kenyahuru Kenyatta, leader del Kenya al potere, è invece incriminato dalla Corte penale internazionale per crimini contro l’umanità per le violenze post-elettorali del 2008. Lui, a Washington, ci sarà.

Per medesimi crimini, un mandato di arresto  della CPI pende contro il leader sudanese Al-Bashir. Un leader che forse oggi andrebbe piuttosto incoraggiato – e non isolato – alla luce dell’atteggiamento costruttivo e di “self-restraint” sin qui manifestato da Karthoum rispetto alla crisi del Sud-Sudan. Proprio a Karthoum è ora in discussione un pacchetto di riforme democratiche presentato dal partito del presidente. Un  tentativo che andrebbe assecondato, senza chiudere gli occhi. Nè girarsi dall’altra parte.

Purtroppo a Washintgton ci sarà qualche altro leader che un po' mette paura. È il caso del presidente del Gambia. Quel Yahya Jammeh che è accusato di detenere il record per la repressione della libera stampa in Africa e di governare un piccolo paese di meno di due 2 milioni di anime sotto un durissimo pugno di ferro. 

La nota della Casa Bianca sul Summit di agosto sembra suggerire l’ipotesi di una pericolosa marcia indietro rispetto alle parole con cui Barack Obama – nell’estate 2009 – aveva aperto il suo primo viaggio in Africa a pochi mesi dalla sua elezione a presidente degli Stati Uniti: “Africa doesn't need strongmen, it needs strong institutions”. Parole che assegnavano al rafforzamento delle istituzioni pubbliche e della governance democratica una priorità assoluta. Il timore che parte del Summit di agosto si esaurisca ad un’incontro al vertice con gli “uomini forti” del continente, alcuni dei quali un po’ insofferenti alle regole dell’alternanza democratica e del buon governo appare dunque fondato. L’idea di rilanciare la partnership americana con l’Africa – di recuperare il terreno perduto rispetto alla Cina e all’India – richiederebbe, aldilà del un minor focus sugli aspetti militari, un formato diverso. 

Una forma diversa potrebbe dare, forse, altra sostanza.  Esistono istituzioni publiche nazionali e regionali africane, dinamiche e ambiziose, serie organizzazioni della società civile,  imprese continentali emergenti, capaci African business men. Realtà che dovrebbero essere ben note al Dipartimento di Stato. E che possono rappresentare i necessari “checks and balances” agli strongmen africani. Si poteva pensare ad un vertice con loro. O anche con loro. 

Un’ultima nota infine. Mentre Obama prepara il suo nuovo discorso su The State of the Union, c’è una delle sue priorità interne, la lotta alle ineguaglianze, che potrebbe trasformarsi in un prepotente strumento di amicizia e popolarità americana in Africa. Di rilancio della presenza di Washington in Africa per il sostegno allo sviluppo economico e sociale del continente. Le ineguaglianze tra ricchi e poveri, uomini e donne, città e campagne, etnie e gruppi sociali, l’emarginazione dei giovani sono riconosciute spesso come la cause profonde dei conflitti, delle crisi e delle insabilità dell’Africa. Un realtà riconosciuta ormai con enfasi da tutti i governi del continente. L’America, in questi ultimi due anni di Amministrazione Obama, potrebbe fare tanto in quest’area. E dare, ancora una volta, la sua impronta e il suo contributo – fatto di idee, uomini e capitali – allo sviluppo dei popoli. E di un continente, che nonostante i 15miliardi di aiuti ricevuti in due decenni, non è ancora riuscito a risolvere il problema della fame e della malnutrizione.

 

 

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