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Il Consiglio di Sicurezza ONU alla ricerca della “pace permanente”

“Uno stop dei combattimenti non porta necessariamente al termine di un conflitto”, ha detto ieri al Consiglio di Sicurezza il Sottosegretario Generale per gli Affari Politici delle Nazioni Unite Jeffrey Feltman durante il dibattito su  “Guerra e ricerca di una pace permanente”

Ieri durante una seduta del Consiglio di Sicurezza sulla tematica “Guerra e ricerca di una pace permanente”, il Sottosegretario Generale per gli Affari Politici dell’ONU, Jeffrey Feltman ha dichiarato: “Come abbiamo visto più volte, i combattimenti che terminano senza una riconciliazione – soprattutto quelli interni agli Stati – sono combattimenti che possono, e spesso lo fanno… riprendere”.

Feltman ha poi continuato il suo discorso dicendo, rivolgendosi al Consiglio, che mentre le Nazioni Unite hanno formule da tempo sperimentate per separare gli eserciti, tendenti ai bisognosi, e che mettono in atto tabelle di marcia politiche e la ricostruzione di strade e ministeri reali, “abbiamo riflettuto meno sulla nostra capacità di ricreare fiducia nelle società e promuovere una genuina riconciliazione”.

Con ciò, il mondo intero e le sue principali istituzioni devono considerare: “Come possiamo risaldare i tessuti sociali in frantumi facendo si che la gente possa guarda ancora una volta negli occhi il loro avversario e vederlo come essere umano piuttosto che come nemico?”

Feltman è uno degli oltre 50 relatori in programma che hanno partecipato ieri al dibattito del Consiglio di Sicurezza sulla tematica: “ La guerra, i suoi insegnamenti e la ricerca di una pace permanente”. Le sue osservazioni hanno fatto da eco a quelle del principe Zeid Ra'ad Zeid Al – Hussein, Ambasciatore di Giordania, che detiene la presidenza di turno del Consiglio e la cui delegazione ha pubblicato un documento di riflessione in vista di tale dibattito.

L’Ambasciatore ha infatti sottolineato che quello che l'ONU ha raggiunto nel mantenimento della pace e della sicurezza internazionale è stato soprattutto un risultato “fisico”: oltre alla separazione delle parti belligeranti tra gli altri risultati vanno menzionati la mediazione tra le parti, la formazione del personale di polizia e la prestazione di assistenza nella ricostruzione delle infrastrutture distrutte. L’ambasciatore poi aggiunge basandosi sul suo documento:

“Quello che le Nazioni Unite non hanno ben compreso è come si possa aiutare a forgiare una riconciliazione più profonda tra ex combattenti e i loro popoli sulla base di un racconto concordato o condiviso, una memoria condivisa di un passato travagliato. Ciò è particolarmente rilevante per quanto riguarda i conflitti settari o etnici ma vale anche per le guerre guidate da nazionalismi o ideologie estreme”.

Il documento di riflessione ribadisce che anche se l'Organizzazione ha, a volte, assistito nella creazione di importanti commissioni per la verità, la sua enfasi generale tende ancora verso progetti pilota di rapido impatto e sviluppo economico, “nella convinzione che la riconciliazione in qualche modo possa prendersi cura di sé stessa. Ciò può anche accadere, oppure semplicemente no”.

Nelle sue osservazioni, Feltman ha rimarcato che, mentre le Nazioni Unite stanno costantemente rivedendo il loro approccio per consentire una pace permanente, ci sono quattro aree che meritano una particolare attenzione, oltre a specifici principi e meccanismi di accordi di pace e di riconciliazione, tempi accurati per indire le elezioni e processi di revisione costituzionale. Feltman ha anche evidenziato che la riconciliazione – che può essere incoraggiata e permessa dalla comunità internazionale – deve provenire da processi interni, e ha poi ribadito l'importanza di istituire un archivio delle Nazioni Unite di conoscenze ed esperienze comparative sulla riconciliazione. La responsabilità per la riconciliazione è nella mani degli attori nazionali e nell'assistenza della comunità internazionale, ha in seguito aggiunto. “I leader devono dare l'esempio, non soltanto cessando con la retorica dei tempi di guerra e terminando la promozione intenzionale di lamentele, ma anche con atti di vera cooperazione e verifiche oneste sui propri ruoli nel conflitto”, ha detto Feltman.

Passando poi al ruolo dei giovani, che spesso crescono nei conflitti del dopoguerra e assumono atteggiamenti persino più estremi dei loro genitori, il Sottosegretario Generale per gli Affari Politici, ha sottolineato l'importanza di lavorare in sinergia con i genitori e gli insegnanti al fine di sviluppare presto un curriculum storico che condivida diverse interpretazioni dei conflitti. “Questo potrebbe costituire l'inizio di una narrazione condivisa e che possa stabilire punti di convergenza nelle esperienze e nel modo di pensare delle persone”, ha annunciato Feltman, ponendo l’accento sugli odierni conflitti nella Repubblica Centrafricana (CAR), Sud Sudan e Siria, dove l’urgente e necessaria fine fisica della guerra non produrrà purtroppo pace e sicurezza duratura. Tra gli esempi positivi invece, Feltman ha lodato il recente completamento del dialogo nazionale in Yemen, che faceva parte di un accordo di transizione politica del paese.

Infine il Sottosegretario Generale ha voluto chiarire un concetto ovvero che la riconciliazione non può sostituire la giustizia, ma è anche vero il contrario, come abbiamo avuto modo di vedere in due casi importantissimi quali ex Jugoslavia e il Ruanda, i quali ci hanno dimostrano che i tribunali internazionali non possono sostituire la riconciliazione nazionale.

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